Conservatorismo: socialismo di destra?

Introduzione

È ormai inscritto all’interno della nostra coscienza collettiva che il conservatorismo indica, in politica, uno schieramento ideologico di destra, e quindi (filo-)capitalista. Viene di solito contrapposto al progressismo, che – coerentemente a quanto appena detto – si configura come uno schieramento ideologico di sinistra, e quindi (filo-)socialista. Al telegiornale, almeno in Occidente, sentiamo spesso parlare di politici di destra come di politici austeri, legati alle tradizioni, alla famiglia, ai confini della propria nazione, alla religione, scettici in primis nei confronti dell’immigrazione (soprattutto quella illegale), del progresso sociale, della secolarizzazione e, a volte, come è stato il caso durante la recente pandemia da Covid-19, della scienza. I politici di sinistra, invece, vengono descritti come politici legati all’uguaglianza, alla libertà d’espressione, alla protezione dell’ambiente, illuminati da laiche prospettive scientifiche e quindi avversi ad ogni tipo di dogmatismo religioso, avversi alle discriminazioni, etc. Capiamo subito, però, che a questo inquadramento manca una solida caratterizzazione economica: certo, i progressisti, in completa continuità con il loro slancio egalitario in campo sociale, sono famosi per spalleggiare i lavoratori, gli strati meno abbienti, e quindi per volere delle riforme monetarie che vadano a ridistribuire in maniera più equa le ricchezze di una nazione. Ma i conservatori, esattamente, che cosa vogliono in campo economico?

Un’economia conservatrice

Spesso le pretese dei conservatori vengono liquidate dietro a generiche agevolazioni fiscali nei confronti degli ultra-ricchi, e quindi da classificare come tendenti al capitalismo. Nonostante siano in effetti molti i partiti conservatori che presentano un programma politico rivolto agli interessi delle multinazionali, non ci troviamo davanti a un tratto veramente distintivo: anche partiti di centro-sinistra promuovono ed implementano (in maniera più o meno velata) riforme corporativiste (cfr. il Partito Democratico degli USA e il suo longevo rapporto con l’industria bellica). Lo schematismo ideologico enucleato nel paragrafo introduttivo comincia così a cigolare: se i progressisti, spesso sostenendo politiche rivolte agli interessi monopolistici delle corporazioni, sono di sinistra, e cioè tendenti al socialismo, perché i conservatori vengono definiti di destra, e quindi tendenti al capitalismo, quando operano più o meno nello stesso modo? Sicuro è che, in generale, i conservatori si battono per una riduzione delle tasse più sistematica, rivendicandone con orgoglio il significato ideologico, e cioè anti-socialista. Ma di rado assistiamo ad un’effettiva e completa riduzione del peso fiscale: i finanziamenti militari e i protezionismi volti a contrastare l’immigrazione incontrollata, i sussidi avanzati per evitare la disintegrazione della famiglia nucleare, incentivando la crescita demografica autoctona di una nazione, in ultima istanza, vanificano l’iniziale proposito, sicuramente capitalista, dell’abbassamento delle tasse. Questo perché – crediamo – la matrice filosofica del conservatorismo non è di tipo individualista (e quindi non è orientata verso la libertà del singolo, in rapporto simbiotico con la dottrina socio-economica del libero mercato), ma di tipo essenzialmente nazional-tradizionalista. Lo si può dimostrare con facilità osservando importanti politici internazionali (cfr. Marine Le Pen, Giorgia Meloni, Viktor Orbán), che, malgrado si definiscano (o vengano definiti) come dei politici ultra- conservatori, non si profilano – guarda caso – come dei politici ultra-capitalisti: anzi, da un punto di vista economico le legislazioni da loro proposte vanno inserite all’interno di una riorganizzazione più o meno rigidamente pianificata del mercato (cfr. l’opposizione da parte della Le Pen alla privatizzazione dei servizi pubblici, il controllo dei prezzi di Orbán, le tasse ambientaliste e i sussidi per favorire il cosiddetto Made in Italy proposti dalla Meloni). La classica definizione di conservatorismo presenta quindi un’incongruenza di ordine logico: il piano sociale (religioso e nazionalista, e cioè collettivista), se amplificato, non trova una diretta e coerente corrispondenza con quello economico (capitalista, e cioè individualista), indicando che i due piani sono ritardati l’uno rispetto all’altro, sfasati, non si muovono – nella loro traiettoria ideologica – di pari passo.

Definizioni al negativo

E allora perché, parlando di politici conservatori, si tende ancora a definirli come di destra, e quindi come dei capitalisti? In ultima analisi non sono molto più capitalisti dei progressisti (almeno, in generale; in alcuni casi, invece, sono addirittura più socialisti dei progressisti, cfr. Marine Le Pen). Abbiamo ragione di credere che le loro posizioni fiscali vengano descritte in maniera aprioristicamente relazionale. Il ragionamento è: se i conservatori sono i nemici dei progressisti, e se i progressisti sono (filo-)socialisti, allora i conservatori devono essere per forza il contrario dei socialisti, ovvero capitalisti. Si deriva, insomma, la posizione fiscale dei conservatori a partire da una falsa dicotomia, da una relazione di tipo binario-oppositivo con i progressisti, che si configurano invece come il nucleo, il perno ideologicamente intatto e consistente di tale sillogismo. Il tutto è certo da attribuire ad un clima culturale che, prevalentemente fra i giovani (cfr. i curricula accademici, in particolare quelli legati alle scienze umanistiche), pone il progressismo al centro di qualsiasi discussione politica in quanto ideologia egemone, agevolandone la diffusione e la sedimentazione concettuale attraverso una fitta rete mediatica. Ma crediamo sia anche a causa del messaggio politico dei conservatori stessi: infatti, per fronteggiare i progressisti, in nome di un afflato ostinatamente antagonista, è come se si costruissero una perenne identità ideologica alternativa (cfr. il nome del partito tedesco Alternative für Deutschland), sfociando molto spesso nel trasformismo populista (cfr. le critiche dell’AfD rivolte ad Angela Merkel e alla sua gestione troppo poco austera della pandemia da Covid-19 ai suoi albori, per poi convertirsi totalmente in un’univoca ed esasperata lotta libertaria nel momento in cui i vaccini sono diventati il dispositivo principale di una politica autoritaria verso la fine della pandemia).

Essere di destra

Ma allora che cosa significa essere di destra? Sembra che, almeno agli occhi dell’odierna opinione pubblica, essere di destra significhi essere semplicemente contro la sinistra, e quindi essere in primis nazionalisti e tradizionalisti, e in secondo luogo più o meno capitalisti. A ben vedere, però, il nazionalismo e il tradizionalismo sono valori propri anche di molte frange politiche di sinistra: malgrado l’internazionalismo marxista, Iosif Stalin stesso, una volta divenuto la nuova guida dell’URSS, contrariamente a quanto prospettato dal rivale Trotzky, fuse l’ideologia comunista con un violento patriottismo (per molti versi anche antisemita), in continuità con la dottrina del cosiddetto “socialismo in un solo paese”,
riconfigurando l’inno del movimento operaio internazionale in chiave esclusivamente russo-centrica. Anche Fidel Castro, Mao e Chavez avanzarono, in momenti e in paesi diversi, un programma politico di stampo nazionalista, con lo scopo rivoluzionario di contrastare l’imperialismo capitalista straniero. Per quanto riguarda il tradizionalismo, invece, ricordiamo Pier Paolo Pasolini, intellettuale marxista di punta nel ‘900 italiano, che, nonostante fosse un fervente anticlericale, vedeva nella povera società contadina paleocristiana una purezza morale primordiale ormai erosa ed inquinata dalla consumistica omologazione culturale di marca neo-capitalista. L’unico discrimine che oggigiorno, allora, si dimostra coerente e quindi veramente utile nella definizione valoriale della destra politica è il capitalismo, così come il socialismo per la sinistra: non possiamo usare due logiche distinte, se vogliamo definire cosa costituisce la destra e cosa costituisce la sinistra in politica. Se assumiamo che Ernesto “Che” Guevara era di estrema sinistra in virtù delle sue posizioni economiche, e non in virtù delle sue opinioni sociali (cfr. il suo razzismo nei confronti dei neri, e la sua persecuzione ai danni degli omosessuali), allora dobbiamo adottare tali parametri anche nell’inquadramento di quelli che sono i politici conservatori di oggigiorno (e del passato), traendo le dovute conclusioni e quindi scagionando (per così dire) Giorgia Meloni, Marine Le Pen e Viktor Orbán da tutte le etichette mediatiche a loro affibbiate, come quella di essere degli “estremisti di destra”, quando invece, rispettivamente, sono di centro-destra, di sinistra, di centro-sinistra, in virtù di un calcolo che triangoli la loro collocazione politica in maniera lucida, indipendentemente dalle loro prese di posizione sociali nativiste, scioviniste o iper-tradizionaliste, che – come abbiamo dimostrato in precedenza – possono essere proprie anche di politici socialisti.

Conclusioni

In questo breve testo abbiamo passato in rassegna le caratteristiche principali del movimento politico dei conservatori. Abbiamo messo a confronto le loro posizioni in campo sociale ed economico con quelle che sono le percezioni dell’opinione pubblica, rilevando così un’incongruenza di fondo. Un’incongruenza che – a ben vedere – investe le coordinate del paradigma politico usato oggigiorno nella definizione del classico binomio sinistra destra. Alla luce di tutto ciò, abbiamo proposto una riconfigurazione valoriale di tale paradigma, mettendo in evidenza gli squilibri analitici prodotti da un approccio che identifica nelle tematiche sociali il vero discrimine fra sinistra e destra, e quindi stimando un approccio che si basi unicamente sulla dimensione economica come quello più coerente.

Nicolas S. Strahel

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