Perché bisognerebbe liberalizzare le concessioni balneari

A giugno nel nostro Parlamento si è discusso del cosiddetto Decreto Concorrenza. In particolare, è stato affrontato il tema della liberalizzazione delle concessioni balneari.

In questo articolo cercheremo di analizzare le ragioni per le quali questa rappresenta un passo importante per lo sviluppo dell’offerta del turismo in Italia e non solo.

I principi di fondo connessi alla liberalizzazione delle concessioni balneari, infatti, risulterebbero essere applicabili a molti altri settori anticoncorrenziali all’italiana (per esempio quello del servizio taxi/noleggio con conducente o i servizi pubblici locali).

L’attenzione posta al tema ha avuto origine in sede europea, con la direttiva Bolkestein del 2006, direttiva di liberalizzazione che obbliga a adottare procedure competitive trasparenti e imparziali per il rilascio di autorizzazioni su risorse scarse.

Questo quanto prevederebbe il testo discusso del decreto: dal primo gennaio 2024 tutte le concessioni balneari dovranno essere assegnate con gara, senza eccezioni. Se così dovesse essere, sarebbe una delle poche volta che il Consiglio di Stato si dimostrerebbe fermo nell’imporre il rispetto della normativa europea, che era stata ignorata per 15 anni andando avanti a forza di italianissimi rinnovi taciti.

L’obiettivo della direttiva europea era quello di favorire la libera circolazione dei servizi e l’abbattimento delle barriere tra i vari Paesi, garantendo ai cittadini una gestione del patrimonio nazione costiero e una collegata offerta di servizi pubblici più efficiente, così da migliorarne qualità e sicurezza.

Per quanto riguarda gli stabilimenti balneari, le concessioni relative ai nostri 3.5k di chilometri di spiagge, che risultano essere ad oggi più di 60.000, sono particolarmente penalizzanti, perché:

La direttiva Bolkestein riguarda gli stabilimenti balneari, il commercio e gli esercizi su area pubblica, nonché le edicole per la vendita di quotidiani e riviste. Tre settori che, complessivamente, generano un fatturato di circa 10 miliardi di euro, e i cui operatori risultano a gestione familiare nell’80% dei casi.

o            Compromettono la certezza del diritto per i servizi turistici balneari;

o            Scoraggiano gli investimenti;

o            Ostacolano la modernizzazione delle (infra)strutture.

Inoltre, il Decreto sulla Concorrenza discusso dal Parlamento stabilisce che, in caso di perdita della concessione, gli attuali titolari avranno diritto ad un indennizzo economico a carico del concessionario subentrante; tuttavia, la definizione dei criteri per il calcolo di tale ristoro è stata rinviata al decreto attuativo da approvare entro i sei mesi successivi al passaggio definitivo del provvedimento.

Il tema dell’indennizzo economico resta però uno dei terreni di maggiore scontro fra le forze politiche e le associazioni di categoria dei balneari, e per questo non è da escludere un ritocco del provvedimento prima dei successivi sviluppi parlamentari. La norma individuata delega al Governo la “definizione di criteri uniformi per la quantificazione dell’indennizzo da riconoscere al concessionario uscente, posto a carico del concessionario subentrante”.

C’è chi potrebbe leggere tutto ciò come il trionfo di quel capitalismo estrattivista che guarda ai territori solo come risorse strategiche per l’economia e non contempla nemmeno la possibilità di una gestione pubblica. Tuttavia, il capitalismo, tramite investimenti e ricerca del profitto, ha permesso la valorizzazione dei territori, dinamica in grado di favorire il turismo e aumento dell’occupazione. Altro che capitalismo estrattivista!

Consigliamo a tutti questi soggetti pensanti (?) un ripasso della teoria smithiana della mano invisibile, chiara applicazione della teoria delle conseguenze inintenzionali.

La teoria economica insegna che la concorrenza è un gioco a somma positiva. Allo stato attuale, invece, le concessioni balneari tendono a rappresentare un gioco a somma zero in cui vi è redistribuzione di risorse dalla società – cittadini e taxpayers – ai concessionari.

Ancora, quando non siamo in grado di attrarre turisti per cause di degrado legato alla mala gestio delle spiagge, vi è una perdita netta del nostro benessere – condizione oltremodo negativa. Tutto questo si verifica quando le spiagge sono trascurate; non vi sono le condizioni necessarie a favorire gli investimenti per la loro manutenzione; il lavoro è mal retribuito; il servizio offerto risulta complessivamente di scarso valore, tanto da far scappare i turisti nei paesi dove possono incontrare un’offerta all’altezza delle loro aspettative.

Riccardo Rossi

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