Tassare le merendine per finanziare l’istruzione? Ecco l’ennesima bugia a danno di studenti, genitori ed … insegnanti!

La scuola pubblica nel nostro paese versa, di anno in anno, in una situazione sempre più critica. Sono già suonate le campanelle che annunciano il nuovo anno scolastico in tutta la penisola. Nuovo anno ma problemi vecchi. 

Tra precari e supplenti è sempre più emergenza personale. Nonostante le oltre 180 mila assunzioni a tempo indeterminato effettuate negli ultimi 4 anni, anche quest’anno molte cattedre rimarranno scoperte e sarà necessario ricorrere ai supplenti. Si stima, infatti, che vi saranno tra le 150 e le 200 mila supplenze per l’anno in corso. A completare il quadro – non proprio roseo – della situazione della scuola pubblica, si aggiunge una retribuzione media, per docente, inferiore a quella dei propri pari europei. 

Per questi motivi, da molti anni e da più parti politiche, istituzionali e sindacali, provengono pressanti e unanimi richieste di aumento della spesa statale nell’istruzione, che ad oggi si colloca tra le più basse in Europa. Come sempre, in questi casi, il problema è però dove trovare i soldi per finanziare questo aumento di spesa.

La soluzione di ciò si troverebbe nella proposta del nuovo Ministro dell’Istruzione, che appare, ad un primo sguardo, logica ed equa:

Vorrei delle tasse di scopo: per esempio, sulle bibite gassate e sulle merendine, o tasse sui voli aerei che inquinano. L’idea è: faccio un’attività che inquina (volare), oppure ho uno stile di alimentazione sbagliato (merendine)? Metto una piccola tassa, e con questa ci posso finanziare delle attività utili, come la scuola o gli stili di vita più sani.

Il novello “Robin Hood” propone di togliere ai “ricchi” (cioè, oltre alle solite multinazionali che producono il c.d. “junk food” anche i genitori, che comprando le merendine prodotte industrialmente mettono a rischio senza accorgersene la salute dei propri figli) per dare ai “poveri” (cioè agli insegnanti che tengono in piedi il sistema scolastico italiano).

A chi, in fin dei conti, non sembra assolutamente corretto od equo un provvedimento del genere? Limitare l’assunzione di zuccheri e di cibi c.d. “spazzatura” da parte degli studenti e, contemporaneamente, aumentare lo stipendio dei docenti, semplicemente mettendo una tassa sulle merendine … sembra una grande vittoria! Sia per il nuovo ministro che per il governo appena insediato!

Capite bene, però, che ottenere una riduzione dei consumi e, allo stesso tempo, un maggiore gettito per finanziare l’istruzione, sono due cose contrastanti ed inconciliabili tra di loro! L’obiettivo della tassazione su dei beni potenzialmente dannosi per la salute, come le merendine ed i cibi o le bevande zuccherate, è quello di scoraggiarne il consumo tramite un aumento del prezzo. Se questo disincentivo funziona, le abitudini di acquisto dei consumatori si modificheranno, causando una diminuzione delle vendite del bene considerato poco salutare. In sintesi, più il disincentivo ha successo, minori saranno, dunque, le vendite; di conseguenza, il gettito derivante non potrà che diminuire! Ma così, come risultato finale, si avranno per forza meno risorse per finanziare l’istruzione! E non di più, come invece è stato detto.

Insomma, una tassa, magari con un aliquota abbastanza alta che sia in grado di scoraggiare l’acquisto di cibi potenzialmente dannosi, non sarebbe una soluzione alla mancanza di fondi per la scuola, ma l’esatto contrario!

A conferma di ciò, vediamo come nei Paesi in cui questa tassa è stata introdotta, si è verificata proprio la riduzione delle vendite ed il conseguente calo del gettito fiscale.

In Messico, dove questa tassa è stata introdotta nel 2014 con un’aliquota del 10%, si è registrato un calo delle vendite del 6% ed una conseguente diminuzione del gettito.

Nel 2011, nella civilissima e iper-progressista Danimarca, il governo ha introdotto un’imposta sugli alimenti che contengono troppi grassi saturi. Gli effetti sono stati disastrosi. I Danesi hanno iniziato ad acquistare gli stessi alimenti, ma nei paesi confinanti! E, per di più, l’occupazione nel settore è diminuita di oltre 1.000 unità. Il governo è stato quindi costretto a fare retromarcia e a cancellare la tassa.

Dunque, non solo la tassa sul c.d. “cibo spazzatura” non sarebbe affatto utile per aumentare gli stipendi dei docenti, ma rischierebbe, infine, di mettere in difficoltà o addirittura in crisi il settore, danneggiando le imprese ed i lavoratori che operano nel campo della vendita alimentare, oltre che ovviamente le stesse famiglie che, qualora non dissuase dall’aumento della tassazione, si troverebbero a dover spendere comuqnue di più per comprare le stesse cose. Tanto più se si considera che si è deciso di mentire anche agli insegnanti, promettendogli aumenti di salario con un sistema che, come si è visto, va a sottrarre risorse e non ad aggiungerne!

Già nel 1800, Frederic Bastiat ci metteva in guardia da questo tipo di politiche, spingendoci a notare non solo “ciò che si vede” ma anche “ciò che non si vede”. Le nuove leggi non provocano un solo effetto (quello desiderato da chi le promuove), ma una catena di eventi. Il primo effetto è immediato ed è il più facile da valutare; mentre i successivi verranno allo scoperto solo con il passare del tempo. Un bravo “policy-maker”, sia esso ministro, sia esso economista, deve essere in grado di valutare non solamente il primo, il più evidente e manifesto, effetto, ma tutta la catena ad esso conseguente, per stabilire la validità e la correttezza di un nuovo provvedimento.

Troppo spesso ci si ferma all’apparenza, concentrandosi solo su “ciò che si vede” e tralasciando, invece, proprio “ciò che non si vede”. La lezione di Bastiat, circa 200 anni dopo, è più che mai attuale, ed è necessario tenerla a mente, per evitare di essere presi in giro da una classe politica che, troppo spesso, tratta come ‘sudditi’ i cittadini, in questo caso i genitori e gli studenti.

“La Coca Cola me la porto a scuola”?

“La Coca Cola me la porto a scuola”?. Condividiamo questo saggio di un nostro caro amico che ci segue sempre, Giuseppe Portonera , Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, pubblicato sul sito dell’istituto #brunoleoni.it.

Le banalizzazioni del ministro dello sviluppo economico sull’educazione alimentare

➡️ Leggi su brunoleoni.it il Focus completo

Di fronte alla platea di Coldiretti, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi di Maio, ha detto che: «l’educazione alimentare si deve fare nelle scuole prima di tutto eliminando tutti questi distributori di cibo spazzatura che viene somministrato ai nostri figli» e che è «assurdo che un bambino nel corridoio della sua scuola abbia ancora un distributore di Coca Cola o prodotti non made in Italy». Piuttosto, «mettiamoci un bel distributore di succo d’arancia». 

In questo Focus si fa il punto su tre “facili verità” sollevate da Di Maio: quanto è spazzatura il cibo spazzatura? È vero che dove c’è la Coca cola non ci sono le arance (italiane)? È vero che dove c’è la Coca cola non c’è il made in Italy? 

In verità, c’è un problema di fondo più grande e importante dei termini dell’infelice dichiarazione di Di Maio, che – come chiarito in apertura – è rappresentato dalla banalizzazione del tema dell’educazione alimentare. È un peccato che un argomento così importante sia non solo svilito per il fine di inseguire qualche applauso a una convention o qualche titolo sui giornali, ma anche trattato secondo una direttrice che è facile riassumere in “meno libertà, più obblighi”.

Il “paternalismo” (soft o hard) che i nostri politici esibiscono ogni qualvolta si parla di educazione alimentare è dannoso sotto più profili: a parte il profilo della dubbia efficacia per il miglioramento della salute individuale, l’esempio delle dichiarazioni del ministro Di Maio – che, comunque, è il ministro dello sviluppo economico, non quello della sanità – dimostra che esso può rappresentare una minaccia anche alla crescita (seria e sostenuta) del paese.

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Firma per Abolire il CNEL!

Students For Liberty Italia lancia la petizione per chiedere l’abolizione del CNEL!

Chiediamo una riforma costituzionale che preveda l’abrogazione dell’art. 99 della Costituzione e la conseguente soppressione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (di seguito, Cnel).

Il Cnel si è rivelato un ente inadeguato agli scopi per cui era stato concepito ed è ormai superato: sindacati, associazioni d’impresa e categorie professionali non hanno avuto bisogno del Cnel per far sentire la propria voce e le proprie istanze nei confronti della politica. Ci sono già le interlocuzioni dirette con i partiti, con i governi e con i parlamenti, già partecipano al dibattito pubblico, promuovono campagne, scioperi, manifestazioni, studi, analisi, proposte. Un organo del tutto inutile, ma che è costato circa 1 miliardo di €, dalla sua istituzione ad oggi, e che, ogni anno che passa, costa 19 milioni, stando ai calcoli de “Il Sole 24 Ore”.

Il Cnel è però quella “cosa” che tutti vogliono abolire ma nessuno ci riesce.

Pertanto, Noi chiediamo che l’abolizione di questo organo – rivelatosi inutile e costoso per le ragioni che abbiamo esposto sopra – venga attuata attraverso una “legge costituzionale specifica”, che riguardi solamente il destino del Cnel, e non più (come invece fu nel 2016) nell’ambito di una Riforma costituzionale più larga e complessa. Questo per permettere al Parlamento, qualora la riforma per l’abolizione del Cnel fosse approvata con una maggioranza almeno dei 2/3, di dare seguito a questa richiesta dei cittadini evasa ormai da anni, o, qualora si dovesse tenere un Referendum costituzionale, agli elettori di poter votare e decidere univocamente, una volta per tutte, se questo organo debba continuare la sua esistenza, e non che tale decisione sia legata ai destini di una Riforma costituzionale più ampia.

Un impegno concreto per un obiettivo chiaro!

Una richiesta limitata e precisa, senza i soliti “ricatti” che si sono fatti in passato, del tipo: “Se vuoi abolire il Cnel, devi però votare Sì a tutta la Riforma costituzionale, anche se non ti piace!”

Firma e appoggia questa petizione, noi di Students For Liberty Italia ci batteremo perchè gli elettori si possano esprimere chiaramente e univocamente sulla sua abolizione!

FIRMA LA PETIZIONE su Change.org!

Perché i Poveri devono vivere in Case Brutte?

Uno dei tanti temi che ha più riempito i notiziari in questi ultimi tempi è quello dell’edilizia residenziale pubblica, ovvero edilizia popolare, e cioè quelle operazioni di edilizia che vedono l’amministrazione pubblica offrire ai cittadini delle soluzioni abitative a basso costo.

Nel giro di una settimana si sono susseguiti due fatti eclatanti: ovvero, le proteste da parte dei residenti del quartiere di Casal Bruciato a Roma, cui si è aggiunta una mobilitazione da parte di un gruppo fascistoide, contro una famiglia di origine rom a cui era stato assegnato, attraverso un bando del Comune, un alloggio popolare; ed il gesto del card. Konrad Krajvesky – elemosiniere del Santo Padre (ufficio della Santa Sede che ha il compito di esercitare la carità verso i poveri a nome del Papa) – che ha rischiato la propria incolumità per riattaccare l’elettricità in un edificio occupato (e quindi pieno di abusivi).

Per parlare di questo tema pensiamo si debba partire da due punti fondamentali:

Il primo è che la proprietà privata è sacra ed inviolabile; il secondo è che l’edilizia popolare pubblica, in ultima analisi, nonostante le buone intenzioni che vi stanno dietro, porta comunque alla creazione di profondi disagi e tensioni sociali. Un altro punto che, in realtà, bisognerebbe tenere a mente, è che, come diceva Milton Friedman, “non esistono pasti gratis”.

Andiamo ora, perciò, a vedere perché l’edilizia popolare “non s’ha da fare” e cosa può essere fatto, invece, per aiutare chi non ha i mezzi economici per garantirsi un tetto sopra la testa: che è poi il fine ultimo di tutte le proposte politiche che ascoltiamo, ma che, sovente, non risolvono mai alcun problema.

C’è chi dice che la Casa – come migliaia di altre cose, oramai – sia un “Diritto”. Questa affermazione, tuttavia, è errata.

Non sta scritto da nessuna parte, nemmeno nella nostra Costituzione, “la più bella del mondo” (sic!), che debba essere fornito un alloggio ai meno abbienti. Ci ha però pensato la nostra Corte Costituzionale a riempire quella mancanza, da Paese del Socialismo reale quale siamo. Ed infatti, possiamo leggere un profluvio di belle e giuste affermazioni (per carità): “… è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione” (Sent. n. 49/1987); oppure “Il diritto all’abitazione rientra, infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione” (Sent. n. 217/1988); “Il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona” (Sent. n. 119/1999), e via discorrendo…

Tutte cose giuste e vere, bellissime… che si sono tradotte in? Nulla, assolutamente il nulla. Nessuno di questi richiami ad diritto alla casa è servito, nella realtà, a concretizzare un vantaggio palpabile per chi la casa la chiedeva. Questo ci dovrebbe far capire quanto i “diritti” siano bellissimi scritti su carta, ma poi, alla fine del paragrafo, li devi anche concretizzare… e se non si sa come concretizzarli, è un bel problema!

Quindi la Casa è un diritto? E se sì, si tratta di una richiesta sensata ed eticamente da appoggiare?

La risposta è No! Se si accetta che chiunque abbia diritto ad un’abitazione, significa dire non solo che si caricano gli altri, che una casa ce l’hanno e se la sono pure pagata (che strano!) di pagare per chi, invece, non può (o non vuole!) per ragioni di giustizia sociale, ma si dovrebbe accettare anche – dato che le risorse sono scarse e non si possono costruire case popolari ad libitum – che in caso di neccessità la proprietà privata possa essere violata per una qualunque ragione – e che quindi il modo migliore per garantirsi una casa sia di occupare una abusivamente o, peggio – come alcuni suggeriscono – che un Ente dello Stato possa espropiarla a chi la tiene (magari abbandonata) per darla a chi ne ha bisogno, sempre per ragioni di giustizia sociale. Una situazione da regime comunista puro.

Ma, se la casa non te la paghi e, anzi, o te la costruisce qualcuno che soldi propri non ce ne rimette o te la occupi pure, si arriva al punto che chiunque possa dichiarare di aver diritto all’alloggio che più gli si confà. E quindi perchè non occupare abusivamente la terrazza Campari a Milano? Perché tanto chi beve lì lo spritz può andarselo a bere anche da un’altra parte, tanto i mezzi economici li ha… e poi vuoi mettere con la vista Madonnina?

Torniamo, dunque, per un attimo, all’affermazione per cui “non esistono pasti gratis”. Infatti, nel corso dei decenni la cultura del “Welfare State” ha instillato nelle menti di molte generazioni l’idea che esso sia una sorta di “cornucopia”, per cui non c’è bisogno di preoccuparsi per il futuro (degli altri, ovviamente). Un esempio sono proprio i progetti di edilizia residenziale pubblica, che sono stati spesso presentati come “gratuiti”. Ovviamente lo scopo non era quello di dare una casa (come se non esistesse o fosse mai esistito un mercato edilizio fiorente, sopratutto se parliamo degli anni ’50-’60-’70 – quando si inaugurò la stagione dello ‘Stato impresario’), ma quello di creare un blocco di persone a carico, dipendenti dalla mano pubblica e per questo a lei grati.

Ma nesuno si è preoccupato di dire loro in che modo lo Stato soddisfacesse i loro bisogni: con le risorse sottratte ad altri. Anzi, istituzioni, cariche dello Stato, politici, sindacati, partiti – nel corso dei decenni – si sono preoccupati di nutrire queste persone con belle parole, con un sacco di “diritti”, in modo che fossero loro riconoscenti e che in cambio non facessero mancare il proprio sostegno elettorale… ma chi poi ha pagato per tutto questo?

Queste “istituzioni” hanno avuto poca comprensione economica, non sanno che la produzione deve necessariamente precedere il consumo. Invece lo Stato ha incoraggiato questa filosofia di pensiero – in modo che gli elettori percepissero un senso di euforia immediato – e quindi infischiandosene del futuro. Eh sì, perché va ricordato che, per quanto buone le intenzioni possano essere, ogni intervento pubblico va considerato come un modo per consolidare, o spostare verso di sé, il consenso dell’elettorato.

Il risultato di tutto questo? Basta farsi un giro nelle nostre periferie… (alla meglio) belli i casermoni? i palazzoni fatiscenti? (alla peggio) le vele di Scampia? il Corviale? gli ZEN?… già perchè se tanto mi da tanto, fai già che per molti è comunque meglio che sia lo Stato a costruire le case – seppur brutte, piccole e malfamate dove piazzarci i poveri, “però almeno avranno un tetto sulla testa” – piuttosto che ad occuparsene sia il Mercato. E tutto questo anche a costo di lasciare tutto, specie nei contesti più degradati, a criminalità ed abusivismo, in poche parole – qui sì – alla vera “legge del più forte”.

Ma, oltre ai luoghi fatiscenti e malfamati, si aggiunge il problema che, con l’attuale sistema dei bandi, capita molto spesso che una famiglia riceva un appartamento perché soddisfa i requisiti e poi resti lì vita natural durante, anche quando il loro bisogno è cessato e altri ne avrebbero più diritto.

Al netto di tutto ciò, c’è ancora chi persevera con l’idea per cui, in realtà, l’edilizia pubblica nel nostro paese sia di dimensioni minori rispetto ad altri paesi (l’esempio della Francia si fa di solito) e che, anzi, servirebbe che lo Stato s’impegnasse a costruire di più! A questi signori basterebbe ricordare che il fallimento dell’edilizia pubblica è sotto gli occhi di tutti, oltre al fatto che quartieri dell’edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti» e diventano occasione per occupazioni illegittime, oltre al fatto che ci sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici (altro che espropriare gli immobili sfitti o abbandonati dei privati!)

Ma cosa fare, ovviamente, se talune famiglie non possono permettersi gli affitti o le rate di un mutuo?

Innanzitutto, ricordarsi che è proprio l’intervento pubblico a tenere alti, o alzare, questi prezzi. Ci sono tanti modi in cui questo viene fatto: dalla semplice inflazione, dovuta alla politica monetaria (nel nostro caso decisa a livello europeo), ai divieti che non permettono all’offerta di incontrarsi con la domanda. In un mercato non regolato, infatti, nel momento in cui affitti e prezzi cominciano ad aumentare, i costruttori di case costruirebbero altri alloggi per soddisfare la crescente domanda. Noi, però, viviamo in società iper-regolate e il mercato immobiliare non è da meno.

Si potrebbe dunque eliminare del tutto l’edilizia popolare, permettendo di costruire abbastanza edifici in modo da incontrare la crescente domanda di alloggi: purtroppo non c’è la volontà politica per farlo; è più facile continuare a regalare “diritti” a spese dei contribuenti.

Altre soluzioni potrebbero essere la dismissione degli immobili pubblici, così da disporre di risorse da reinvestire in settori più remunerativi e destinarne i ricavi alle famiglie in difficoltà. Soldi invece che case. Questo sistema favorisce di più la famiglia bisognosa, che, ricevendo denaro per cercarsi autonomamente un’alloggio, può trovare un appartamento confacente alle proprie esigenze, laddove invece la gestione pubblica non è in grado.

Si pensi al diverso valore delle case popolari rispetto a quello di un appartamento offerto dal mercato privato (che a volte sono manufatti dal valore superiore – nei Comuni più virtuosi e fuori Città) o alle esigenze di una persona anziana o disabile, che potrebbe quindi scegliere un appartamento al pianterreno, piuttosto di accontentarsi di un posto offerto dal Comune, ma magari all’ultimo piano e senza il montascale. Per giunta, c’è il vantaggio – non trascurabile – che la famiglia bisognosa potrebbe cercare un’alloggio nel quartiere in cui ha gli affetti ed il lavoro, e non dovrebbe dunque trasferirsi laddove si sia liberato un appartamento offerto dal Comune. Da ultimo, ci libereremmo dai carrozzoni pubblicci (come l’ATER o l’ALER) pieni di debiti ed insolventi.

Interessante in questo senso anche la proposta dell’Istituto Liberale – L’individualista Feroce di istituire un “Buono Affitto” un sostegno economico alle famiglie con un basso reddito nel pagamento del canone di locazione, sotto forma di tiket (come il “buono scuola” o i “buoni pasto”), tenendo comunque presente la necessaria temporaneità del sostegno (due o tre anni) in modo da ridurre i costi a carico della collettività. Certamente, anche nell’erogazione di aiuti finanziari ci potrebbero essere degli abusi, ma è più facile disdire un bonifico che sgomberare un edificio.

L’ultimo motivo per chiedere l’eliminazione dei programmi di edilizia popolare è relativo ai disagi sociali che questi creano. Infatti, nel momento in cui concedi un “diritto” a qualcuno, tutti ritengono di poterne e doverne avere accesso.

Ed è per questo motivo che, per quanto noi riteniamo il comportamento di Casapound estremamente riprovevole, non ci si può sorprendere quando vediamo scene di questo tipo: è l’edilizia popolare in sé stessa che crea scontri tra chi è assegnatario di un alloggio e chi, invece, rimane fuori.

Per quanto riguarda, invece, il gesto dell’elemosiniere del Papa non bisogna chiedersi se sia legale o meno: non è attraverso la legge che dobbiamo interpretare quello che succede, ma attraverso il buon senso (che talvolta può anche tradursi in legge, ma non è chiaramente così nel caso dei programmi di edilizia pubblica). Il cardinale Krajvesky ha sbagliato, ma non per il fatto che abbia violato una qualche norma del codice penale, ma perchè: primo non è giusto usufruire di un servizio – qualunque esso sia – se non lo si paga; secondo, perchè i costi delle bollette evase e non pagate finisce comunque sulla “groppa” di chi le paga e le ha sempre pagate. Ancora una volta va ricordato che “non esistono pasti gratis”, e il cardinale si è fatto “bello e buono” con i soldi degli altri (poteva semplicemente accollarsi i debiti delle bollette non pagate, invece che scaricare i costi del suo gesto, ancora una volta, sulla collettività).

Insomma, i motivi per eliminare questi programmi sono tanti. Il problema dell’“housing affordability” può essere risolto solo tramite un processo di Mercato, con l’incontro di domanda e offerta… ma lo si deve lasciar lavorare.

Ci chiediamo, dunque, alla fine di questo discorso, se ci sarà mai la volontà politica di affrontare questo cambiamento, diminuendo il ruolo della politica e di leggi, piani e regolamenti, e presentando infine il conto dei tanti pasti scroccati a chi deve sempre e comunque pagare per tutti.

Game of Thrones mostra i problemi del potere centralizzato

La serie televisiva ci consente di vedere ciò che accade quando degli esseri umani, ovviamente imperfetti, si contendono lo scettro del comando in una situazione di vuoto di potere e quello che accade, poi, quando essi conseguono il loro obiettivo. In Game of Thrones si vede come nessun singolo personaggio sia adatto a sedere sul Trono di Spade, la cattedra del potere assoluto, così come, egualmente, nessun personaggio, o coalizione, sia adatto ad essere al vertice di un governo centralizzato. La conquista del trono, di volta in volta, da parte di ciascun personaggio, mostra il problema ciclico della politica quando ha a che fare con il potere centralizzato, cosa che, nel mondo reale, sia l’autoritarismo che il socialismo non sono riusciti ad affrontare.

Il problema del Male

È sufficiente scegliere uno qualunque dei personaggi dello show ed il problema della loro inadeguatezza diventa evidente. Iniziamo con degli esempi.

L’adolescente Joffrey Baratheon, che ha seduto sul trono per qualche stagione, era letteralmente un sadico.

Sua madre, Cersei Lannister, che sale al trono dopo la morte di tutti i suoi figli, non è certo migliore: la trappola esplosiva con l’alto fuoco, preparata al Tempio di Baelor, uccide tutti i suoi rivali ma, assieme, anche centinaia di innocenti (compreso, il suo ultimo figlio rimasto, Tommen, che si suicida per la perdita dell’amata, anch’essa nemica di Cercei). Cercei, inoltre, spinge il fratello Jamie Lannister, con il quale ha una relazione incestuosa, a buttare giù dalla torre il giovane Brandon Stark per averli scoperti, per caso.

Il principe Viserys Targaryen – alla morte del cui padre, il “Re folle”, dovette fuggire da Westeros e rinunciare al potere – accecato dall’arroganza e dalla brama di riconquistare il trono perduto, arrivò a promettere a sua sorella Daenerys che avrebbe consentito ad un intero esercito di abusarne se questo voleva dire riconquistare la sua legittima pretesa.

” Quando è posto in una posizione di assoluta autorità, ogni uomo o donna è soggetto alle stesse inclinazioni egoistiche che muovono ciascuno di Noi “

Questi sono solo alcuni dei personaggi più crudeli e cattivi dello show, ma essi non sono i soli ad essere caratterizzati dalle iperboli tipiche dei tiranni. Nel corso della storia, quando anche altri personaggi assumono una posizione di assoluto potere, compiono anch’essi genocidi, assassinii e torture.

Le teorie sulla natura corruttrice del potere sono innumerevoli, ma rimane centrale per ciascuna l’imperfezione congenita dell’essere umano. Quando viene posto in una posizione di autorità, ogni uomo o donna è soggetto alle stesse inclinazioni egoistiche e alla paura di perdere il potere che ci contraddistinguono tutti. Questi difetti portano la anche la persona media ad intraprendere azioni di dubbia morale durante il corso della propria storia; ma quando il potere è centralizzato, la capacità di un tiranno di danneggiare gli altri diviene moltiplicata.

In breve, gli esseri umani sono imperfetti e, come possono mostrare altri esempi, anche gli uomini più virtuosi, alla fine, soccomberanno alla propria natura.

Jon Snow e il problema della Rappresentatività

Il “Re del Nord” è il protagonista centrale dello spettacolo ed il miglior candidato a seguire questa regola. Jon Snow agisce come il prototipo di eroe fantastico, un abile combattente ed un leader naturale. Possiamo dire che assomiglia ad un “politico ideale”. Combatte per i bisogni della sua gente e, stando alle sue parole, rifugge le prospettive del governo.

Nella sua provincia è un buon Signore, in grado di soddisfare la maggior parte delle richieste dei suoi sudditi. Ma il castello è piccolo, il suo popolo non è molto numeroso ed è disperso nelle vastità del Nord. Solo una minaccia imminente per il suo popolo, gli “Estranei”, lo mette a capo di un sistema centralizzato, seppur per la sopravvivenza. Diverso sarebbe se fosse stato seduto il Trono di Spade: sarebbero inevitabilmente sorti interessi molteplici e contrastanti e, nonostante il suo onore, Jon non sarebbe stato in grado di soddisfarli tutti.

Tornando al mondo reale, in “The Road to Serfdom”, Friedrich von Hayek scrive che in qualsiasi sistema centralizzato, “le opinioni di qualcuno dovranno decidere quali sono gli interessi più importanti”. In un piccolo Stato, in cui la cultura e le opinioni sono coerenti in tutto il territorio – come il Nord di Jon Snow – gli interessi contrastanti sono pochi.

Ma anche come Signore gli interessi personali di Jon entrano più volte in conflitto. Durante la Battaglia dei bastardi, ad esempio, il suo avversario Ramsey Bolton crea una sadica trappola per mettere Jon davanti ad una scelta: scegliere se salvare la vita di suo fratello o se rispettare un piano di battaglia ben congeniato. Pertanto, esattamente come Jon alla fine preferisce anteporre i bisogni della sua famiglia (i pochi) rispetto alle esigenze dei suoi alleati (i molti), allo stesso modo inevitabilmente i politici, in un sistema centralizzato, devono scegliere di privilegiare i bisogni di un gruppo o il bisogno di un altro a loro più prossimo. Gettatosi quindi in una decisione avventata, alla ceca, è solo per un intervento esterno ed inatteso, cioè l’arrivo dei Cavalieri della valle, che riesce a vincere la battaglia.

Al vertice di un governo, centrale come federale, tuttavia, è impossibile soddisfare una domanda senza calpestarne un’altra: i bisogni delle imprese rispetto alle preoccupazioni ambientali, l’equilibrio tra le preferenze educative di un gruppo culturale rispetto ad un altro, l’allocazione di fondi per le condizioni di svantaggio sociale più disparate. Sono tutte contrapposizioni che nessun governo unico centralizzato potrebbe gestire. Pertanto, come Jon ha preferito la famiglia piuttosto che i suoi alleati, i politici di un qualunque sistema centralizzato daranno priorità ai bisogni di un gruppo o di un singolo.

Daenerys e il problema dell’Autorità

Se Jon Snow è un “politico ideale”, Daenerys Targaryen è una “combattente per la libertà”. I suoi obiettivi sono nobili, come liberare la Terra dalla schiavitù o distruggere “la ruota” del potere a Westeros. A differenza di Jon Snow, rifugge dalle decisioni avventate e, salvo eccezioni, non decide senza prima essersi consultata con i suoi consiglieri. Tuttavia, non importa quanto siano nobili i suoi scopi, la sua inclinazione autoritaria è evidente.

Più volte, nel corso della serie, si affida alla forza distruttrice dei suoi draghi e al suo sempre più numeroso esercito per uccidere sì i potenti schiavisti, ma anche coloro che si rifiutano di inginocchiarsi ai suoi piedi.

” Se nel Giulio Cesare di Shakespeare, mentre riflette sulla sua decisione di uccidere il sovrano, Bruto medita su come Cesare, una volta incoronato, avrebbe cambiato la sua natura, per Dany la domanda è: “cosa succede quando la schiavitù è stata abolita e lei – come Jon Snow – si ritrova di fronte a sfide eticamente ambigue? “

Di volta in volta, in nome della libertà, ha bruciato vivi dei personaggi, comandato al suo esercito di macellare i nobili e di conquistare città. Ma anche di fronte alla questione, relativamente insignificante, se Jon Snow intenda o meno inginocchiarsi, ella gli ricorda, ancora una volta, dei suoi draghi. All’inizio della serie combatteva per i diritti individuali; nella sala del trono a Roccia del Drago, di fronte a sfide più complesse, la vediamo combattere invece per mantenere ed espandere il proprio potere.

La domanda che ci dobbiamo porre nel mondo reale è: “che cosa accade quando il potere centralizzato affronta questioni di Stato più piccole? Questioni come le prestazioni sociali, l’educazione o persino chi deve fare una torta?

Quindi, passando dal problema di rappresentatività ad uno di forza, una volta che la decisione è presa, la forza diventa lo strumento per raggiungere l’obiettivo.

Eddard Stark

Persino Ned Stark, il cui unico difetto apparente è la sua cieca dedizione all’onore, sarebbe incapace di governare. Forse vi sarebbe riuscito in un piccolo Stato (come il suo Nord) nel ruolo di un regnante quasi simbolico, rassegnato ad amministrare la giustizia e a dichiarare la guerra; tuttavia, se Ned Stark avesse tentato di gestire la politica o l’economia dei Sette Regni, si sarebbe presto trovato al di fuori della sue capacità.

Friedrich von Hayek ha affrontato spesso il problema posto dalla complessità. Nel suo saggio “The Use of Knowledge in Society”, scrive:

“È proprio perché ogni individuo sa poco e, in particolare, perché raramente sappiamo chi di noi sa, che è meglio che ci fidiamo degli sforzi indipendenti e competitivi di molti per indurre l’emersione di ciò che vorremmo, quando lo vediamo.”

Qualsiasi individuo, o anche un solo organo direttivo, è incapace di possedere le conoscenze necessarie per gestire un’intera società. Infatti, come non esiste un unico sistema di copertura, pubblica o privata, che possa soddisfare le diverse esigenze sanitarie di un’intera popolazione, non esiste un curriculum scolastico che istruisca adeguatamente ogni studente in una nazione variegata (per etnia, lingua, ecc…), non esistono sistemi di regolamentazione che, applicati in un Paese, possano proteggere in modo più efficace il consumatore, mantenendo al contempo la più completa libertà dell’industria di innovare e di produrre.

La Soluzione

Ci sono tre problemi, quindi:

  1. Di fronte ad interessi contrastanti, un governo centralizzato deve favorire l’uno rispetto all’altro.
  2. Una volta presa la decisione, la forza diventa lo strumento per raggiungere l’obiettivo.
  3. Ma, anche in questo scenario ideale, qualsiasi governo centralizzato non sarebbe comunque in grado di prendere perfettamente ogni decisione e di agire in base ad ogni esigenza che si presenta.

A questi tre problemi, un sistema capitalista può fornire delle risposte.

In risposta a questo “problema di comprensione”, Hayek fornisce la risposta in “The Road to Serfdom”, scrivendo che:

“Gli sforzi spontanei ed incontrollati degli individui [sono] in grado di produrre un ordine complesso di attività economiche.”

Con il processo decisionale esteso ad ogni individuo, acquirente e venditore, la popolazione può prendere collettivamente tutte le decisioni necessarie per raggiungere i fini ideali che si prefigge.

Per Dany, la domanda era: “Cosa succede quando la schiavitù viene abolita e lei, come Jon Snow, si ritrova di fronte a sfide eticamente ambigue?” Per quanto riguarda l’uso della forza, a differenza di Daenerys, quando il potere si estende a innumerevoli produttori e compratori, la società inizia da sola a dirigere i propri obiettivi e le proprie preferenze; le persone possono “votare con il loro portafoglio” per sostenere un settore, oppure per chiuderlo, costringendo così le industrie a rimanere attente ai bisogni dei consumatori.

I desideri conflittuali di Jon Snow non possono mai essere soddisfatti da uno Stato centralizzato. Tuttavia, laddove i piccoli organi di governo mantengono il potere, un sistema federalista può meglio soddisfare richieste locali e culturalmente coerenti con approssimativa fedeltà.

Infine, il capitalismo non nega il problema del male, ma nel diffondere autorità e potere, offre sicuramente sufficienti controlli e bilanciamenti contro lo stesso.

Ci sono quattro problemi che ognuno dei personaggi che abbiamo citato pone: il problema del male, il problema degli interessi contrastanti, il problema della forza ed il problema della conoscenza. Autoritarismo e socialismo non saranno mai adatti a soddisfare tutti e quattro. Un sistema capitalista, e di piccolo governo, invece può.

Per una Pensione Felice

Libertà di scelta, concorrenza, competizione, mercato, sono alcuni tra i principi che dovrebbero l’agire politico di chi ritiene di essere un liberale (o liberista, o libertario, a voi la scelta dell’aggettivo che preferite). Concetti visti, troppo spesso, con diffidenza, sospetto e financo paura nel nostro Paese.

Frequentemente, lo Stato viene ritenuto l’unica possibilità per risolvere le difficoltà ed i problemi dei propri cittadini, e se ne auspica l’intervento come fosse il “Deus ex machina” delle tragedie greche. In realtà, le cose stanno in maniera diversa, spesso (parafrasando Ronald Reagan) lo Stato è la causa del problema ed il mercato la soluzione ad esso.

Un esempio chiaro e lampante proviene dal sistema pensionistico italiano di cui tutti ne riconoscono l’inefficienza e la non sostenibilità nel lungo periodo, ma nessuno è in grado di presentare delle proposte in grado di riformarlo in maniera radicale. Politicamente, il capitolo pensioni è uno dei più caldi e difficili da affrontare.

Negli ultimi 30 anni, nessun governo politico è riuscito a riformare il sistema pensionistico, lasciandone l’incombenza ai governi tecnici, costretti o ad aumentare l’età pensionabile, o il carico contributivo a capo al lavoratore o a diminuire l’importo delle pensioni per preservarne la sostenibilità. Questi interventi hanno creato disagi e malumori nella popolazione più anziana, che ha visto allontanarsi il traguardo della pensione, rafforzando ulteriormente lo scontro intergenerazionale che già dilaga in Italia. Scontro che si infiamma ulteriormente nel momento in cui i governi politici tentano di disfare tali interventi per compiacere una parte dell’elettorato.

Il sistema pensionistico italiano è – principale fonte di scontro tra giovani ed anziani – uno dei primi elementi di propaganda dei politici e, soprattutto, la prima e più importante fonte di spesa – e debito – dello Stato. La spesa per pensioni in Italia ha superato il 15% del PIL e viaggia, a vele spiegate, verso il 20%, risultando la prima voce di spesa, di gran lunga maggiore rispetto all’istruzione, alla sanità e alla protezione sociale.

Gli interventi “lacrime e sangue” che consistono in aumenti di età pensionabile o di contributi non hanno risolto il problema, ma solo posticipato il giorno del collasso del sistema. Bisogna tenere conto che, già oggi, i contributi previdenziali sono la principale componente del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo del lavoro pagato dalle imprese e il salario guadagnato dal lavoratore, ritenuto una delle principali cause dell’elevata disoccupazione in Italia. Auspicare un aumento degli stessi non sembra la migliore delle soluzioni per il lungo periodo.

In Italia viene utilizzato un sistema pensionistico a ripartizione, o “unfunded pension system” per usare i termini inglesi – che in questo caso ci vengono in aiuto per capirne meglio la natura. Perché “unfunded”? Diversamente da quanto viene fatto credere, il lavoratore che versa i contributi presso il monopolista statale INPS non sta creando un tesoretto da utilizzare per la sua futura vecchiaia ma, invero, per finanziare le pensioni attuali, cioè dei lavoratori attualmente in pensione.

Il sistema si regge su di un ‘patto intergenerazionale’ per cui i giovani lavoratori pagano i contributi che si tramutano in assegni per chi è già in pensione. Il sistema funziona in maniera ottimale, ed è in grado di offrire pensioni estremamente generose, fintanto che il tasso di crescita della popolazione rimane elevato. Le prime generazioni di pensionati sono quelle che più ci hanno guadagnato da questo meccanismo.

Ma la dinamica demografica che sta vivendo l’Italia da qualche decennio a questa parte, caratterizzata da un invecchiamento progressivo della popolazione, non rende più conveniente l’utilizzo di tale sistema.

All’inizio del secolo la quota di popolazione oltre i 65 anni rappresentava il 18,1% del totale e quella oltre gli 80 il 4%. Nel 2013 queste erano già passate rispettivamente al 21,2% e 6,3%. (fonte: “Rischi e proposte per il finanziamento del welfare italiano”; IBL). Le previsioni per il futuro non sono certo più rosee, l’ISTAT prevede un aumento della popolazione anziana del 47% entro il 2050 e nel 2065 la popolazione ultra 65enne sarà pari al 33%. Oggi il rapporto lavoratore pensionato è di 3 a 2, ma la previsione per il 2050 è di 1 a 1.

Come detto l’ammontare dell’assegno previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati dal lavoratore in percentuale al suo salario. La principale componente che determina il salario è la produttività del lavoro. Altra nota dolente per il nostro Paese è che, secondo dati OCSE, ha il peggior dato per quanto riguarda l’aumento della stessa, secondo solo alla Grecia. Insomma, con una produttività stagnante, salari che non aumentano ed il progressivo aumento dell’età media la sostenibilità del nostro sistema pensionistico verrà messa a dura prova, e nuovi interventi a riguardo potrebbero inasprire il disagio sociale ed il conflitto intergenerazionale.

L’unica soluzione percorribile è quella di una “Rivoluzione Copernicana” del nostro sistema pensionistico, e cioè passare da un sistema “unfunded” ad uno “funded”, ovvero “a capitalizzazione”

In questo caso il lavoratore versa i contributi, che vengono accumulati in un fondo e serviranno poi interamente per pagare la propria pensione, eliminando dunque la necessità di un monopolista statale e stimolando la partecipazione ai fondi pensione, in concorrenza ed in competizione tra di loro per offrire la migliore soluzione al lavoratore. Inoltre, essi investirebbero la parte di contributi versati in attività finanziarie a basso rischio, determinando così un incremento reale di quanto accumulato nel proprio fondo a beneficio di tutti, cosa che non accade con l’INPS, che non investe o investe male, e gli incrementi sono solo quelli previsti dal governo a favore delle pensioni minime; in più, tali contributi, rimanendo nella gestione separata, rimarrebbero a riparo anche in caso di fallimento del proprio fondo. Invece oggi, se l’INPS dichiarasse “bancarotta”, per finanziare le erogazioni si dovrebbe ricorrere alla tassazione generale, con conseguente e sostanziale decurtazione del valore reale del proprio assegno.

In Cile questo sistema è già in vigore da circa 40 anni, e nessun governo si è mai sognato di tornare indietro, eliminando quanto di buono era stato fatto. In questi anni il rendimento medio dei conti di risparmio previdenziale è stato pari a circa il 10%.

L’OCSE, in uno studio del 2009 (“Reviews of labour market and social policies: Chile. The normalisation of Chile’s Pension system”. OECD) ha confermato il successo di tale riforma, indicando alcuni elementi particolarmente positivi tra cui: l’aver ristabilito la fiducia pubblica nel risparmio previdenziale; aver contribuito allo sviluppo del mercato finanziario e della crescita economica; ridotto la spesa pubblica attuale e futura del Paese.

Josè Pinera, principale artefice di tale riforma, ha affermato che

“La privatizzazione delle pensioni ha prodotto una radicale redistribuzione del potere dallo Stato alla società civile e, trasformando i lavoratori in proprietari a titolo personale del capitale complessivo del Paese, ha creato un’atmosfera politica e culturale più adeguata ad un mercato e ad una società effettivamente più liberi”.

Con questo sistema, che dovrebbe essere introdotto anche in Italia, ognuno avrebbe la possibilità di scegliere: ovvero sia l’ente a cui affidare i propri contributi, sia l’ammontare degli stessi. Non si sarebbe più costretti ad andare in pensione quando lo “permette” lo Stato e alle sue condizioni, ma ognuno deciderebbe per sé. 

Al netto degli evidenti vantaggi in termini di sostenibilità di spesa e debito nel lungo periodo, tale sistema aumenterebbe la libertà di scelta dei cittadini, consegnandogli le chiavi del proprio futuro, e togliendole dunque dalle mani di politici e burocrati. I politici non potrebbero più usare il denaro dei contribuenti per comprare il voto dei pensionati, inasprendo il conflitto tra generazioni ed il disagio sociale. 

La transizione tra l’attuale sistema ed uno a capitalizzazione non sarebbe ovviamente privo di costi e di facile implementazione, ma data l’attuale situazione e gli sviluppi futuri sembra opportuno fare un tentativo in questa direzione. Ricordandosi che qualsiasi intervento dello Stato vale finchè ci saranno dei soldi da spendere… ma quando finiranno? Solo un sistema basato sulla libertà di scelta del cittadino ed una sana concorrenza tra fondi pensione può risolvere l’annosa questione previdenziale del nostro Paese.

Facile se hai i Corazzieri

La legge sulla legittima difesa passa l’esame del Presidente della Repubblica, che l’ha infine promulgata, contrariamente alle speranze di “molti” che vedevano nel Capo dello Stato l’ultimo argine contro una legge “ingiusta” e “incostituzionale” (a parer loro). Evidentemente la narrazione da questi fatta non si è rivelata corretta e la legge non presenta incostituzionalità talmente marchiane da impedirne la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Nessuna “giustizia-fai-da-te” e nessun “Far West” all’orizzonte quindi. Completamente sconfitto dunque il “fronte” del NO! alla legittima difesa.

Tuttavia il Presidente ha contestualmente inviato una lettera alle Camere in cui esprime alcune osservazioni (alcuni li hanno chiamati dei “dubia”) che potete leggere a questo link

Posto che il linguaggio usato dal Presidente è il tipico che si riscontra in chi esercita le sue funzioni, cioè non da torto e ragione a nessuno, sono presenti alcuni richiami che vale la pena di approfondire. Non ci soffermiamo su alcune garanzie fornite dalla legge per chi si è avvalso della legittima difesa che però non vengono estese al di fuori del domicilio (per esempio se si viene aggrediti per strada), né al reato di rapina. Sono considerazioni di natura “tecnica” che, per competenza, lasciamo ai legislatori, agli operatori ed ai tecnici delle materie giuridiche.

La prima osservazione fatta dal Capo dello Stato è sul rapporto tra le nuove norme e il ruolo dello Stato, che, a detta di “molti”, verrebbe da queste annichilito. Il Presidente scrive correttamente che “Va preliminarmente sottolineato che la nuova normativa non indebolisce né attenua la primaria ed esclusiva responsabilità dello Stato nella tutela della incolumità e della sicurezza dei cittadini”. 

L’osservazione del Presidente è abbastanza ovvia e, contrariamente a quello che scrivono i giornali, è una stoccata a chi ritiene che, attraverso la legittima difesa, i cittadini possano sostituirsi allo Stato, con tutto il corredo degli allarmi alla “Giustizia-fai-da-te” e al “Far West” che ne conseguono. 

Tuttavia l’osservazione parte da un presupposto: che il diritto a difendersi sia una “gentile” concessione dello Stato, che ha la “primaria ed esclusiva responsabilità nella tutela della incolumità” e non, com’è in realtà, un diritto vero e proprio. Quindi, non supera la visione statalista e stato-centrica per cui lo Stato è al di sopra del cittadino, che da lui solo discendono le norme che dicono quello che è giusto e quello che è sbagliato, e che, se è concesso difendersi, lo è solo perché lo Stato ammette che puoi farlo: ma ricordati che lo Stato, siccome agisci “in via secondaria e sussidiaria” ad un potere che è il suo, avrà poi il diritto a decidere se lo hai fatto bene o lo hai fatto male.

Invece noi riteniamo che difendersi sia un diritto della persona, dell’individuo in quanto tale, e che solo lo sviluppo della moderna concezione dello Stato, delle teorie della difesa sociale, ha poi finito nell’individuare proprio nello Stato il primario ed esclusivo compito di difendere i cittadini. Ma questo è avvenuto dopo, e non toglie che il diritto a difendere se stessi da una minaccia rimanga saldamente in capo, in prima persona, proprio all’individuo stesso. Altro che in via secondaria e sussidiaria! 

Ecco perché esiste la “legittima difesa” in tutti gli ordinamenti. Proprio perché lo Stato non può difendere tutti in ogni momento, riconosce che, in caso di minaccia, di quell’originario potere di autodifesa – tenuto in sospeso dal generale divieto di farsi giustizia da sé – il cittadino possa riappropriarsi di quel suo diritto e di difendersi, senza temere la reazione punitiva dello Stato, che non ha potuto difenderlo. Se vi piace la teoria del contratto sociale, questa è una evidente clausola di “auto-tutela”. E questo, badate bene, non significa fare “Giustizia-fai-da-te” o il “Far West”, ma semplicemente tutelare la propria esistenza in mancanza della protezione generalmente offerta dallo Stato. 

La seconda osservazione fatta dal Capo dello Stato è sullo “stato di grave turbamento” derivante dalla situazione di pericolo in atto: scrive il Presidente che “è evidente che la nuova normativa presuppone, in senso conforme alla Costituzione, una portata obiettiva del grave turbamento e che questo sia effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta”. 

Qui il Capo dello Stato è coerente con quanto esposto prima: riassumendo, il Presidente dice che è concesso di difendersi “ma, se puoi, fanne a meno”. E’ evidente la riluttanza dello Stato a “mollare” la possibilità al cittadino di rispondere ad una minaccia, e anche se lo fa, deve ricordarsi che è lo Stato a decidere se ha fatto bene o male. Infatti, chiede che lo “stato di grave turbamento”, qual’è appunto l’ingresso di malintenzionati nella propria dimora, sia ancora una volta dimostrato… dal cittadino che si è difeso… anzi, lo deve dimostrare pure “oggettivamente”. Come se ci fosse bisogno di dimostrare “oggettivamente” che egli abbia avuto paura per l’ingresso dei rapinatori in casa o nel negozio! Sebbene nel nostro diritto gli stati emotivi non escludono né diminuiscono l’imputabilità, nella legittima difesa ciò non vale, in quanto essa vale solo per il fatto di essersi difesi (se stessi oppure altri) da un pericolo.

Una riflessione merita se l’indagine di questo requisito del “grave turbamento” – che il Presidente ritiene debba essere ancora “oggettivo” e che la riforma, invece, mirava proprio a rendere presumibile – debba ancora una volta essere affidato al giudizio di un giudice terzo (che quindi non ha patito quel grave turbamento) e secondo il suo ‘libero convincimento’ (potrà ritenere se ha avuto paura veramente oppure no) e non debba essere, invece, come noi riteniamo, presunto (per ovvie ragioni) e che solo attraverso una prova, un evidenza, “oltre ogni ragionevole dubbio” questa presunzione possa essere messa in discussione. 

Il Presidente rimane quindi agganciato al vecchio “modello”, per cui è il cittadino che, prima, si deve difendere dal delinquente, e poi, dal “giudizio” dello Stato. I suoi “dubia” non risolvono, dunque, il problema che assilla la gestione della legittima difesa nel nostro Paese: processi che, se nella gran parte dei casi, ovviamente, finiscono con l’assoluzione, sono lunghi, costosi, e richiedono uno sforzo psicologico, da parte di chi si è dovuto difendere, non indifferente. 

Riteniamo che un’alta percentuale di assoluzioni non sia sufficiente a giustificare un sistema che tiene per diversi anni sulla “graticola” chi si è trovato nella spiacevole necessità di difendere se stesso o i propri cari, perché i procedimenti penali mettono sempre in gioco i “valori di immensa portata” propri della persona umana, quali la libertà personale, la reputazione e il buon nome. Valori che forse il nostro Stato è disposto a sacrificare anche per lunghi tempi in vista dell’accertamento burocratico, fine a se stesso, ma che sono irrinunciabili per ogni “società di uomini liberi”.

Ricordando che la “vittima”, nei casi di legittima difesa, è sempre chi si difende e non chi ha subito una difesa legittima.

Le conseguenze della centralizzazione: il down di Facebook

Jack Dorsey è meglio di Mark Zuckerberg, la Svizzera è meglio dell’Italia, Hayek è meglio di Keynes. No, non stiamo esponendo i nostri gusti. Stiamo commentando il “blackout” di Facebook, Instagram e Whatsapp, avvenuto la scorsa domenica. Tutti e tre questi social, infatti, sono di proprietà di Mark Zuckerberg dal 2014 e sono, a livello informatico, collegati l’uno all’altro; come nei “down” precedenti, a quello di un social è seguito a cascata quello degli altri due. Questo esempio ci introduce alla considerazione che vogliamo fare: ovvero, sono le conseguenze della centralizzazione, in questo caso imprenditoriale, ma che può essere utilizzato per descrivere le caratteristiche della centralizzazione di potere, politica ed amministrativa.

Non fraintendeteci: non vogliamo accodarci ai deliri anti-capitalistici di chi la pensa come la Senatrice Dem americana Elizabeth Warren. Non vogliamo ovviamente sostenere che le grandi aziende vadano scorporate: il Mercato, al contrario della politica, sa premiare i migliori, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda. Vogliamo limitare il nostro discorso all’ambito politico, dove gli incentivi dell’economia di mercato mancano e dove, come illustreremo a breve, ‘Small is Better’.

Dal mancato funzionamento dei tre social di Zuckerberg ci hanno guadagnato Twitter e il suo fondatore Jack Dorsey, in visibilità e in incremento di utenti. Non è, tra l’altro, la prima volta che questi ‘blackout’ si verificano: volta per volta – per quanto sia difficile convincere burocrati come Margrethe Vestager (Commissario europeo per la “concorrenza”) – Facebook, Instagram e Whatsapp perderanno utenti e credibilità, vista la maggiore fragilità che si è manifestata rispetto ai concorrenti. 

Se, dunque, la centralizzazione può essere dannosa nella competizione tra imprese, figurarsi quanto lo può essere quando si tratta di amministrare una nazione (e le sue finanze). Ed è qui che entrano in gioco la Svizzera e Friedrich von Hayek, da una parte, e l’Italia e John Maynard Keynes, dall’altra. Cioè, da un lato abbiamo ‘decentralizzazione’ (politica e amministrativa) e “spontaneous order” derivato dalle azioni individuali, mentre dall’altro abbiamo, appunto, la ‘centralizzazione’ (anche se qualcuno vorrebbe farci credere essere minore di quella che in realtà è) e l’interventismo politico.

Ora, non sta a noi, immersi negli studi universitari o appena freschi di laurea, dare giudizi oggettivi su questioni politiche ed economiche, dibattute per decenni da persone ben più competenti e preparate di noi, ma l’economia (intesa come scienza dell’azione umana, non come creazione e libera interpretazione di modelli statici da adattare a un contesto dinamico) – checché ne vogliano i detrattori – è una scienza esatta e, per quanto riguarda la politica, qualche migliaio di anni di storia umana sono sufficienti per trarre qualche generica conclusione. Ora, senza andare ad indagare le vicissitudini delle ‘Poleis greche’ e dell’impero Persiano, possiamo limitarci ad analizzare le differenze tra lo sviluppo elvetico e quello italiano, da 150 anni (circa) a questa parte, così come i risultati raggiunti dai singoli imprenditori – attori in quel grande insieme “caotico” chiamato mercato – e la pletora di burocrati e legislatori – guide illuminate del più ordinato (almeno a detta dei supporters) ‘Stato imprenditore’ (o ‘innovatore’, per dirla “alla Mazzucato”).

In Svizzera la maggior parte delle decisioni riguardanti la vita dei cittadini sono prese a livello comunale e cantonale, contesti in cui ogni individuo ha la possibilità di far valere la propria opinione e di veder rispettata la propria preferenza. Anche dal punto di vista della gestione di entrate e uscite pubbliche, l’autonomia è maggiore a livello comunale, poi cantonale e solo, infine, a livello federale (che raccoglie, e di conseguenza spende, solo il 4% dei contributi). Quest’organizzazione ha non solo dato alla Svizzera la possibilità di far coesistere pacificamente nello stesso Paese 4 diverse lingue, numerose religioni ed etnie (che altrove vivono situazioni di disagio, quando non di aperto conflitto), ma anche una delle ricchezze pro-capite più elevate del pianeta, nonostante la quasi totale mancanza di materie prime (che, invece, fanno la fortuna della Norvegia e del suo prodigioso Walfare State, ad esempio), così come una delle economie più competitive e produttive al mondo.

Al contrario, in Italia, tutte le decisioni vengono prese a Roma: alle Regioni, nel corso dei decenni è stata concessa – male – qualche briciola, mentre, per quanto riguarda i Comuni, la parola “autonomia” compare solo nei libri di storia, nel capitolo sul Rinascimento (quell’epoca di cui siamo tanti orgogliosi come italiani, ma che ci dimentichiamo aver visto – guarda caso – tutto il contrario di quella Repubblica “una e indivisibile” che è ora l’Italia). Di conseguenza, la qualità di queste decisioni è insufficiente e, quando creano un danno (leggasi: quasi sempre), questo ha conseguenze enormi e costi spaventosi per milioni di persone. I paragoni sulla ricchezza pro-capite e la produttività sono, probabilmente, ancora più impietosi.

L’ultimo confronto, si diceva, è quello tra Hayek e Keynes (o la Mazzucato, anche se non pensiamo possa reggere il confronto con il primo, a differenza dell’economista inglese), cioè tra il ‘decentralizzato mercato’ – nel senso di insieme di singole azioni individuali – e il potere dell’autorità centrale – nel senso di intervento di politici, burocrati e tecnici, nel funzionamento dell’economia. Se abbiamo l’acqua calda in bagno, l’elettricità, un tetto sopra la testa ed, in generale, qualunque prodotto o servizio che ci consenta di vivere degnamente e di soddisfare i nostri desideri, lo dobbiamo solo all’inventiva di singole persone che hanno rischiato ed investito per diffondere le proprie idee e che, alla fine, hanno trionfato. 

Diversamente, se andiamo a vedere quei casi, presenti tutt’oggi, in cui qualche burocrate “illuminato” ha deciso di investire (soldi non suoi, ovviamente) in qualche progetto “innovativo”, o più semplicemente di affidare alla macchina statale la fornitura di determinati prodotti o servizi preesistenti, i risultati sono stati, e lo sono tutt’ora, “diversamente rosei”. 

Nemmeno Internet, l’Argomento per eccellenza della Mazzucato e dei moderni teorici della centralizzazione, è riconducibile a un qualche progetto statale, come ha ben dimostrato Alberto Mingardi, nel suo ultimo libro “La verità, vi prego, sul neoliberismo”.

Qui non si vuole certo fare affidamento dogmatico alla decentralizzazione e al mercato. Siamo ben consapevoli che siamo tutti, nessuno escluso, esseri umani e pertanto fallibili. Ed è proprio per questo motivo che, messi di fronte a diverse alternative, siamo in dovere di scegliere quelle meno dannose.

Anche in un’organizzazione politica estremamente decentralizzata, così come nell’economia più libera che possiamo immaginare, ci sono ovviamente problemi, fallimenti, costi che qualcuno deve sostenere, ma – per quanto “singolarmente” grossi possano essere – essi sono esponenzialmente minori rispetto ai problemi, ai fallimenti ed ai costi che ci troviamo ad affrontare in Stati centralizzati e in economie iper-regolate, come la nostra.

[Speciale] Legittima Difesa

“Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza. Hanno ragione i maestri della cultura classica.

Il brocardo indica semplicemente un’eccezione, di assoluta ragione, al divieto generale di tutela arbitraria dei propri interessi: chi reagisce con violenza alla violenza per difendere un diritto proprio o altrui, non è punibile, purché la difesa sia proporzionata all’offesa: esprime un antico principio di diritto, noto anche come “legittima difesa”. Questa rappresenta un residuo di autotutela che lo Stato concede al cittadini, nei casi in cui l’intervento dell’Autorità non può risultare tempestivo: il fondamento di questa eccezione è oggi quasi unanimemente ravvisato nella prevalenza attribuita all’interesse di chi sia ingiustamente aggredito rispetto all’interesse di chi si è posto al di fuori della legge. 

Come potete vedere la ‘legittima difesa’ non è dunque un diritto di origine, si fa per dire, “salviniana”, ne è stato inventato negli anni duemila da bieche forze del centrodestra di governo, ma affonda le proprie profonde radici nel patrimonio comune della civiltà occidentale. Va benissimo che una o più forze politiche cerchino di ri-valorizzarla e che ogni sforzo in tal senso vada salutato positivamente, ma è irrilevante ai fine della nostra discussione. Non deve esserne il centro. La politica qui non ci interessa.

Come è noto, questo principio di assoluta ragione è saldato nel nostro ordinamento all’art. 52 del codice penale. Ma allora perché è importante oggi parlare di legittima difesa? E perché si è sentito il bisogno di una riforma?

A prima vista parrebbe non esserci alcun dubbio: in Italia è consentito difendersi. Eppure l’opinione pubblica non sembra convinta di ciò, anzi vive la situazione con sempre più insofferenza: il consumarsi di una rapina che, in alcuni casi, sfocia in tragedia, la procura, le indagini, il giudice, il processo a carico di chi si è difeso (quasi sempre per “eccesso colposo di legittima difesa”)… quasi insomma che, in realtà, in questo Paese, sia impossibile difendersi. La verità è che è proprio così! Ti puoi difendere, ma poi lo Stato arriva e ti dice: “Bravo! Ti sei difeso… adesso però fammi vedere se hai fatto bene”.

Cercheremo quindi non tanto di spiegare una riforma, ma di spiegare perché c’è bisogno di un presidio forte a tutela dell’individuo.

Quando lo Stato non assolve il proprio compito, primo ed essenziale, di “guardiano notturno”, è lecito che un cittadino difenda, finanche imbracciando un fucile, la sua proprietà, in particolare dopo aver subito centinaia di furti? La risposta non può che essere, Si! è giusto permettere agli individui di preservare la propria vita e presidiare i propri beni in situazioni di pericolo o in presenza di ripetute vessazioni.

Si può non reagire, certo, si può fuggire, ancor ovvio, ma sono valutazioni che una persona deve prendere in base al proprio convincimento, e non possono queste essere ‘norme universali’ valide per tutti. Chi decide di reagire deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare, e non perseguito per anni per avere esercitato un suo diritto. 

Non si capisce perché si debba preferire chi è stato “vittima” di una reazione difensiva a chi invece di leggi non ne stava violando nessuna, costringendo quest’ultimo ad una maratona giudiziaria per verificare se, a posteriori, abbia fatto bene o meno.

In questi giorni molti media, con dovizia di particolari, stanno riportando come si sono conclusi i processi che sono stati trattati maggiormente in questi anni. Tutti (quasi) assolti: ergo una riforma non serviva. Piano! La gran parte dei processi è finita con un’assoluzione sì, ma, gli stessi articoli, riportano un dato che è ‘IL’ centro del problema: ci vogliono anni, e spese legali non indifferenti, e non per “avere giustizia”, come si dice, ma per vedersi riconosciuta dallo Stato la propria ragione ed il proprio diritto: è una lotta tra individuo e Stato. E questo è un problema: vi sembra poi normale che noi spendiamo tempo e risorse della magistratura per correre dietro a procedimenti che comunque, salvo casi estremi e rari, finiscono con assoluzione? Senza parlare del problema, di non secondaria importanza, per cui un giudice, in base al proprio libero convincimento, possa comunque ritenere, a propria discrezione, che il cittadino non sia rimasto nei limiti della legittima difesa e condannarlo?

Questo perché il nostro codice penale, significativamente firmato da Mussolini, considera il cittadino un suddito, e quindi gli pone i limiti entro i quali si può difendere. Mentre un codice liberale dovrebbe ragionare in modo opposto: chiedersi entro quali limiti lo Stato abbia il diritto di punire chi si difende da un’aggressione che lui, Stato, non è riuscito a impedire.

La difesa è quindi “sempre legittima”? Si lo è, ma in quanto “legittima”. Questo significa che anche la norma più ampia sulla legittima difesa non consentirà mai alla vittima dell’aggressione di recuperare con la violenza la refurtiva in casa del ladro, e nemmeno di potergli sparare alle spalle se scappa in strada con il televisore o per farlo desistere dal rubare la frutta sugli alberi. Queste sono le preoccupazioni che vengono instillate da chi ci vorrebbe tutti inermi e impossibilitati a reagire: ma sono preoccupazioni senza fondamento, perché la “legittima difesa” contempla il caso di chi si oppone ad un’ingiusta aggressione in atto (è l’attualità del pericolo), sull’ingiustizia dell’offesa, sulla necessità di una reazione. In questo costa la vera essenza della ‘proporzionalità’. Questo principio vale in tutto il mondo civile e continuerà, naturalmente, a valere anche da noi anche dopo l’approvazione della riforma. 

La difesa legittima non è dunque un via libera ai giustizieri!

Legato, ma non direttamente, al tema della legittima difesa è il tema della armi. Ora, la legittima difesa si può esercitare anche con mazze, ramazze, mani e piedi, ovvio, ma allora perché quando si parla di legittima difesa, inevitabilmente, si finisce poi a parlare quasi ed esclusivamente di armi? Semplicemente perché queste sono ritenute, di gran lunga dalla maggioranza delle persone, come i mezzi più efficaci per difendersi. Ma la congiunzione dei due temi finisce qui. L’ampliamento della possibilità o delle restrizioni al tema delle armi non è direttamente collegato alla legittima difesa: certo, potrà spaventare più di qualcuno, ma usarlo per negare il diritto alla difesa legittima è sbagliato. Sono due temi diversi. Chi si dice in favore delle libertà non ha problemi a dirsi favorevole sia all’uno che all’altro tema. Porteremo, dati alla mano, le motivazioni a favore e sfateremo qualche mito. Avremo modo di approfondire il tema.

In ultima battuta, ma non meno importante, guardando all’esperienza americana dei liberali, essi hanno saputo trovare un tema che li unisce tutti. La difesa del II emendamento. Parleremo anche di questo. Certo noi in Italia una disposizione simili non l’abbiamo, ancorché di livello costituzionale, ma allora perché non trovare proprio nella legittima difesa e nel legittimo possesso di armi, anche qui in Italia, un qualcosa che ci unisca tutti? Perché la legittima difesa e il legittimo possesso di armi non dovrebbero essere il nostro “II emendamento” dopotutto?