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Sovente odo confidenti e conoscenti definirsi “liberali”, “democratici” o addirittura, i più audaci, amano qualificarsi come “liberaldemocratici”. Nelle loro orazioni parlano di libertà, confondendola con “diritti”, di uguaglianza, confondendola con “giustizia sociale”, e di competizione, confondendola con “intervento statale e partecipazioni”.

Sono, per la maggiore, campioni indiscussi dell’Accademia, conduttori televisivi e giornalisti.

Tratto comune distintivo: amano farsi chiamare intellettuali.

Raimondo Cubeddu, nel suo libro “La Cultura Liberale in italia”, sostiene che in Italia c’è un pasticcio linguistico e concettuale sul termine “liberale/liberalismo”.

Tutto parte da ciò che in Italia è stato associato a questo termine e agli interpreti che se ne sono fatti fautori: Cavour, Mazzini, Garibaldi. Infatti, la storia del liberalismo italiano è legata alla costruzione dello Stato nazionale da parte dei protagonisti del Rinascimento. Essi pensavano all’Italia Unita, avevano l’idea di calare l’Italia dall’alto, riunire, aggiustare, regolare. Un piano elitario condotto sulla supposizione (che per loro era una sicurezza) che tutti i cittadini della Nuova Penisola avrebbero beneficiato da quest’unione. Non per nulla Massimo Taparelli d’Azeglio nel 1861 afferma “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Tutti i nuovi adepti al magnificente progetto partecipano alla stagione di nation-building. L’idea di fondo che animava i nuovi spiriti italici era quella di sostenere lo Stato per delegittimare i sovrani regnanti nella penisola e delegittimare la Chiesa. Questa caratteristica è peculiarmente Italiana perché lo Stato italiano è stato creato relativamente tardi rispetto a molti altri Stati europei, in cui l’esperienza liberale è nata in un contesto già statale e si è quindi sviluppata come rivolta da esso. I pensatori italiani liberali si scontrarono quindi con tematiche completamente diverse da quelle incontrate dagli altri europei. Era lo Stato il soggetto chiave della loro riflessione economica e politica, non l’individuo.

L’Unità non fu vissuta a lungo come un momento di liberazione e di trionfo degli ideali liberali dei diritti individuali, ma si trasformò velocemente nella preoccupazione di organizzare al meglio l’apparato Statale come difensore delle libertà.

L’epilogo del pensiero liberale italiano si ha con l’esasperata, e poco proficua, disputa tra Croce e Einaudi su “liberismo e liberalismo”. Croce sosteneva che qualsiasi disfunzione del mercato potesse essere corretta dall’intervento statale che avrebbe operato sempre in un modo eticamente giusto. Egli sosteneva che si potesse separare un “liberalismo politico” da un “liberismo economico” e che la libertà in campo economico andasse corretta, controllata, attraverso l’intervento politico. Einaudi invece sosteneva che senza libertà economica non ci potesse essere libertà politica.

Questo carattere del dibattito pone un problema enorme e una convinzione del tutto fallace nelle coscienze dei nuovi “italiani”: la politica è meglio attrezzata per operare nella sfera economica, soprattutto perché guidata da una morale più alta e ispirata da ideali etici universali. Di qui, la convinzione dei liberali nostrani che lo Stato, in qualche modo, sia il guardiano dell’individuo. Se i presupposti sono quindi fallaci, il risultato è drammatico, l’antitesi del liberalismo stesso: più politica, ovvero più scelte collettive a scapito quindi delle scelte individuali.

Gli italiani hanno sempre tentato di trovare una terza via tra capitalismo e comunismo, parlando di liberalsocialismo, socialismo liberale e compagnia bella. Tuttavia, come insegna Ludwig von Mises, non esiste affatto una “terza via”, e le scuole di pensiero italiane erano tutte riproduzioni del socialismo con una certa libertà. L’intervento statale è perciò endemico nella Penisola, tutto va avanti a forza di compromessi e in assenza di una teoria di fondo. È un liberalismo senza fascino.

Il liberalismo non è nato in Italia, per cui è inutile che noi ci inventiamo le cose. La nostra cultura politica non è stata una cultura liberale. Quando si parla di ideologia italiana liberale dobbiamo chiederci cosa sia effettivamente questa ideologia italiana. Noi non siamo liberali, vogliamo che lo Stato intervenga e che ci aiuti, non siamo in grado di assumerci le nostre responsabilità. L’unico vero pensatore liberale italiano, Bruno Leoni, lo abbiamo dimenticato e ignorato per molto tempo (e da poco riscoperto). Noi tendiamo la mano allo Stato e non ci accorgiamo che rinunciamo alle nostre libertà e perdiamo il futuro, quella “libertà dei moderni” che secondo Benjamin Constant tanto ci riguarda(va).

Il pensiero liberale dice che noi della scarsità non possiamo liberarci e, seppur in Italia non vogliamo crederci, continuiamo a volere e invocare questo pensiero liberale. Ci promettono e noi abbocchiamo. E questo è un impoverimento dal punto di vista materiale e un restringimento della nostra libertà. Il problema è culturale. L’estensione dello Stato, dalla sua nascita, non ha mai permesso che si sviluppasse un’accettazione delle conseguenze inintenzionali delle azioni degli uomini, perché lo Stato le avrebbe anticipate e corrette. Così facendo abbiamo nutrito quella convinzione che gli individui non siano capaci di scegliere in modo ottimale per sé stessi.

La presenza dell’intervento statale che vuole correggere l’economia restringe il processo di scoperta che gli individui conducono sul mercato, rendendosi conto che certi investimenti porteranno dei guadagni ed altri delle perdite. Tuttavia, è il processo competitivo e non l’intervento statale che aiuta l’esplorazione dell’ignoto e la correzione degli errori. Se viviamo nella civiltà e nel benessere oggi, lo dobbiamo a questa tradizione liberale, alla libertà di scelta, e non all’organizzazione dell’economia che si ha avuto nel ’900 sotto socialismo, nazismo e fascismo.

In una società libera, come dovrebbe essere la nostra, ciascun individuo potrà perseguire i propri fini in base alle proprie cognizioni, senza che ci sia un piano imposto da un potere centrale. Il risultato di queste singole azioni creerà un ordine spontaneo (o inintenzionale) che lascia ogni persona libera e indipendente. La colpa che abbiamo, ogni giorno, quando sosteniamo l’intervento statale in economia è che ci illudiamo che un ordine intenzionale possa essere portato avanti, anzi possa esser reso ancora più severo e rigido, da un unico ente pianificatore, con la promessa di giungere, attraverso la centralizzazione della società, ad una società a-economica e a-politica. Ossia esattamente quella società che era il punto d’arrivo del comunismo. Impossibile: significherebbe vivere in una società senza scarsità (a-economica) e senza scelte collettive (a-politica).

Ma ormai è stata sdoganata l’idea che possa esserci un misto di libertà e pianificazione.

E la verità è che lo spirito dei tempi ci mostra che la libertà arretra e il governo avanza. Sempre più leggi vengono emanate, le tasse si alzano, il politically correct impera, e dopo ogni crisi lo Stato si ingrandisce. Se noi pensiamo di dover tutelare le persone anziché rivolgerci alla responsabilità dei singoli individui, allora stiamo formulando un argomento che è contro l’esistenza stessa della democrazia: infatti, se dovessimo arrivare a tutelare l’individuo anche dai flussi delle informazioni che caratterizzano le sue scelte, dovremmo tutelarlo anche nei confronti della politica e allora dovremmo abolire la democrazia.

Noi stiamo vivendo uno dei periodi più duri della libertà. Non esiste nessun antidoto nei confronti della salvaguardia della libertà, e la nostra Costituzione è sbilanciata piuttosto a ricercare l’uguaglianza e la giustizia sociale. Nemmeno il Costituzionalismo è riuscito ad imbrigliare lo Stato stesso.

La nostra società è infiacchita e deresponsabilizzata da decenni per colpa di politiche assistenzialiste e predatorie. Chiediamo leggi per non dire o sentire certe cose, per essere educati… Arriverà il momento in cui chiederemo nuove libertà oppure continueremo a chiedere uno Stato sempre più etico?

Hayek ne La società libera diceva che “La libertà, necessariamente, significa che saranno fatte molte cose che non ci piacciono. La nostra fede nella libertà non si basa sui prevedibili risultati in determinate circostanze ma sulla fede che essa, nel complesso, libererà più forze benefiche che non malevole”. Di conseguenza, come diceva Einaudi in Prediche inutili, il liberalismo è una dottrina non per tutti, per adulti. E non tutti gli uomini hanno la maturità di volere la libertà al di sopra della sicurezza. Non tutti vogliono lottare, non tutti vogliono la concorrenza.

La teoria liberale non promette subito un risultato. Indica un itinerario. Ma, cosa ancora più importante, il liberalismo è la teoria della limitazione del potere. Quello che dobbiamo fare è incamminarci verso un itinerario per soggiogare la sfera politica, non per farcisi soggiogare.

Quello che Murray Rothbard proponeva non è un’utopia, ma è un futuro aperto. Non è detto che lo Stato sia eterno e debba esistere per sempre. Ma questa è tutta un’altra storia… 

Lisa Kinspergher

Che ci frega della patente digitale di Bologna?

Chiudiamo un attimo gli occhi. Immaginiamo di trovarci nella Repubblica Popolare Cinese, precisamente durante la dittatura perpetua dell’illuminato Xi Jinping. È stato appena approvato e introdotto il sistema del credito sociale, ossia un sistema di attribuzione di “punti” ad ogni cittadino, in relazione al suo comportamento e alle sue azioni all’interno della società, per monitorare innanzitutto la sua approvazione nei confronti del regime. Questa misura è applicata indiscriminatamente a tutti gli abitanti, anche contro la propria volontà, e il punteggio attribuito ad ognuno può essere negativo (per ogni azione “cattiva” o sospetta contro il regime) o positivo (per ogni azione che indichi fedeltà al regime e adesione ad esso). Sotto la soglia di un certo punteggio non si possono svolgere più alcune attività, ad esempio, richiedere un prestito in banca o viaggiare all’estero. Ulteriormente al di sotto quella soglia, si rischia la prigione.

Ora riapriamo gli occhi. Ci troviamo nella ben più “democratica” città di Bologna, in Italia. La settimana scorsa, la giunta comunale del sindaco dem Lepore, approva l’introduzione, a partire dalla fine dell’estate 2022, della “patente digitale”, o meglio, il cosiddetto “citizen wallet”. Si tratta di una app che monitorerà le (buone) azioni dei (buoni) cittadini, che si distinguono per mobilità sostenibile, raccolta differenziata, utilizzo adeguato dell’energia, possesso della card cultura e molto altro. Ad ognuna di queste (buone) azioni verrà assegnato un punteggio digitale che verrà caricato sulla carta e a cui corrisponderanno una serie di “premi” che il cittadino virtuoso potrà spendere ad esempio in attività culturali. L’adesione al progetto è per ora su base volontaria.

Ora un ultimo esercizio: chiudiamo per l’ultima volta gli occhi e immaginiamo di trovarci nella Grecia del 300 A.C., quella di Platone. I governanti sono i cosiddetti “principi filosofi”: loro sono i migliori, gli unici all’interno della polis in grado di dirigere la società. Illuminati dalla loro conoscenza sanno distinguere le azioni da considerare virtuose da quelle immorali, riprovevoli e le indicano ai ben più ignoranti abitanti in modo da raggiungere il “bene” della polis.

L’inquietante e drammatica somiglianza tra questi tre mondi è facile da cogliere quanto da ignorare. I più ottimisti e sostenitori di ogni forma di statalismo riformatore negheranno qualsiasi somiglianza con la Repubblica Popolare, appellandosi al fatto che la patente digitale bolognese è adottata su base puramente volontaria, non considera i punti “negativi” per le azioni “infami” e, in fondo in fondo, i comportamenti virtuosi che patrocina sono decisamente ragionevoli e auspicabili.

Senza addentrarsi nella giungla di quali siano precisamente questi comportamenti “virtuosi” e i rispettivi “premi”, che ritengo estremamente di poco conto poiché soggetti ad una costante revisione politica, i punti degni di attenzione che emergono da una siffatta misura amministrativa sono i seguenti:

1) una concezione utilitaristica del potere orientata a modificare i comportamenti dei cittadini in vista di un “bene comune”; 2) l’idea che esista uno Stato o una politica che debba farsi etica; e 3) un ritorno a quell’idea di politica “illuminata” tipica dell’esperienza sei-settecentesca europea con i suoi monarchi.

Concezione utilitaristica

Il fine dell’introduzione della patente digitale è evidente: modificare (inizialmente su base volontaria) i comportamenti dei cittadini per renderli più sostenibili e compatibili con il benessere della città. Questa idea di benessere della società (anche detta “pubblica felicità”) comincia ad emergere con i primi fautori dello Stato moderno, ovvero Jean Bodin e poi Thomas Hobbes, alla fine del sedicesimo secolo. Che sia il concetto di Sovranità o la figura del Leviatano, l’obiettivo è sempre quello di ricercare un “ordine perfetto” attraverso la disciplina sociale. Indubbiamente, non è immaginabile il raggiungimento dell’ordine senza la maggior possibile potenza dello Stato come sua fondamentale condizione e garanzia: è questa la politica della Ragion di Stato.

Le misure amministrative che impongono una “disciplina” sono considerate la condizione per uno sviluppo ordinato ed equilibrato della società, spesso e volentieri, come in questo caso, per correggerlo.

Dunque, solo il governo può provvedere al raggiungimento di certi obiettivi civili e sociali di “pubblica felicità”.

Ed è proprio qui che sta la maggiore criticità. Come dice Bazzoli: “Una volta posto il fine supremo del governo nella felicità materiale dei sudditi, ogni discussione sulla struttura, sui modi, sui mezzi di governo sembra venire ridimensionata ad un livello subordinato di importanza. Sembra non importare affatto chi detenga il sommo potere; importa invece che l’esercizio di governo sia “illuminato”. Sembra non importare che la struttura dello Stato sia assolutistica; importa però che il suo funzionamento sia conforme ai valori su cui tende a convergere il consenso della società”.

Lo Stato etico

Che lo Stato voglia sottrarre anche la dimensione etica (o morale) dei cittadini è chiaro già da tempo: sempre più leggi vengono proposte per dirci cosa possiamo e non possiamo dire; il passo successivo è, evidentemente, andare ad operare sui comportamenti. Se ci guardiamo ancora più indietro, velocemente la religione dello Stato si è sostituita alla religione della Chiesa, e questa trasformazione ha rivoluzionato i precetti morali degli individui. L’idea è ormai quella che la politica non debba prescindere dai principi di un’etica mondana e razionalistica, ma, anzi, fare di tutto per implementarla.

Nel suo “Discorso preliminare” dell’Encyclopédie d’Alembert scriveva che “la politica, che è una specie di morale di genere particolare, superiore, alla quale i principi della morale comune non possono talvolta adattarsi se non con molta sottigliezza”, richiede uno “studio che è forse di tutti il più arduo…”.

Il problema dello Stato nella sua accezione etica è la divisione intestina ad una comunità che provoca: dal momento che ci sarà sempre qualcuno che non condivide l’etica statalista prescritta, è in questo campo che si creeranno le più forti rivalità tra cittadini. Le questioni politiche, quando coincidono con questioni etiche, sono questioni di principi, ovvero quelle per cui gli uomini sono più inclini a scontrarsi e difendere ad ogni costo.

La politica “illuminata”

I sovrani del sei-settecento si erano persuasi che per migliorare le condizioni degli uomini bisognasse incrementare la cultura riformatrice in nome della razionalità e del bene pubblico. L’idea è quella che una cerchia ristretta, se non ristrettissima ad un unico uomo, ossia il sovrano, avesse ben chiara la gerarchia di valori e comportamenti che andassero promossi, se non, addirittura imposti.

Grazie alla loro legittimazione divina, i sovrani erano convinti di avere tutte le informazioni necessarie per capire quale fosse, in prima battuta, il bene dei sudditi e, in un secondo momento, i programmi concreti per raggiungerlo. Se da una parte, sempre come dice Bazzoli: “per il potere civile la virtù sarà la capacità di adeguare armonicamente, secondo gli obiettivi illuministici della felicità e del progresso umano, la molteplicità di interessi individuali e collettivi alla razionalità di un ordine ispirato a un’etica mondana e laica”, per la “massa” invece, secondo Diderot, “la virtù è l’abitudine di conformare le proprie azioni alla legge, buona o cattiva”.

Non sorprende che in questo quadro, Antonio Genovesi (1713-1769) affermava che conveniva che a fare le leggi fosse “la sovranità cinta di savi”, e non il popolo, poiché “il basso popolo, ed ignorante, può ben conoscere i suoi mali perché li sente; ma è difficile che veda i buoni rimedi”.

Al netto di tutto ciò forse dovremmo chiederci se la politica ha davvero il diritto di indicarci quali comportamenti seguire. Chiediamoci se tutto questo succederebbe in uno Stato liberale e non utilitaristico. Chiediamoci cosa succederebbe qualora noi non fossimo d’accordo. Ma soprattutto, chiediamoci se la validità dell’ordine politico esprima anche la legittimità e giustizia morale delle sue norme!

Insomma, dopo aver adottato con entusiasmo le politiche provenienti dall’antico regno del Catai in materia di lockdown, l’Italia è nuovamente in prima linea ad imparare la lezione di quell’Oriente tutt’altro che sostenitore della libertà individuale, e lo fa adottando un sistema del credito sociale “soft”, che qui nasce “volontario”, ma chissà ancora per quanto.

La speranza è che a causa (o per merito) della notissima farraginosa burocrazia italiana, questa politica risulti di difficoltosa implementazione e i “premi” di qualità piuttosto scadente, e di conseguenza venga adottata solo da pochi e abbandonata da molti in poco tempo. Quel che è certo, è che è già molto popolare e appoggiata da parecchi intellettuali. Come si dice, “chi prende la moneta del re, canta la canzone del re”.

Lisa Kinspergher

L’etica dell’obbligatorietà sanitaria

Introduzione
Nel corso di tutta la pandemia da coronavirus, sono state molte le occasioni in cui i governi dei vari paesi hanno presentato al proprio pubblico metodologie socio-politiche tese al contenimento dei contagi e dei decessi, ogni volta attraverso principi giuridici più o meno vincolanti. Dall’imposizione delle mascherine fino alla più recente campagna vaccinale, i provvedimenti presi a livello internazionale hanno innescato interessanti dibattiti (spesso, però, anche feroci e violenti) in relazione a degli ipotetici presupposti etici a cui la vita del singolo deve aprioristicamente sottostare all’interno di una ‘società civile’: ci devono essere dei limiti alle nostre libertà? e quali sono? è giusto e desiderabile sacrificare la propria autonomia corporale per il benessere degli altri? è giusto e desiderabile che lo Stato imponga restrizioni per favorire un ipotetico o concreto obbiettivo comune? che cosa significa essere dei cittadini? In questo breve testo cercheremo di enucleare i punti più salienti legati alla discussione sull’obbligatorietà sanitaria, soffermandoci in particolare sulle scelte politiche adottate durante la distribuzione dei vaccini contro il Covid-19.

Il dibattito
Chi ha sostenuto con vigore l’obbligatorietà sanitaria ha spesso motivato tale posizione
invocando, innanzitutto, ‘la scienza’: abbiamo però ragione di credere che dietro a questa prima strategia argomentativa vi sia sempre stato, in realtà, dell’altro, e cioè un calcolo ideologico che ha preceduto, e poi manipolato, l’osservazione dei dati epidemiologici esibiti sempre con una grande pretesa di oggettività. Infatti, una volta sfaldatesi le premesse scientifiche su cui poggiavano ragionamenti di questo tipo (i vaccini proteggono dall’infezione, i vaccini bloccano il contagio, i vaccini arginano la trasmissione, i vaccini garantiscono un’immunità dalla durata di anni, etc.), i sostenitori dell’obbligatorietà vaccinale raramente hanno cambiato idea, appellandosi invece, con grande foga, ad uno sfumato (ma feroce, potente, viscerale) senso di dovere civico: il cittadino deve
comunque vaccinarsi per solidarietà, per altruismo. Lo si può facilmente osservare dai più disparati dibattiti televisivi, dove, nel momento in cui viene messa in crisi la parvenza di oggettività scientifica conferita dalla presenza dei cosiddetti ‘esperti’, gli oppositori dell’obbligatorietà sanitaria vengono subito sepolti da una valanga di rimproveri: come puoi dire una cosa del genere? non pensi ai morti? non pensi alle loro famiglie? non pensi ai medici? agli ospedali? non pensi a tutti noi? In questo modo gli oppositori vengono, oltre che tacciati di ignoranza da un punto di vista scientifico, accusati – ed è il loro più grande crimine – di essere degli egoisti. Ovviamente tali accuse possono reggere solo fino a quando si ha dalla propria parte il controllo dei numeri:
l’irrazionalismo non può vincere senza un’autorevole base pragmatica da cui ergersi. Inoltre – è bene sottolinearlo – l’indissolubilità di una base pragmatica viene solitamente garantita soltanto dall’intervento centralizzato e totalitario di un ente supremo: e cioè dello Stato. L’omologazione comunicativa può attuarsi soltanto attraverso una violenta repressione di informazioni alternative, e lo Stato, attingendo alla tassazione (risorsa virtualmente illimitata che gli permette di essere immune alla competizione del mercato), si profila come l’unico organismo istituzionale in grado di riprogrammare, o sopprimere del tutto, servizi mediatici sconvenienti, attraverso barriere legislative, fiscali, o politiche. Non credo sia un caso che l’Italia, data la pervasività e, anzi, la capillarità della
propria impostazione burocratica, ad oggi, sia il paese europeo più restrittivo per quanto riguarda la gestione della pandemia da Covid-19. Capiamo allora che gli argomenti dei sostenitori dell’obbligatorietà sanitaria, in linea di massima, si basano su un impianto pragmatico garantito dalle manipolazioni e repressioni statuali; coerentemente con l’intrinseca natura dello Stato, però, il tutto cela uno scalpitante sentimento collettivista, che vede nella salvaguardia degli interessi collettivi un valore superiore rispetto alla salvaguardia degli interessi individuali.


Ma se i principi scientifici alla base di questo tipo di paradigma fossero stati fin dall’inizio
oggettivamente inconfutabili? Se il vaccino veramente avesse avuto la capacità di prevenire
l’infezione, il contagio (o perlomeno di arginarlo), e di garantire un’immunità longeva? Per
rispondere a simili domande, nel seguente paragrafo, prendiamo in esame gli argomenti proposti dagli oppositori dell’obbligatorietà sanitaria. In primis, se il vaccino avesse veramente prevenuto l’infezione, il problema non si sarebbe nemmeno posto: chi avesse voluto vaccinarsi per paura del virus, si sarebbe vaccinato; chi no, no. È subentrato nel momento in cui si è diffusa la notizia che declamava la pericolosità delle mutazioni future, facilitate da una continua trasmissione del virus fra
le persone non ancora immunizzate. Sebbene sia vero che un virus abbia più chances di mutare se lasciato circolare indisturbato fra persone non protette, questo non giustifica l’implementazione di una legislazione tesa verso un’obbligatorietà vaccinale: se il vaccino fosse stato capace di immunizzare totalmente fin dal principio, non si sarebbero verificati scetticismi di massa fra le popolazioni delle varie nazioni, anzi: dalle valutazioni dei singoli individui si sarebbero tratte conclusioni simili, in quanto derivanti da un calcolo oggettivo (e quindi più o meno uguale per tutti) dei rischi e dei benefici del trattamento: è conveniente farmi vaccinare perché se il virus non viene bloccato in tempo le sue mutazioni potrebbero avere risvolti negativi per me e per i miei cari in un prossimo futuro. Volontariamente ed individualmente, insomma, come d’altronde si è sempre fatto
davanti a vaccini di una certa efficacia, ci si sarebbe vaccinati per salvaguardare il proprio interesse. Ciò non è accaduto, non per la disinformazione che ha terrorizzato i ceti meno abbienti e quindi meno competenti in materia (come vorrebbero farci credere con arroganza paternalistica alcuni medici e funzionari dello Stato), ma da un’oggettiva inefficacia del vaccino sul fronte delle infezioni: è ormai sotto gli occhi di tutti che il vaccino non ha impedito la circolazione del virus. Il
problema delle mutazioni, di conseguenza, ha iniziato a riguardare tutti, vaccinati compresi. Da qui si è passati alla trasmissione: chi è vaccinato si infetta e trasmette con meno probabilità il virus, quindi è necessario che tutti si vaccinino. Questo, però, non preverrebbe la circolazione del patogeno, la arginerebbe soltanto, dando comunque luogo a mutazioni. Oltretutto, anche in questo scenario, chi teme di infettarsi si vaccini pure; chi no, no. Ma fin dall’inizio della pandemia, come si è argomentato nel paragrafo precedente, si è insidiata – benché nascosta dietro ad un fanatico pragmatismo scientista – una solida dimensione altruistica, rivolta verso le persone immunodepresse, impossibilitate a vaccinarsi. Si è quindi tornato a tirarle in ballo (o magari non si ha mai smesso di farlo), ma il discorso è rimasto lo stesso: non si sarebbe riuscito comunque ad eludere le mutazioni (il che sarebbe andato a svantaggio delle fasce più deboli non immunizzate dalla vaccinazione) e, se fosse stato vero che il vaccino rendeva più difficile il contagio, dai dati oggettivi
resi disponibili dagli enti epidemiologici internazionali il singolo sarebbe stato in grado di decidere di farsi vaccinare di propria spontanea volontà, sempre per proteggere se stesso e i suoi cari. Di nuovo, ciò non è accaduto per l’evidente inefficacia del vaccino sul fronte della trasmissione.
L’unico dato indiscutibile in relazione al vaccino è finora la sua capacità di prevenire decorsi gravi o addirittura letali da coronavirus: il che è stato, ancora una volta, strumentalizzato per avanzare una legislazione di controllo sanitario. Guardando ad un possibile sovraccarico ospedaliero, i sostenitori dell’obbligatorietà vaccinale hanno infatti argomentato che i non vaccinati rappresentavano una sorta di bomba ad orologeria incombente sulle strutture sanitarie: dal momento che non erano protetti dai risvolti più gravi di coronavirus, i non vaccinati avrebbero potuto occupare spazio indispensabile nei reparti d’emergenza, e quindi mettere a rischio la salute di cittadini meno egoisti, più meritevoli di vivere. In ultima istanza, quest’agghiacciante e netta divisione di classe, fra chi ha
più diritto alla vita rispetto a chi ne ha di meno, si ricollega al principio altruistico e collettivista, rivolto alle fasce più deboli della nostra società e opposto ad ogni forma di presunto egoismo, enucleato all’inizio dell’articolo. Ma anche qui l’obbligatorietà sanitaria non trova giustificazioni di esistere: se si fosse trattato veramente di una malattia tanto potente da mettere a repentaglio la stabilità delle strutture ospedaliere con un’iper-saturazione di ricoveri, le persone (di nuovo) non avrebbero esitato a farsi vaccinare, senza pressioni, per paura di essere loro stesse ricoverate. Ma non è stato questo il caso, almeno non in paesi con strutture ospedaliere efficienti, dove non sono gli individui a doversi adattare alle esigenze dei servizi ospedalieri, ma i servizi ospedalieri a doversi adattare – in linea di massima – alle esigenze dei propri clienti, in quanto servizi: dalle situazioni più pericolose sarebbe derivato naturalmente un processo di auto-responsabilizzazione individuale. Infine ricordiamo un ultimo argomento: è giusto che lo Stato ti obblighi a vaccinarti perché lo fa per il tuo bene. Ovviamente così come si è liberi di consumare cibo spazzatura ogni giorno, di fumare, di praticare sesso non protetto con estranei, pur conoscendone i rischi, si dovrebbe essere altrettanto liberi di scegliere se farsi vaccinare oppure no contro il coronavirus, e capiamo subito che, in questo caso, l’orientamento collettivista – di cui abbiamo parlato per tutto l’articolo – si fa mostruosamente
evidente. Sfociando nella concezione di ‘Stato etico’, i suoi sostenitori confermano la natura
collettivista dell’organismo statale, affidandogli l’estrema missione soteriologica di decidere indiscriminatamente per il benessere della popolazione e privando l’individuo del diritto di gestire la propria salute come meglio crede. Non si tratta più di dover pensare all’impatto epidemiologico del singolo sulla collettività, bensì di un mero esercizio di potere, che vede l’esistenza del singolo come inestricabilmente dipendente dalla collettività, rappresentata in ultima istanza dallo Stato.

Conclusioni

Partendo da un’analisi dei comportamenti propri dei sostenitori dell’obbligatorietà sanitaria
(in questo caso vaccinale), abbiamo ricavato la matrice etica alla base dei loro ragionamenti, la quale consiste nella volontà di implementare una visione della società di impronta collettivista: malgrado i bruschi lampi di onestà a cui si arriva sempre in extremis di ogni discussione in materia, la solidarietà nei confronti del prossimo viene però mascherata da un completo e rigido fideismo di marca tecnocratica, che a sua volta cela l’intervento omologatore e –per sua stessa natura-
collettivista dell’organismo statale. Ponendoci a questo punto una serie di interrogativi di ordine pragmatico, e cioè chiedendoci se con la recente situazione pandemica ci potessero essere state delle giustificazioni per un’obbligatorietà sanitaria emanata dallo Stato, siamo passati ad osservare gli argomenti degli oppositori: in nessuno scenario proposto abbiamo rilevato la necessità morale da parte dell’ente statale di intervenire nelle scelte di vita dei propri cittadini, stimando invece come ottimale il giudizio e la responsabilità dei singoli individui.

Nicolas Strahel