COVID-19: Students For Liberty Italia supporta la Croce Rossa Italiana – Students For Liberty Italia supports the Italian Red Cross

COVID-19: AIUTIAMOLI AD AIUTARCI!

English below

In questi giorni, segnati dalla grave emergenza sanitaria che stiamo vivendo, noi ragazzi di Students For Liberty Italia abbiamo riflettuto su cosa si possa fare in concreto per dare anche noi il nostro pur piccolo contributo a chi lotta in prima linea.

Per questa ragione abbiamo deciso di avviare una raccolta fondi a favore della Croce Rossa Italiana, impegnata sin dal primo momento a contrastare l’emergenza su tutto il territorio Nazionale, da Nord a Sud.

La CRI è prima di tutto un’Associazione di persone che aiutano altre persone. Lo fanno volontariamente e con grande abnegazione, ma i volontari possono aiutare solo se sono adeguatamente protetti nel rispetto dei protocolli d’emergenza.

Per questo ti chiediamo un aiuto per acquistare mascherine, camici monouso, guanti e altro materiale sanitario indispensabile per gli operatori che in questi giorni stanno assistendo i nostri nonni e quanti in questo momento hanno bisogno.

Per questo ogni contributo, di qualunque entità, per supportare questa raccolta è fondamentale.

Invitiamo tutti voi ad unirvi a noi Amici di SFL Italia nel fare una donazione, piccola o grande che sia, per sostenere i volontari della Croce Rossa Italiana e a condividere questa iniziativa. Ciascuno di noi può fare qualcosa!

Aiutiamoli ad aiutare! Grazie

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COVID-19: HELP THEM HELP US!

English version

Since Italy was hit by the Covid-19 crisis and quarantined, we have been thinking about the best way to help those who are engaged on the frontline in the fight against the spread of the virus.

This is why we decided to launch a fundraising campaign on behalf of the Italian Red Cross, an organization that has promptly committed to counter the emergency throughout the country. 

As you already know, the Red Cross was born to help people, and is made by people. These brave and selfless volunteers also need protection from sickness while assisting others in need, which requires adequate means that are in ever shorter supply. 

You can help by giving. We invite you to support the Red Cross in their mission. Your donation will provide volunteers with masks, single-use gowns, and other medical supplies.

Any donation, no matter how small, is essential to assist them in protecting everyone’s health.

Please join Students for Liberty Italia in supporting the volunteers of the Italian Red Cross in their efforts. Help us spread the message by sharing this post.

You can donate by clicking the button. Each and every one of us can make a difference! Help them help us! Thank you

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La Corea del Sud ha preservato la società aperta ed ora i tassi di infezione stanno diminuendo

Articolo tratto e tradotto da AIER.org (di Peter C. Earle)

Qual è il modo migliore per affrontare la pandemia: quarantena e legge marziale imposta dallo Stato in base alla geografia oppure mantenendo la società aperta nel mentre ci si affida a medici professionisti, individui, famiglie e comunità per prendere decisioni intelligenti?

Un mese fa, una domanda del genere sarebbe stata puramente ipotetica, ma la risposta negli Stati Uniti sarebbe già stata data. Dopotutto, questo è uno Stato di diritto, con una Carta fondamentale dei diritti, dei limiti al potere statale ed una basilare fiducia nella libertà. Giusto?

Come cambiano le cose durante una crisi! Sindaci e Governatori in tutto il paese stanno imponendo quarantene, non perché queste funzionino veramente ma solo perché non vogliono essere incolpati per non aver agito in qualche maniera. Quindi dobbiamo considerare questa domanda essenziale: cosa funziona?

La Corea del Sud ha visto una costante diminuzione dei nuovi casi di Coronavirus durante la seconda metà della prima settimana di marzo. Il Paese ha avuto il quarto maggior numero di casi di Coronavirus al mondo. Non sono state però predisposte delle quarantene imposte da militari armati in nessun luogo. Invece, le uniche attenzioni che si sono prese sono state rivolte ai test a tappeto ed all’isolamento dei malati.

Dopo la media di oltre 500 nuovi casi al giorno, fino all’ultima settimana di febbraio, nel primo weekend di marzo il totale dei contagi giornalieri è sceso da 438, a 367 ed infine a 248, secondo il Korea Center for Disease Control.

Com’è stato possibile che senza schierare i militari od imporre una quarantena forzata e diffusa, rallentare la diffusione del Coronavirus in Corea del Sud?

In realtà, ci sarebbe una domanda migliore: perché gli Stati Uniti (e l’Italia, n.d.r) dovrebbero copiare la Cina piuttosto che la Corea del Sud?

Al momento gli Stati Uniti sono nel bel mezzo della campagna elettorale, nel mezzo di arroganti invocazioni alla Costituzione ed alla Dichiarazione di Indipendenza (e non sempre molto coerenti). Certo, i discorsi sono generalmente a buon mercato – e sono tanto più a buon mercato quando provengono dalla bocca dei politici. Ma è proprio in tempi di crisi che viene messa a nudo la veridicità del proprio impegno per la libertà ed i diritti umani. La differenza tra gli Stati Uniti e la Cina è che quest’ultima non ha la pretesa di avere rispetto per la libertà, o di elevare e non-violare i diritti individuali.

La Corea del Sud ha puntato sul diritto di proprietà privata per contrastare la diffusione del virus, con i proprietari di case enogozi che appendono e fanno rispettare i segnali “no mask, no entry” (senza la mascherina non entri). (Immaginate come alcuni americani – ed italiani, n.d.r. – reagirebbero davanti al fatto di essere allontanati o di vedersi negato un servizio in base alla sola discrezione del proprietario).

Sono stati disposti su tutto il territorio nazionale dei presidi per fare i test, in cui ci si reca senza scendere dalla propria auto, attraverso i quali le persone, dopo un test di dieci minuti, vengono informate entro poche ore se sono infette. Nelle prime fasi della pandemia è stata creata un’app da telefono per l’autodiagnosi volontaria e sono stati istituiti dei centri “living and treatment” sullo spirito della “soft quarantine”.

Per lo più, però, i sudcoreani hanno agito in base alla loro esperienza con la pandemia del virus H1N1 del 2009: si lavano spesso le mani, facendo uno sforzo per non toccarsi il viso, indossano mascherine e mantenendo il distanziamento sociale nella misura del possibile. L’alto livello di accesso alla “personal technology” in Corea del Sud rende tutto questo facilmente praticabile, data l’onnipresenza delle telecomunicazioni video e di altre tecnologie simili.

E’ evidente il contrasto con gli sviluppi che si sono avuti nello stesso weekend in cui l’Italia ha messo il suo intero paese in quarantena, dove i casi positivi sono passati da 5.000, a 6.000 ad oltre 8.500. Le morti per Coronavirus sono aumentate nello stesso periodo da 366 a 631 (tutte le cifre al 10 marzo).

È vero che alcuni aspetti della gestione dell’epidemia da parte della Corea del Sud violano comunque i diritti individuali, in particolare per quanto riguarda quello alla privacy. L’uso delle telecamere di sorveglianza ed il monitoraggio del telefono cellulare e delle attività bancarie delle persone probabilmente colpite dal Coronavirus violano gravemente qualsiasi principio che sia anche marginalmente libertario. Ma il punto prevalente è che con modalità molto più morbide – molto più rispettose del singolo cittadino rispetto a quelle adottate da qualsiasi altra parte, compreso il “putativo” bastione delle libertà degli USA il governo sudcoreano ha prodotto dei risultati superiori rispetto alle misure autoritarie molto più pesanti predisposte dalla Cina, dall’Italia, dagli Stati Uniti e da praticamente ogni altra nazione afflitta.

Il Coronavirus sta costringendo le autorità ad ammettere che molte delle loro normative non sono necessarie

Articolo tratto e tradotto da Reason.com (di Nick Gillespie)

Da “Non ci sono libertari durante una pandemia” a “ci sono solo libertari durante una pandemia”: dalle regole più ‘rilassate’ dell’Authority del Trasporti alle rapide approvazioni dell’Authority dei Farmaci, il Coronavirus sta costringendo le istituzioni ad ammettere che molte delle loro normative non sono necessarie.

Amico, sembrano passati solo pochi giorni da quando i benpensanti stavano criticando (di nuovo!) i sostenitori dello Stato minimo in articoli con titoli così accaniti come “Non ci sono libertari durante una pandemia”.

Ormai potrebbe essere più corretto credere che ci siano solo libertari durante una pandemia, compresi i funzionari pubblici che, improvvisamente, sono disposti ed in grado di rinunciare ad ogni sorta di regola e di procedura, apparentemente così importanti, in nome dell’aiuto del prossimo.

In che altro modo si spiegherebbe altrimenti la decisione della molto detestata ed irrilevante Transportation Security Administration (TSA) di consentire di portare a bordo degli aerei dei dispenser formato famiglia di disinfettante per le mani? La TSA non sta certo sposando le idee di Milton Friedman, però ricorda agli utenti del suo sito Web “che tutti gli altri liquidi, gel e aerosol portati ad un checkpoint continuano ad essere ammessi nel limite di 3,4 once o di 100 millilitri trasportati in un sacchetto da un litro”. Ma è un inizio.

Qualcosa di simile sta succedendo in Massachusetts, uno Stato ben noto per gli alti livelli di regolamentazione, incluso il settore medico. Aspettandosi un picco nelle esigenze di assistenza medica dovute al Coronavirus, il Governatore Charlie Baker “ha visto la luce” ed ha accettato di semplificare l’iter di riconoscimento da parte del Bay State degli “infermieri ed altri professionisti medici” che sono registrati in altre parti degli Stati Uniti, qualcosa che altri 34 Stati già fanno su base regolare.

Come ha osservato Walter Olson del Cato Institute,

“Questa è stata una buona idea, che dovrebbe aiutare a portare i professionisti medici laddove sono maggiormente necessari, ed è una delle tante buone idee che dovrebbero essere mantenute anche dopo il passaggio dell’emergenza pandemica. Non così come, dopo l’Uragano Sandy del 2012, al contrario, quando i proprietari di case sull’oceano, devastate dalla tempesta, avevano urgente bisogno di manodopera qualificata per riportare i loro locali in condizioni utilizzabili, le leggi locali, in posti come Long Island, vietarono loro di assumere elettricisti qualificati anche da altre contee di New York, così come da altri Stati.”

E così pure alla Food and Drug Administration (FDA), dove i burocrati hanno deciso improvvisamente di approvare durante la notte un test per il Coronavirus che il suo ex-capo, Scott Gottlieb, aveva descritto come “una tecnologia abbastanza ordinaria”.

Il test della Roche è 10 volte più veloce del processo attualmente in uso, ma la FDA non lo ha approvato fino a venerdì scorso (13 marzo n.d.r.), e quindi, lo ha fatto solo per questa particolare emergenza. Ma anche con quel ritardo e con quell’applicazione limitata, questo è un cambiamento positivo.

Come ha osservato Ronald Bailey di Reason.com, la FDA ed i Centers for Disease Control and Prevention “hanno ostacolato lo sviluppo privato ed accademico dei test diagnostici che avrebbero potuto fornire un campanello d’allarme tempestivo ed un vantaggio sul controllo dell’epidemia che si sta diffondendo in tutto il paese”.

Probabilmente puoi vedere dove sto andando a parare con tutto questo: se le procedure e le decisioni di cui sopra vengono messe da parte in caso di emergenza, forse dovrebbero esserlo anche durante i periodi normali.

Situazioni come gli attacchi dell’11 settembre e l’epidemia di Coronavirus spesso aprono la porta a nude e crude prese di potere le cui terribili conseguenze si aggirano anche dopo gli eventi che le hanno ispirate (Sto parlando con te TSA!). I governi raramente restituiscono il potere una volta che l’hanno preso. Ma se hai ascoltato attentamente, potrai sentirli dire quali di queste hanno realizzano che possano essere gettate in totale sicurezza. Quando i tassi di infezione diminuiscono ed i teatri, le scuole e tutto il resto torneranno alla normalità, potrà essere allettante ritornare come eravamo. Resisti alla tentazione: perché vale la pena di rivalutare molte delle regole che quotidianamente mettiamo in atto ogni giorno e non solo in caso di emergenza.

Capire l’editing genico con le figure dei fumetti

di Luca Bertoletti

Ecco perché dobbiamo abbracciare le ultime invenzioni della biotecnologia e non bloccare la ricerca genetica e la diffusione delle sue scoperte.

L’umanità sta attualmente affrontando un’enorme sfida imposta dal Coronavirus. Le frontiere sono state chiuse, gli aerei sono stati messi a terra e le fabbriche sono state chiuse. Allo stesso tempo, scienziati e professionisti della sanità pubblica stanno lavorando su test, trattamenti e vaccini per fornire presto una risposta medica. Affrontare il Coronavirus potrebbe essere uno dei più grandi test che l’uomo abbia affrontato negli ultimi decenni, ma non sarà l’ultimo virus che dovremo sconfiggere. È tempo di abbracciare la bioscienza e di permettere più ricerche e applicazioni di metodi di alterazione genetica.

Per i profani, tutta questa bolla tecnologica sulla mutagenesi e l’ingegneria genetica è difficile da comprendere e mi ci è voluta una buona dose di lettura per iniziare a capire quali sono i diversi metodi esistenti e come questi possono migliorare enormemente la nostra qualità di vita.

Diamo prima un’occhiata ai quattro modi più comuni per alterare i geni di una pianta o di un animale: 

Dr. Xaver – Le mutazioni di per sé accadono regolarmente in natura – Ecco come alcuni aminoacidi hanno finito per essere umani un miliardo di anni dopo. L’evoluzione biologica può avvenire solo grazie alle mutazioni. Le mutazioni in natura avvengono in modo casuale o sono causate da fattori esogeni come le radiazioni (ad esempio il Sole). Per i lettori di fumetti tra di noi, gli X-men hanno mutazioni che (nella maggior parte dei casi) si sono verificate in modo casuale.

Le mutazioni si verificano in natura in continuazione

Hulk – Mutazione attraverso l’esposizione (mutageni): Uno dei modi più comuni per manipolare i semi è l’esposizione alle radiazioni e la speranza di mutazioni positive (ad esempio, una maggiore resistenza ai parassiti). Questo metodo è molto comune fin dagli anni ’50 e un approccio molto impreciso che mira a rendere le colture più resistenti o appetibili. Richiede migliaia di tentativi per ottenere un risultato positivo. Questo metodo è ampiamente utilizzato e legale in quasi tutti i paesi. Nel nostro universo dei fumetti, Hulk è un buon esempio di mutazioni causate dalle radiazioni.

Le vostre verdure quotidiane e Hulk hanno molto più in comune di quanto si possa pensare

Spiderman – Organismi geneticamente modificati (OGM transgenici): Questa procedura spesso temuta per la creazione di OGM si basa sull’inserimento dei geni di una specie nei geni di un’altra. Nella maggior parte dei casi, alle colture OGM è stata iniettata una proteina di un’altra pianta o di un altro batterio che fa crescere la coltura più velocemente o che rende la coltura più resistente ad alcune malattie. Altri esempi possono essere visti nell’incrocio di salmoni con pesci tilapia, che fa crescere il salmone due volte più velocemente. L’uomo ragno che viene morso da un ragno ed è improvvisamente in grado di arrampicarsi sui grattacieli grazie al suo DNA potenziato di ragno-umano (transgenico) è un esempio del fumetto. 

La combinazione di geni tra le specie: Quando ragni e umani si incontrano

GATTACA/Wrath of Khan – Gene Editing (le forbici): Il modo più recente e preciso per alterare i geni di un organismo è il cosiddetto Gene Editing. A differenza degli OGM tradizionali, i geni non vengono impiantati da un altro organismo, ma modificati all’interno dell’organismo grazie a un metodo preciso per disattivare certi geni o per aggiungerli. 

Supercriminale senza glutine: Gene Editing non è tanto una questione di super-umani, quanto piuttosto di mantenere e renderci sani

Questo può essere fatto anche in esseri umani adulti che sono vivi, il che è una benedizione per tutti coloro che soffrono di disturbi genetici. Siamo in grado di “riparare” i geni negli organismi viventi. L’editing dei geni è anche migliaia di volte più accurato che bombardare i semi con le radiazioni. Alcuni esempi applicati stanno disattivando il gene responsabile della generazione del glutine nel grano: Il risultato è grano senza glutine. Ci sono diversi metodi per ottenere questo risultato. Uno dei più popolari al giorno d’oggi è il cosiddetto CRISPR Cas-9. Queste “forbici” sono di solito batteri riprogrammati che trasmettono le informazioni del nuovo gene o che disattivano i geni defunti o indesiderati. Molti romanzi e film di fantascienza mostrano un futuro in cui possiamo disattivare i difetti genetici e curare gli esseri umani da malattie terribili. Alcuni esempi di storie in cui sono state utilizzate tecniche simili a CRISPR sono film come GATTACA, L’ira di Khan di Star Trek, o la serie Expanse in cui l’editing dei geni gioca un ruolo cruciale nella crescita delle colture nello spazio.

Che cosa ha a che fare questo con il Coronavirus?

I biologi sintetici hanno iniziato a utilizzare CRISPR per creare sinteticamente parti del Coronavirus nel tentativo di lanciare un vaccino contro questa malattia polmonare e di essere in grado di produrlo in massa molto rapidamente. In combinazione con le simulazioni al computer e l’intelligenza artificiale, il miglior design per un tale vaccino viene calcolato al computer e poi creato sinteticamente. Questo accelera lo sviluppo del vaccino e lo riduce da anni a soli mesi. I regolatori e gli organismi di approvazione hanno dimostrato che in tempi di crisi possono anche approvare rapidamente nuove procedure di test e di vaccinazione, che di solito richiedono anni di avanti e indietro con agenzie come l’EMEA?

CRISPR permette la “ricerca” di geni specifici, anche i geni di un virus

Questo ha aiutato i ricercatori a costruire procedure di test veloci e semplici per testare i pazienti per la ricerca della corona.

A lungo termine, l’editing dei geni potrebbe permetterci di aumentare l’immunità degli esseri umani alterando i nostri geni e rendendoci più resistenti a virus e batteri. 

Questa non sarà l’ultima crisi!

Mentre il Coronavirus sembra davvero mettere alla prova la nostra società moderna, dobbiamo anche essere consapevoli che questo non sarà l’ultimo agente patogeno che ha il potenziale di uccidere milioni di persone. Se siamo sfortunati, la COVID-19 potrebbe mutare rapidamente e diventare più difficile da combattere. Il prossimo virus, fungo o batterio pericoloso è probabilmente dietro l’angolo. Quindi dobbiamo abbracciare le ultime invenzioni della biotecnologia e non bloccare la ricerca genetica e la diffusione delle sue scoperte.

BASTA soldi pubblici per Alitalia (Firma la Petizione)

Di seguito il testo della petizione lanciata da Andrea Giuricin su Change.org

Il Governo si appresta a sprecare altri miliardi di euro per Alitalia.

Nel decreto legge per le misure economiche per il #Coronavirus, la compagnia aerea sta per ricevere altri soldi pubblici. Centinaia e centinaia di milioni di euro ancora una volta!

Nell’articolo 79 del decreto si prevedono altri 500 milioni di euro per #ALITALIA.

Ma il Governo non si limita a mettere altri soldi pubblici in #Alitalia. Crea anche una #BadCO (una cattiva compagnia) per non ripagare contribuenti, fornitori e creditori.

Stiamo parlando di altri 3 miliardi circa con questa manovra!

Ma Alitalia ha già sprecato quasi 10 miliardi di euro pubblici negli ultimi 12 anni.

Paradossalmente con questi soldi, lo Stato Italiano si sarebbe potuto comprare: AirFrance-KLM, Lufthansa, SAS, Finnair, Norwegian e Turkish Airlines. Tutte quante!

Ma forse è bene ricordare questo: Questi soldi nostri potevano essere spesi in maniera migliore (magari per creare qualche terapia intensiva in più) o utili per abbassare il debito pubblico italiano.

E invece dopo 10 miliardi buttati, Alitalia ora trasporta solo l’8 per cento dei passeggeri da e per l’Italia, non certo una compagnia strategica per la connessione dell’Italia al mondo.

E’ ora di dire basta a questo spreco di soldi nostri.

Le risorse sono limitate e ce ne accorgeremo sempre di più in questo momento di crisi economica dovuta al Covid19.

Gentile Presidente Conte, non sprechiamo altri soldi dei contribuenti per Alitalia!

#AlitaliaBASTA

Firma anche tu la Petizione su Change.org

clicca qui per firmare

clicca qui per scaricare il Focus Paper di Andrea Giuricin “Alitalia: la storia infinita”

La spesa attraverso gli stimoli non fermerà le ricadute economiche del Coronavirus

Articolo tratto e tradotto da FEE.com (di Daniel J. Mitchell)

I “trenta denari” dell’economia keynesiana si ripresentano.

Il Coronavirus è una vera minaccia alla prosperità, almeno nel breve periodo, in gran parte perché sta causando una contrazione del commercio globale.

Il lato positivo di quest’aria di tempesta è che il Presidente Donald Trump potrebbe imparare che il commercio è in realtà buono e non cattivo.

Ma quando le nubi nere si addensano è probabile che ci scappi anche il fulmine, o perlomeno lo è quando la combriccola di Washington decide che è tempo di un’altra dose di economia Keynesiana.

  • Keynesismo fiscale – il governo prende in prestito del denaro dai mercati finanziari e quindi i politici redistribuiscono i fondi con la speranza che i destinatari spendano di più.
  • Keynesismo monetario – il governo crea più denaro con la speranza che dei tassi di interesse più bassi stimolino così i prestiti ed i destinatari spendano di più.

I critici avvertono, correttamente, che le politiche keynesiane sono sbagliate. Una maggiore spesa può essere una conseguenza della crescita economica,  ma non il fattore scatenante della crescita economica.

Ma i “trenta denari” dell’economia keynesiana continuano a riapparire perché offrono ai politici una scusa buona per comprare voti.

Il Wall Street Journal ha espresso la sua opinione sui rischi di un maggiore stimolo monetario keynesiano.

“La Federal Reserve è diventata il medico di base per qualsiasi cosa affligga l’economia degli Stati Uniti, e martedì il medico finanziario ha applicato quello che spera sarà un balsamo monetario contro il danno economico del Coronavirus. […] La teoria alla base del taglio dei tassi sembra essere che un’azione aggressiva sia il modo migliore per inviare un forte messaggio di stabilità ai mercati. […] ciò ci rende scettici. […] Nessuno prenderà quel volo per Tokyo perché la Fed improvvisamente paga meno sulle riserve in eccesso. […] Il grande errore della Fed dopo l’11 settembre è stato quello di mantenere i tassi all’1% o quasi per troppo tempo anche dopo che il taglio delle tasse del 2003 aveva fatto bisbigliare l’economia. Ecco come i semi del boom immobiliare e del tracollo furono seminati.”

E l’editoriale ha anche messo in guardia sugli ulteriori stimoli fiscali keynesiani.

Anche se un taglio fiscale temporaneo è il veicolo utilizzato per scaricare denaro nell’economia.

“Essendo l’anno delle elezioni, la classe politica sta anche iniziando a chiedere più “stimoli” fiscali. … Se il Signor Trump si innamorasse di questo, avrebbe abbracciato la Joe Bidenomics. Abbiamo già provato l’idea di una riduzione temporanea dell’imposta sui salari nell’era della lenta crescita sotto Obama, riducendo la quota del prelievo sui lavoratori dal 6,2% al 4,2% dello stipendio. Questa è entrata in vigore a gennaio del 2011, ma il tasso di disoccupazione è rimasto al di sopra del 9% per la maggior parte del resto di quell’anno. Le riduzioni fiscali temporanee mettono più denaro nelle tasche delle persone e possono dare una spinta a breve termine sulle statistiche del PIL. Ma l’effetto di crescita svanisce rapidamente perché non cambia in modo permanente sia l’incentivo a risparmiare che ad investire.”

Due punti veramente eccellenti.

Solo i tagli fiscali permanenti sul versante dell’offerta incoraggiano una maggiore prosperità, mentre così non fanno i tagli fiscali temporanei in stile keynesiano.

Data la divisione politica a Washington, non è chiaro se i politici saranno d’accordo su come perseguire il keynesismo fiscale.

Ma ciò non significa che possiamo rilassarci. Trump è un fan della politica monetaria keynesiana e la Federal Reserve è suscettibile alle pressioni politiche.

Non aspettatevi buoni risultati dagli intrallazzi monetari. George Melloan ha scritto  sull’inefficacia dello stimolo monetario l’anno scorso, ben prima che il Coronavirus diventasse un problema.

“I più recenti promotori degli “stimoli” monetari sono stati Barack Obama ed i presidenti della Fed che hanno servito durante la sua presidenza, Ben Bernanke e Janet Yellen. […] i presidenti dell’era Obama hanno cercato di stimolare la crescita “mantenendo la politica del tasso zero per sei anni e mezzo pur in un periodo di ripresa economica, e più che quadruplicando le dimensioni del bilancio della Fed”. E cosa abbiamo dimostrato? Dopo il crollo del 2009, la crescita economica tra il 2010 e il 2017 è stata in media del 2,2%, ben al di sotto della media storica del 3%, nonostante le drastiche misure della Fed. I bassi tassi d’interesse stimolano certamente i prestiti, ma non è la stessa cosa di una crescita economica. In effetti può spesso frenare la crescita. […] Infatti il Congresso si è fatto l’idea che il credito sia in qualche modo gratuito, quindi ora gente come Elizabeth Warren e Bernie Sanders pensano che lo Zio Sam possa prendere in prestito da un pozzo senza fondo. I prestiti facili non solo gonfiano i costi di servizio del debito, ma incoraggiano anche i cattivi investimenti. […] quando Donald Trump martella la Fed per avere dei tassi più bassi, […] ha ingaggiato una battaglia contro i mulini a vento.

Poiché la Federal Reserve ha già ridotto i tassi d’interesse, quel cavallo keynesiano ha già lasciato il fienile.

Detto questo, non aspettatevi buoni risultati. L’economia keynesiana ha un track record molto scarso (se il keynesismo fiscale ed il keynesismo monetario fossero una ricetta per il successo, il Giappone sarebbe in forte espansione).

Quindi speriamo che i politici non mettano una sella sul cavallo fiscale keynesiano.

Se Trump sente di dover fare qualcosa, ho classificato le sue opzioni (*) l’estate scorsa.

La linea di fondo è che una buona politica a breve termine è anche una buona politica a lungo termine.

(*) ecco alcune opzioni da adottare secondo Daniel J. Mitchell

  1. Eliminare i dazi – I vari dazi di Trump hanno reso l’economia americana meno efficiente e meno produttiva. E il Presidente ha il potere unilaterale di annullare le sue politiche protezionistiche e distruttive.
  2. Indicizzare i guadagni in conto capitale – L’argomento morale per utilizzare l’autorità di regolamentazione per indicizzare guadagni in conto capitale all’inflazione è altrettanto forte quanto l’argomento economico, per quanto mi riguarda. Le potenziali cause legali potrebbero creare incertezza e quindi ammutolire l’impatto benefico.
  3. Riduzione delle aliquote fiscali sui salari – Sebbene sia sempre una buona idea ridurre le aliquote fiscali marginali sul lavoro, i politici stanno solo prendendo in considerazione una riduzione temporanea, che ridurrebbe notevolmente qualsiasi potenziale beneficio.
  4. Non fare nulla – Ad oggi, in base alle dichiarazioni di Trump, questa parrebbe essere l’opzione più probabile. E dal momento che “fare qualcosa” a Washington spesso significa più potere per il governo, c’è una forte argomentazione in sostegno del “non fare nulla”.
  5. Infrastrutture – Temo che Trump si unirà ai Democratici (e ad alcuni Repubblicani “orientati alla carne di maiale”) per mettere in atto un pacchetto di spese per i trasporti.
  6. Easy Money dalla Fed – Trump spinge sulla Federal Reserve nella speranza che la banca centrale utilizzi i suoi poteri per ridurre artificialmente i tassi d’interesse. Il Presidente, a quanto pare, pensa che la politica monetaria keynesiana farà ruggire l’economia. In realtà, l’intervento della Fed di solito è la causa dell’instabilità economica.

Il Coronavirus ci può ricordare come l’istruzione potrebbe essere senza le Scuole

Articolo tratto e tradotto da FEE.com (di Kerry McDonald)

L’epidemia di Coronavirus potrebbe aiutare alcuni genitori a scoprire alternative migliori al di fuori della scuola tradizionale.

Mentre l’epidemia globale di Coronavirus chiude le Scuole per settimane e talvolta per mesi – circa 300 milioni di bambini attualmente non sta andando a lezione – genitori, educatori e legislatori stanno andando nel panico.

L’istruzione obbligatoria di massa è diventata una pietra miliare della cultura contemporanea, ma dimentichiamo che è un costrutto sociale relativamente recente. In risposta alla pandemia, le Nazioni Unite hanno dichiarato che “la portata e la velocità globale dell’attuale disordine educativo non hanno eguali e, se prolungate, potrebbero minacciare il diritto all’istruzione”.

Siamo collettivamente diventati così programmati da credere che l’istruzione e la Scuola siano sinonimi e che non possiamo immaginare di apprendere senza la scolarizzazione, per cui quando le scuole restano chiuse diventiamo spaventati ed impauriti. Se non altro, forse questo spavento per la salute in tutto il mondo ci potrà ricordare che la Scuola non è inevitabile e che l’istruzione non deve essere limitata alle aule convenzionali.

La scuola di massa è un idea nuova

Per gran parte della storia umana, fino alla metà del IXX Secolo, l’educazione è stata definita in linea di massima, diversificata e non dominata dalla scuola standardizzata. L’educazione domiciliare era la base, con i genitori che si assumevano la responsabilità dell’educazione dei propri figli, ma non erano i soli ad insegnare loro.

Piccole scuole private (c.d. “Dame Schools”) o l’asilo nella cucina del vicino, erano comuni durante l’epoca coloniale e rivoluzionaria americana; i tutor erano onnipresenti, gli apprendistati erano apprezzati e richiesti ed i tassi di alfabetizzazione erano estremamente alti. Le scuole pubbliche esistevano per integrare l’educazione delle famiglie che le volevano, ma non esercitavano ancora un potere ed un influenza così significativa.

I coloni Puritani approvarono le prime leggi sull’istruzione obbligatoria nella Baia del Massachusetts nel 1640, adducendo l’interesse dello Stato ad una cittadinanza istruita e costringendo le città di una certa dimensione ad assumere un insegnante o ad aprire una scuola di grammatica. Ma la coazione si basava sulle città per fornire risorse educative a quelle famiglie che la richiedevano, non per le famiglie in sé.

Gli storici Kaestle e Vinovskis spiegano che i Puritani “vedevano queste scuole come sussidiare per l’educazione all’interno della famiglia e non fecero alcuno sforzo per obbligare i genitori a mandare i propri figli a scuola piuttosto che istruirli in casa”. Tutto cambiò nel 1852 quando il Massachusetts approvò il primo statuto scolastico obbligatorio della Nazione, imponendo la frequenza scolastica sotto la minaccia legale della forza. Scrivendo nel suo libro,  Pillars of the Republic, Kaestle ricorda: “La società educa in molti modi. Lo Stato educa attraverso le scuole”.

Società senza istruzione

Abbiamo già visto che aspetto possa avere l’istruzione senza la Scuola. Quando lo sciopero degli insegnanti di Chicago chiuse le scuole pubbliche per 11 giorni lo scorso ottobre, la società civile si è mossa per colmare la lacuna.

Organizzazioni comunitarie come i Boys & Girls Club hanno aperto le loro porte durante il giorno ai loro giovani concittadini, l’acquario ed i musei della città hanno offerto dei programmi speciali, le organizzazioni religiose e le Chiese hanno accolto i giovani con attività di tutoraggio ed arricchimento, le biblioteche pubbliche ed i parchi erano popolati dalle famiglie, ed il programma federale per le mense scolastiche ha continuato a fornire pasti ai bambini bisognosi.

Lo stesso modello si ripete ogni anno durante le vacanze estive, con varie organizzazioni della comunità, aziende locali e spazi pubblici, come biblioteche e parchi, che offrono esperienze educative e ricreative per i giovani.

L’idea che i bambini e gli adolescenti debbano essere chiusi in un’aula scolastica convenzionale per imparare è un mito. Gli esseri umani sono programmati per imparare. I bambini piccoli sono studenti esuberanti, creativi, curiosi, appassionati dell’esplorazione e della scoperta. Queste qualità non scompaiono magicamente con l’età. Vengono sistematicamente soffocate dalla scolarizzazione standardizzata.

Come Peter Grey professore di psicologia e unschooling advocate di Boston, scrive nel suo libro, Free To Learn:

“I bambini vengono al mondo ansiosi di apprendere e sono programmati geneticamente con delle straordinarie capacità di apprendimento. Sono piccole macchine per l’apprendimento. Entro i primi quattro anni circa assorbono una quantità insondabile di informazioni e competenze senza alcuna istruzione… La Natura non disattiva questo enorme desiderio e capacità di apprendimento quando i bambini compiono cinque o sei anni. Lo disattiviamo con il nostro sistema coercitivo di scolarizzazione.”

Man mano che gli esseri umani condivideranno sempre più la loro esistenza con i robot, è fondamentale che i giovani conservino e coltivino l’immaginazione, l’ingegnosità ed il desiderio di apprendimento che separano l’intelligenza umana dal suo antipode artificiale. Queste qualità possono essere coltivate idealmente al di fuori di un’aula scolastica standardizzata e su misura per tutti, in cui bambini e adolescenti siano liberi di perseguire i propri interessi e di sviluppare abilità e conoscenze importanti, mentre vengono guidati da adulti di talento nelle proprie comunità.

Un esempio di questo tipo di apprendimento è una serie di lezioni diurne che vengono svolte di primavera per gli homeschooler in un makerspace di Boston che offre fino a nove ore di contenuti ogni settimana in materie che spaziano dall’architettura al design, dalle STEM all’arte, tenuti da ingegneri, scienziati, ed artisti. Queste sono le tipologie di educatori di alta qualità e le esperienze di apprendimento che si possono fare e prosperano quando cerchiamo e sosteniamo l’istruzione senza la Scuola.

Oltre allo spavento per la salute, il Coronavirus ha scatenato la paura diffusa di come i bambini devono essere educati quando non possono andare a Scuola. Nonostante il fatto che l’istruzione obbligatoria di massa sia una reliquia dell’era industriale, il suo potere e la sua influenza continuano ad esplicarsi. Forse alcune famiglie scopriranno ora che l’istruzione al di fuori della Scuola standardizzata non è qualcosa di cui aver paura, ma che può effettivamente essere il modo migliore per imparare nell’era dell’innovazione.

L’Anticapitalismo sul terreno dei Campus americani: una guerra in cui si gioca sporco

di Rainer Zitelmann su Forbes.com

Non è una novità che politici dichiaratamente anticapitalisti come Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez abbiano un gran seguito tra gli elettori più giovani. “Bernie Sanders ha guadagnato più voti nella fascia degli elettori under 30 che la Clinton e Trump messi insieme”, fa notare Wolf von Laer, l’Amministratore Delegato dell’organizzazione libertaria Students For Liberty.

Diversi sondaggi hanno mostrato come molti giovani americani, chiamati ad esprimersi su quale sistema reputassero essere il migliore tra quello capitalista e quello socialista, abbiano preferito quest’ultimo, indipendentemente dalla definizione che ne danno. E se ci fosse un legame tra il loro rifiuto del capitalismo e l’ambiente in cui studiano?

La proporzione tra professori liberal e conservatori è di 12 a 1.

Come scrive un ex-membro di Students For Liberty, Robby Soave, nel suo ultimo libro (Panic Attack. Young Radicals in the Age of Trump): “La maggior parte delle persone sa che i professori sono generalmente più ‘sinistrorsi’ dell’americano medio, ma ciò di cui probabilmente non si rendono conto è che moltissimi tra loro insegnano le proprie discipline applicandovi i metodi della ‘teoria critica’, quando non addirittura da una prospettiva manifestamente marxista”. Per quanto non vi siano dati recenti ed affidabili che ci permettano di misurare fino a che punto il socialismo si sia radicato nel sistema educativo americano, Soave cita uno studio del 2007 secondo il quale sebbene solo il 3% del totale dei docenti universitari si definisca marxista, in alcune discipline, come ad esempio la sociologia, si arriva ad un professore su quattro.

Il Dott. Wolf von Laer si rifà invece ad una ricerca della National Association of Scholars, una non profit che si occupa di temi relativi all’istruzione superiore, dalla quale emerge che il 40% dei migliori atenei umanistici non ha nemmeno un docente repubblicano, aggiungendo che: “se guardiamo invece ad uno studio condotto da ricercatori del Brooklyn College e della George Mason University, pubblicato dall’Econ Journal Watch, il rapporto tra il numero dei professori e dei ricercatori liberal rispetto ai conservatori è di quasi 12 ad 1, che a seconda del tipo di insegnamento può arrivare addirittura a 33 ad 1, come nel caso delle facoltà di scienze storiche.”

Tutta colpa della situazione economica degli studenti

Secondo Robby Soave, l’influenza dell’ambiente universitario è un fattore importante ma non cruciale, dato che “molti attivisti si radicalizzano ancora prima di immatricolarsi”. Il fattore discriminante sembrerebbe piuttosto essere la situazione economica in cui gli studenti vengono a trovarsi nel momento in cui completano gli studi, cioè quella di dover ripagare all’Università un debito ingente a fronte di scarse possibilità di carriera, che riguarda soprattutto i laureati in materie umanistiche, in psicologia, arte, e discipline affini. Come spiega Soave, la condizione che questi laureati si trovano a dover fronteggiare non risulta essere peggiore di quella in cui verserebbero se avessero deciso di non continuare gli studi e avessero cercato un impiego subito dopo il diploma, perché non solo si sarebbero ritrovati in una situazione migliore dal punto di vista economico, ma non avrebbero nemmeno avuto l’onere di sostenere gli alti livelli di debito comportati dai prestiti universitari.

Come prosegue Wolf von Laer, “La generazione Z e i millennials votano i politici che promettono università e sanità gratuite”, e siccome si tratta di posizioni spesso associate al “socialismo” da coloro che si collocano politicamente più a destra, molti giovani decidono di esprimere il loro dissenso ostentando la loro adesione al “socialismo”, come a voler lanciare una provocazione. Ovviamente quelli che tra loro aspirano veramente a stabilire un sistema socialista come quello che abbiamo visto in Unione Sovietica o nei paesi del blocco orientale non sono che una minoranza, mentre la maggior parte guarda invece al “modello scandinavo”, sull’esempio svedese o danese, identificando la società dei loro sogni con quella di paesi di cui in realtà sanno molto poco. “Al tempo stesso, infatti, Svezia e Danimarca figurano insieme agli stessi Stati Uniti tra i 20 paesi più capitalisti al mondo secondo l’Index of Economic Freedom, ma molti ragazzi questo non lo sanno”.

Wolf Von Laer e Students For Liberty tentano appunto di contrastare il radicamento dell’anticapitalismo nelle università americane. “Facciamo del nostro meglio proprio per cambiare questa situazione. Durante lo scorso anno accademico abbiamo avuto oltre 34.000 partecipanti ai nostri eventi, e questo solo negli Stati Uniti. Il nostro scopo è quello di formare i futuri difensori della libertà, cosicché gli argomenti a sostegno di una società più libera e tollerante abbiano delle figure pronte a rappresentarli nei media, nel mondo degli affari, in politica, e nel mondo delle arti e della cultura.”

Capitalismo? Sì, grazie. Il punto di vista dei giovani nei paesi in via di sviluppo

È interessante notare come i giovani asiatici, africani e latinoamericani abbiano una disposizione molto più positiva nei confronti del capitalismo rispetto ai loro coetanei statunitensi. Forse questo può essere dovuto almeno in parte al fatto che negli ultimi trent’anni la globalizzazione capitalista ha dato a più di un miliardo di persone gli strumenti per riemergere dallo stato di povertà assoluta in cui vivevano, soprattutto in Asia. “Mentre i giovani americani si concentrano soprattutto sui loro problemi economici e si scagliano contro l’aumento delle disuguaglianze in patria, molti ragazzi in Asia, Africa e America Latina si accorgono anche delle opportunità che il capitalismo gli offre”. Come fa notare Wolf von Laer: “tra i nostri membri, ad esempio, la passione con cui i più giovani difendono il capitalismo è spesso più forte nelle regioni in via di sviluppo. Abbiamo avuto un enorme afflusso di aderenti in Africa, Sudamerica, e soprattutto in Brasile, dove i nostri studenti hanno persino organizzato e capitanato cortei di protesta che hanno portato oltre 200.000 persone a sfilare per le strade del paese. Questi ex-studenti oggi siedono nelle assemblee legislative statali, e qualcuno, come Marcel van Hattem, anche al Congresso Nazionale del Brasile, mentre un altro dei nostri laureati ha anche scritto una proposta di legge che limiterà l’influenza dello stato brasiliano, e che secondo le stime dello stesso governo porterà alla creazione di 3,5 milioni di posti di lavoro nei prossimi 10 anni. È stata approvata nell’ottobre dell’anno scorso.”

Nelle Università americane, nel frattempo, gli studenti di sinistra e di destra spesso si scontrano – coi libertari pro-mercato che finiscono spesso sotto il fuoco incrociato. “L’egemonia della sinistra negli ambienti universitari ha provocato una reazione da parte del populismo di destra in molti paesi, cosa particolarmente manifesta proprio negli Stati Uniti. In questa guerra, insomma, si gioca sporco: l’insulto, la gara a chi strilla più forte, la derisione e le ‘invettive mematiche’ sono diventate una normalità che deteriora il confronto civile, con a seguire tutto il corollario di conseguenze negative che ciò comporta sulla libertà di parola – termine che diventa sempre più impopolare man mano che se ne diffonde l’abuso attraverso l’aggressività e il cattivo gusto”.

In questo scenario – e di conseguenza – lo scontro in atto nel campo di battaglia delle Università americane tra studenti “pro-mercato” e “socialisti” non può che diventare sempre più aspro.

Coronavirus. Criticare il Governo non vuol dire essere “sciacalli”

Questi giorni che stanno mettendo alla prova il nostro Paese ci dicono tante cose.  Ad oggi si contano 528 casi (tra cui vi sarebbero anche dei bambini) e 14 vittime, quarantene imposte nei due focolai di Lombardia e Veneto; scuole, università, cinema e altri luoghi di aggregazione chiusi; orari ridotti per gli esercizi commerciali, città come Milano semi-vuote. Di fronte a questa situazione, che non può che suscitare preoccupazione ed uno stato d’ansia generale (ma che è ben lungi da diventare una “psicosi”, termine che troppo spesso viene usato impropriamente) è perfettamente normale che più di qualche voce si alzi contro il nostro Governo.

Perché, effettivamente, ai più risulta incomprensibile come sia potuto accadere che, da pochi casi circoscritti, si sia arrivati ad essere il primo Paese in Europa per numero di contagi ed i terzi al Mondo. Che cosa non si è fatto? Perché non lo si è fatto prima? Tutte domande legittime.

Il Governo italiano ha chiesto alle forze politiche di condividere i provvedimenti presi per arginare l’epidemia di #Coronavirus, motivando questa richiesta con il fatto che l’interesse dei cittadini dovesse superare ogni polemica e divisione. Ma è assai difficile che questi appelli, pelosi e tardivi, all’“unità nazionale” ed al “bene comune” possano essere accolti, soprattutto se si tiene conto di una serie di debolezze del nostro sistema, che ovviamente preesistevano allo scoppio dell’epidemia, ma che con questa si sono acuite, soprattutto alla luce della cattiva gestione della comunicazione, sia interna che estera, messa in campo dal Governo nei giorni della crisi. 

In questo sentiamo che sia giusto sostenere, come ha ben fatto notare Nicola Porrosulla sua celebre “Zuppa” che “criticare il governo non vuol dire essere degli sciacalli”. Criticare l’azione di un Governo è sempre “cosa buona e giusta”, perché, ottimisticamente parlando, lo si può costringere a prestare più attenzione e a conformare il suo atteggiamento a dei canoni più razionali, oppure, aiutarlo a prendere atto della sua inadeguatezza ed invitarlo a farsi da parte, per lasciare il posto a persone capaci di proporre soluzioni più ponderate.

Perché, al di là degli appelli, è ormai chiaro a tutti che il Governo abbia “peccato” di negligenza e supponenza oltre ai limiti del tollerabile. Una situazione che dovrebbe essere come minimo “scomoda” per tutti coloro che, a differenza nostra, vedono il Governo come l’unica ancora di salvezza per preservare l’ordine sociale ed il quieto vivere civile: molto spesso, i Governi sono i primi responsabili degli scossoni arrecati allo stesso ordine sociale ed allo stesso quieto vivere civile che si vuole preservare. Uno spunto su cui riflettere (se si ha voglia).

E veniamo a quali sono gli errori e le mancanzeche ha manifestato il “Governo”(e lo diciamo in quanto tale, dunque, a prescindere dal colore politico che avrebbe avuto in circostanze diverse dalle attuali), discorso che può essere allargato al resto delle Istituzioni ed ai ben noti “corpi intermedi”.

In principio fu… “il Governo ha adottato le misure più restrittive per fronteggiare la diffusione del Coronavirus”, “abbiamo bloccato i voli, siamo facendo i controlli della temperatura corporea negli aeroporti”, “l’Italia ha fatto molto di più degli altri Paesi”. Mantra ripetuti a reti unificate per giorni. 

Poi, però, sono scoppiati i focolai in Lombardia e Veneto. Qualcosa non ha funzionato, e persino l’Organizzazione mondiale della sanità(OMS) – alle cui indicazioni il Governo diceva essersi atteso “scrupolosamente” – per bocca di Walter Ricciardi, ha rimproverato all’Italia “di avere agito in maniera non efficace al virus, perché la scelta di non mettere in quarantena tutti coloro che arrivavano dalla Cina ci ha resi suscettibili a una minaccia non ancora completamente esplorata dalla “comunità scientifica”. Per di più, la sospensione dei voli dalla Cina ha creato un’illusoria parvenza di sicurezza, mentre i portatori del virus arrivavano per altre vie”. Questa è stata, in definitiva, “una scelta non scientifica”. Se un Governo non si attiene alle raccomandazioni degli organi internazionali che lui stesso si è impegnato a seguire, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

E non si è comportato meglio nemmeno nei confronti delle Regioni, Lombardia e Veneto, le quali  avevano chiesto già tempo addietro, per bocca dei loro rappresentanti, misure volte al contenimento della diffusione del virus, come quella di effettuare dei controlli sanitari approfonditi e di isolare o mettere in quarantena per almeno due settimane gli alunni che fossero stati in Cina nelle due settimane precedenti (indipendentemente che fossero cinesi o meno, è bene precisare), prima di poter rientrare nelle scuole. A questi il Governo ha risposto che erano provvedimenti “sproporzionati” e che violavano il “diritto all’istruzione”. Bene. Ora le scuole sono chiuse per tutti, con buona pace del “diritto all’istruzione”. Se prima dici che non vuoi lasciare a casa gli studenti di rientro dalla Cina, e poi fai chiudere tutte le scuole di ogni ordine e grado per una settimana, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

Scelte di questo tipo, come anche quelle che sono state messe in atto “di concerto” con le Regioni interessate una volta che sono scoppiati i focolai, sarebbero anche compatibili con una teoria dello “Stato Minimo” e non hanno destato particolare risentimento nella popolazione, che le accettate. Giuste, anche se con sofferenza, la loro disposizione. Ma se non vuoi fare nemmeno quello che uno “Stato Minimo” potrebbe fare, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

Non è andata meglio nemmeno alla comunità cinese, che aveva chiesto (come a Prato) di poter mettere in atto l’auto-quarantena, insieme agli spazi per farlo. Niente. Nemmeno l’Ancap ti lasciano fare in santa pace. Se non stai a sentire nemmeno quando i tuoi stessi cittadini vogliono mettersi di propria volontà in quarantena, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

Come se non bastasse, e come se la situazione lo richiedesse, abbiamo dovuto assistere anche al “battibecco fra Istituzioni”, con il Capo del Governo che prima si dice “sorpreso” dell’impennata dei contagi, scatenando l’ansia della popolazione invece di rassicurarla; poi le minacce di divulgare degli screenshot con cui si voleva dimostrare il silenzio dell’opposizione, come fosse una liceale appena mollata dal fidanzato, fino ad arrivare al Presidente della Lombardia che lascia una video-conferenza incazzato nero perché, sempre il Capo del Governo, avrebbe insinuato che la “colpa” del contagio fosse tutta delle Regioni che non avevano seguito i protocolli. Se fai i richiami all’unità ma poi giochi allo “scaricabarile”, poi non lamentarti se fioccano le critiche. 

Ora vorrebbe pure avocare a sé i “poteri straordinari”(leggi, “i pieni poteri”) delle Regioni per risolvere l’emergenza.

Come è tipico nel nostro ordinamento dello Stato, le competenze non sono mai “chiare” e predeterminate, ma si gioca sul filo dell’incertezza e della “condivisione”, tra competenze “concorrenti” ed “esclusive”, tra sussidiarietà “verticale e orizzontale” e altre “pippe”, sempre disposte di modo che comunque il Governo centrale possa mettere “becco” su tutto, perché in questo Paese si ritiene sempre che “chi sta sopra” abbia la precedenza su “chi sta sotto”, e mai il contrario. Ci voleva in effetti una bella botta di centralismo, a questo punto.

La verità è che le Regioni si sono trovate a “mettere una pezza” all’irresolutezza del Governoe che stanno rispondendo proprio in virtù dell’efficiente “organizzazione tecnica” che gli è stata concessa. Ma è molto più comodo prendersela con il personale medico (che sta facendo un lavoro egregio) o con un ospedale, adducendo che “non sono state seguite le procedure” che lo stesso Ministero della Sanità aveva emanato (e che sembra difficile i medici e i sanitari non osservassero, date le potenziali cause civili e penali in cui incorrerebbero se non seguissero i protocolli) per poi sfruttare l’emergenza allo scopo di avocare a sé i “pieni poteri”: “no al federalismo sanitario”, dicono da Roma. 

Ma, in questo Paese, quello che è straordinario diventa poi ordinario. È quindi un attacco inopportuno che viene mosso alle Regioni che hanno la sanità migliore del Paese perché, primo, il Governo mal tollera che ci sia qualcuno “più bravo” per il semplice fatto che lascia indietro gli altri (e questo non viene mai letto come uno stimolo “agli altri” per fare meglio), secondo, un attacco a due sistemi sanitari regionali che sono gli unici a lasciare un po’ di spazio di intervento alla sanità privata. Tanto più che se i rappresentanti delle due regioni incriminate chiedessero con un referendum ai propri cittadini se vogliono continuare ad avere una sanità gestita da loro oppure da Roma, la loro risposta lascerebbe ben poco margine d’interpretazione. Il Governo si dovrebbe preoccupare di assicurare il coordinamento e le risorse necessarie, far emergere dal dialogo tra amministratori locali quali sono le “best practices”; non certo di sostituirsi a due Regioni che attraverso il proprio personale sono perfettamente grado di gestire la situazione (e che lo stanno dimostrando ogni giorno), né tantomeno di pretendere di sostituirle nel momento in cui decide arbitrariamente che “non sono capaci”.

Non è andata meglio nemmeno sul fronte internazionale: tafferuglio diplomatico con la Cina per il “blocco dei voli diretti” (che poi non è servito a niente); poi, dopo lo scoppio dei focolai, è stato tutto un oscillare tra un “siamo bravissimi a fare i tamponi” e un “gli altri non li fanno”: come se nel resto d’Europa ci fossero altri Paesi in preda al Coronavirus, ma i Governi a Parigi, Londra, Madrid e Berlino se ne fottessero. Mentre la Gran Bretagna ne ha fatti più di seimila, noi siamo arrivati a quattromila, ma solo dopo che è scoppiata l’epidemia e, fino ad allora, ne erano stati fatti solo poche decine. Infine, il caso delle Mauritius, che bloccano un aereo proveniente dall’Italia e ce lo rimandano indietro. E la Farnesina muta. Poi però non lamentarti se fioccano le critiche.

L’Unione Europea, invece di cogliere l’occasione per “mettersi alla testa dell’emergenza”, è invece riuscita nel capolavoro di scomparire come le ciliegie in inverno, trincerandosi dietro le “competenze nazionali”. Not my problem. Per chi vuole portare (ancora) avanti il sogno di un’integrazione europea, questo è il momento di interrogarsi (ed intensamente, molto).

Si può dire, insomma, che al Governo non ne abbiano azzeccata una o che ne abbiano azzeccate poche senza essere additati come “sciacalli”? Finché ci sarà lalibertà di criticare il Governoper quello che fa, allora potremmo dire di vivere ancora in un contesto di libertà e di democrazia.

Dicevamo, ad oggi si contano 528 casi e 14 vittime, vittime però che sono trattate come “numeri” e minimizzandone la tragica sorte: “sono anziani con problemi medici pregressi” o “sarebbero morti comunque”. Sono, prima di tutto, P-e-r-s-o-n-e. Anche qui, i sostenitori dello “Stato forte” (ma anche, in generale, chi lo sta facendo in questi momenti) dovrebbero chiedersi se uno Stato che considera i suoi stessi cittadini come “numeri” stia davvero gettando “ponti d’oro” verso il liberismo… e poi si vuole andare in giro a cianciare di “nuovo umanesimo”. In un Paese che ha sempre più anziani, la questione dovrebbe essere trattata un po’ più seriamente.

Veniamo anche ai “corpi intermedi” che, assieme al Governo, stanno dando prova di incredibile serietà. Netta la distanza che esiste tra politici ed il mondo reale. Tra le varie ospitate cui possiamo assistere in televisione, i politici, abituati ormai solo ai talk show, sono incapaci di parlare a un Paese spaventato e fragile. 

Ma anche i giornalisti ne escono male: sensazionalismo, paure indotte, titoli esagerati. da una parte, la stampa più vicina alla “destra”, tra un “ve l’avevamo detto” e l’altro, e gli appelli preoccupati affinché siano effettuati controlli su chi sbarca fino alla “sospensione di Schengen”, e quella più vicina alla “sinistra”, che se la ride sotto i baffi perché “i contagiati sono tutti italiani e non c’è un cinese” e “ora gli altri ci trattano come noi volevamo trattare i cinesi”… insomma, tra quelli additati di essere degli “sciacalli”da una parte e le “iene ridens” dall’altra, non è che ci si riesca a salvare più che dal Coronavirus. Meglio spegnere il televisore.

Su internet, nel panorama “mematico” generale, che ci tiene compagnia in questi giorni, si è avuto pure il coraggio di “tifare INPS” perché il Coronavirus colpirebbe i “vecchi”, con conseguente sollievo per il nostro sistema pensionistico. Ora, a parte il fatto che non si deve mai “tifare INPS”e che l’INPS vada privatizzato per il nostro stesso bene, data l’incapacità di gestire le nostre pensioni, gli scandali degli “assegni d’oro” lautamente elargiti e la mala gestione del suo vastissimo patrimonio immobiliare, che non viene fatto fruttare economicamente ma viene abbandonato alla “manomorta”, pensare che la dipartita di qualche decina di anziani possa risollevare la situazione del sistema pensionistico italiano è una cosa da pazzi. “Sciacalli” (veri, stavolta).

In ultima analisi, è il Governo che ha alimentato la paura, sia negli italiani che negli altri Paesi (nei confronti dell’Italia). Lo ha fatto sin da quando, con magna superbia, aveva comunicato di aver messo in sicurezza il Paese chiudendo i voli con la Cina, provvedimento (citiamo testualmente) “all’avanguardia”. Gonfiando il petto in quella occasione è come se avessero dato degli scemi a qualsiasi altro capo di Governo in Europa ed in Occidente, che non aveva adottato misure così “draconiane” (ma, a quanto pare, inefficaci). Quando poi sono scoppiati i focolai, il Governo, ancora una volta, invece di stare zitto e lavorare con umiltà, ha nuovamente gonfiato il petto e dato dello scemo e incapace a qualsiasi omologo europeo: “in Italia più contagi solo perché noi abbiamo fatto fare più controlli e tamponi”.

Ora, da un Governo con la G maiuscola, ci si aspetterebbe principalmente che, nella situazione che si è creata, rassicurasse i cittadini, perché l’ansia generale, se non si è già diffusa, almeno venga contenuta. Il Presidente della Repubblica, con dei comuni in quarantena, scuole chiuse, supermercati presi d’assalto, due Regioni in cui la vita è congelata, dovrebbe come minimo apparire in televisione e fare un discorso alla Nazione, rassicurando i cittadini sull’azione di Governo. Niente. Il programma “Chi l’ha Visto?”potrebbe farci una puntata. Il Ministro della Sanità dovrebbe rassicurare anch’egli i cittadini, garantendo che ogni misura è stata presa, spiegandogli in che modo vengono portate avanti e relazionare sui risultati ottenuti. Niente. Silenzio (da venerdì!). Le istituzioni europeedovrebbero anch’esse sostenere un Paese membro che si trova in una momentanea difficoltà, invitando alla calma gli altri Paesi della Comunità e accantonarei particolarismi ed astenersi dall’adozione di provvedimenti che potrebbero danneggiare l’Italia, rassicurando al contempo che le misure, anche in campo economico, verranno messe in campo (soprattutto per il “Day After”, quando la crisi sarà passata). Niente. Ci si limita ad essere spettatori: “speriamo che non succeda anche a me”.

Il Governo dovrebbe rassicurare sul fronte economico che le quarantene o le limitazioni alla vita sociale, per una o due settimane, non avranno un impatto devastante (o che ne avranno uno “minimo”); la situazione economica del Paese lo richiederebbe, dato che già le stime sulla crescita non erano “rosee”, ora è prevedibile che – se la situazione dovesse prolungarsi per due/tre mesi – si assisterà ad un peggioramento, stavolta si, drastico. Invece, chiude tutto, scuole, negozi, teatri, il Salone del Mobile, pure il Campionato… ma poi invita i turisti a venire lo stesso in Italia: “è un paese sicuro”… come puoi essere credibile?

Dovrebbe rassicurare i mercati (ultimamente pare che questi ascoltino più le dichiarazioni dei Governi che il loro portafogli). Invece, niente. I nostri imprenditori vengono lasciati da soli davanti ai clienti internazionali che, anche giustamente, non si fidano se il Governo per primo non da segnali rassicuranti. Questo rende ancor più difficile la loro situazione, perché non hanno più sbocchi a causa della crescente preoccupazione. La paura della crisi economicasi diffonde come un virus, e l’effetto “domino” qui l’abbiamo assicurato.

Ci sono poi i bar, gli artigiani, i ristoranti, i negozianti, le imprese che hanno dovuto chiudere per giorni o che comunque hanno subito dei rallentamenti… il Governo dovrebbe poi mettere in atto una serie di “misure straordinarie”, come l’esonero dai versamenti delle tasse per le zone quarantenate, uno sconto fiscale per gli esercizi commerciali che operano ad orario ridotto in quelle Regioni in cui vigono ordinanze che impongono una limitazione in tal senso, ecc, insomma, tutto quello che serve per non andare ulteriormente a deprimere aree del Paese gravemente colpite dall’emergenza e quelli che stanno fuori (i consumi diminuiscono, ma l’affitto del locale non ti diminuisce, il muto lo devi continuare a pagare, ecc.).

Ma pare che di tutto ciò non se ne farà assolutamente nulla. Anzi, è più probabile che, al termine della crisi, la “vite fiscale” si stringerà ancora di più, con grave danno per l’economia dell’intero Paese: la zona più colpita è il Nord Italia, quella più ricca e produttiva… se il Nord cede, l’Italia crolla.

Si può ancora dire questo senza essere additati come “sciacalli”?

Di fronte alle inerzie del Governo, non ci resta che adottare i comportamenti raccomandati dagli esperti per la protezione individuale. Lavarsi spesso le mani, non toccarsi occhi, naso e bocca, pulire le superfici con alcol e cloro, usare la mascherina solo se si tossisce o si starnutisce per non infettare gli altri (se si è sani non serve) e tanti altri, rispettare le ordinanze dei Sindaci (che per come svolgono il loro lavoro, sono tra gli amministratori pubblici che possono godere ancora di una ampia fiducia da parte della popolazione), rassicurare chi ci sembra spaventato o troppo ansioso ed invitarlo a seguire i comportamenti corretti, parlare delle cose che ci piacciono… affinché, almeno, con i nostri comportamenti individuali, possiamo dimostrare di poter fronteggiare questa “prova” meglio di come stanno facendo le “alte” Istituzioni che ci dovrebbero rappresentare.

Coronavirus, “caccia al disinfettante”. Prezzi alle stelle per mascherine e prodotti igienizzanti.

In seguito all’ansia generalizzata derivante dai primi casi di CoronaVirus COVID19 nel nostro Paese, gli Italiani hanno preso d’assalto i supermercati e cercato di acquistare quanti più beni di prima necessità possibili, per anticipare una possibile quarantena.

Inoltre, gli acquisti di prodotti igienizzanti come i gel per le mani o le mascherine per evitare il contagi sono aumentati, provocando un conseguente aumento dei prezzi. Tale incremento ha portato numerose persone a lamentarsi di un presunto sciacallaggio da parte dei produttori e distributori di questi beni, che dovrebbero evitare di lucrare in queste situazioni complicate.

Ma è davvero così? L’aumento del prezzo dei gel igienizzanti e delle mascherine è derivante da un comportamento disdicevole dei produttori oppure è semplicemente un naturale effetto del mercato che tenta di allocare più efficacemente le risorse scarse?

L’aumento della domanda di un bene spinge il prezzo del bene stesso ad aumentare. L’extra profitto derivante aumento del prezzo segnala alle aziende produttrici che è arrivato il momento di produrre una quantità maggiore del bene e gli fornisce le risorse e gli incentivi per farlo. Nel breve periodo l’aumento del prezzo ridurrà le vendite, in modo da evitare la totale scomparsa del bene dal mercato. L’allocazione è efficiente in quanto il bene verrà acquistato solo da chi davvero lo desidera, ma ovviamente non equa, in quanto consumatori con maggiore disponibilità di denaro potranno acquistarlo più facilmente. Ma le aziende nel frattempo, grazie al segnale mandatogli dal prezzo, avranno aumentato la produzione, e presto saranno in grado di offrire la giusta quantità di bene, portando il prezzo a diminuire nuovamente.

Se questo vi sembra comunque non equo e corretto, pensiamo alle alternative.

Lo Stato potrebbe imporre un “calmiere”, quindi scegliendo un ‘tetto massimo’ per il prezzo del bene, o un ‘razionamento’, scegliendo quindi la quantità massima acquistabile da ogni consumatore. In entrambi i casi, le aziende non riceveranno nessun segnale dal mercato che li spinga ad aumentare la produzione o extra-profitti che l’incentivino a farlo. Così facendo, l’allocazione del bene non sarebbe né equa né efficiente, in quanto vigerebbe la regola del “chi prima arriva meglio alloggia”. Cioè, i primi ad acquistare il bene ne avrebbero a sufficienza, mentre quelli che si sono “mossi in ritardo” rimarrebbero a mani vuote. Anzi, ad un certo punto, il bene potrebbe scomparire del tutto dal mercato.

Per chi non credesse a ciò che abbiamo scritto su, dovrebbe sovvenire facilmente alla memoria l’immediata analogia con il Capitolo XII de “I Promessi Sposi”, quello in cui Alessandro Manzoni ci narra delle conseguenze dell’introduzione di un calmiere del prezzo del pane in seguito a una scarsità di offerta derivante da un raccolto insufficiente. Il Manzoni, già nel XIX secolo aveva capito le conseguenze nefaste della manomissione del sistema dei prezzi nel circuito del mercato.

Purtroppo molti oggi stentano a capire (o fanno finta di non capire) questi semplici meccanismi.