Coronavirus. Criticare il Governo non vuol dire essere “sciacalli”

Questi giorni che stanno mettendo alla prova il nostro Paese ci dicono tante cose.  Ad oggi si contano 528 casi (tra cui vi sarebbero anche dei bambini) e 14 vittime, quarantene imposte nei due focolai di Lombardia e Veneto; scuole, università, cinema e altri luoghi di aggregazione chiusi; orari ridotti per gli esercizi commerciali, città come Milano semi-vuote. Di fronte a questa situazione, che non può che suscitare preoccupazione ed uno stato d’ansia generale (ma che è ben lungi da diventare una “psicosi”, termine che troppo spesso viene usato impropriamente) è perfettamente normale che più di qualche voce si alzi contro il nostro Governo.

Perché, effettivamente, ai più risulta incomprensibile come sia potuto accadere che, da pochi casi circoscritti, si sia arrivati ad essere il primo Paese in Europa per numero di contagi ed i terzi al Mondo. Che cosa non si è fatto? Perché non lo si è fatto prima? Tutte domande legittime.

Il Governo italiano ha chiesto alle forze politiche di condividere i provvedimenti presi per arginare l’epidemia di #Coronavirus, motivando questa richiesta con il fatto che l’interesse dei cittadini dovesse superare ogni polemica e divisione. Ma è assai difficile che questi appelli, pelosi e tardivi, all’“unità nazionale” ed al “bene comune” possano essere accolti, soprattutto se si tiene conto di una serie di debolezze del nostro sistema, che ovviamente preesistevano allo scoppio dell’epidemia, ma che con questa si sono acuite, soprattutto alla luce della cattiva gestione della comunicazione, sia interna che estera, messa in campo dal Governo nei giorni della crisi. 

In questo sentiamo che sia giusto sostenere, come ha ben fatto notare Nicola Porrosulla sua celebre “Zuppa” che “criticare il governo non vuol dire essere degli sciacalli”. Criticare l’azione di un Governo è sempre “cosa buona e giusta”, perché, ottimisticamente parlando, lo si può costringere a prestare più attenzione e a conformare il suo atteggiamento a dei canoni più razionali, oppure, aiutarlo a prendere atto della sua inadeguatezza ed invitarlo a farsi da parte, per lasciare il posto a persone capaci di proporre soluzioni più ponderate.

Perché, al di là degli appelli, è ormai chiaro a tutti che il Governo abbia “peccato” di negligenza e supponenza oltre ai limiti del tollerabile. Una situazione che dovrebbe essere come minimo “scomoda” per tutti coloro che, a differenza nostra, vedono il Governo come l’unica ancora di salvezza per preservare l’ordine sociale ed il quieto vivere civile: molto spesso, i Governi sono i primi responsabili degli scossoni arrecati allo stesso ordine sociale ed allo stesso quieto vivere civile che si vuole preservare. Uno spunto su cui riflettere (se si ha voglia).

E veniamo a quali sono gli errori e le mancanzeche ha manifestato il “Governo”(e lo diciamo in quanto tale, dunque, a prescindere dal colore politico che avrebbe avuto in circostanze diverse dalle attuali), discorso che può essere allargato al resto delle Istituzioni ed ai ben noti “corpi intermedi”.

In principio fu… “il Governo ha adottato le misure più restrittive per fronteggiare la diffusione del Coronavirus”, “abbiamo bloccato i voli, siamo facendo i controlli della temperatura corporea negli aeroporti”, “l’Italia ha fatto molto di più degli altri Paesi”. Mantra ripetuti a reti unificate per giorni. 

Poi, però, sono scoppiati i focolai in Lombardia e Veneto. Qualcosa non ha funzionato, e persino l’Organizzazione mondiale della sanità(OMS) – alle cui indicazioni il Governo diceva essersi atteso “scrupolosamente” – per bocca di Walter Ricciardi, ha rimproverato all’Italia “di avere agito in maniera non efficace al virus, perché la scelta di non mettere in quarantena tutti coloro che arrivavano dalla Cina ci ha resi suscettibili a una minaccia non ancora completamente esplorata dalla “comunità scientifica”. Per di più, la sospensione dei voli dalla Cina ha creato un’illusoria parvenza di sicurezza, mentre i portatori del virus arrivavano per altre vie”. Questa è stata, in definitiva, “una scelta non scientifica”. Se un Governo non si attiene alle raccomandazioni degli organi internazionali che lui stesso si è impegnato a seguire, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

E non si è comportato meglio nemmeno nei confronti delle Regioni, Lombardia e Veneto, le quali  avevano chiesto già tempo addietro, per bocca dei loro rappresentanti, misure volte al contenimento della diffusione del virus, come quella di effettuare dei controlli sanitari approfonditi e di isolare o mettere in quarantena per almeno due settimane gli alunni che fossero stati in Cina nelle due settimane precedenti (indipendentemente che fossero cinesi o meno, è bene precisare), prima di poter rientrare nelle scuole. A questi il Governo ha risposto che erano provvedimenti “sproporzionati” e che violavano il “diritto all’istruzione”. Bene. Ora le scuole sono chiuse per tutti, con buona pace del “diritto all’istruzione”. Se prima dici che non vuoi lasciare a casa gli studenti di rientro dalla Cina, e poi fai chiudere tutte le scuole di ogni ordine e grado per una settimana, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

Scelte di questo tipo, come anche quelle che sono state messe in atto “di concerto” con le Regioni interessate una volta che sono scoppiati i focolai, sarebbero anche compatibili con una teoria dello “Stato Minimo” e non hanno destato particolare risentimento nella popolazione, che le accettate. Giuste, anche se con sofferenza, la loro disposizione. Ma se non vuoi fare nemmeno quello che uno “Stato Minimo” potrebbe fare, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

Non è andata meglio nemmeno alla comunità cinese, che aveva chiesto (come a Prato) di poter mettere in atto l’auto-quarantena, insieme agli spazi per farlo. Niente. Nemmeno l’Ancap ti lasciano fare in santa pace. Se non stai a sentire nemmeno quando i tuoi stessi cittadini vogliono mettersi di propria volontà in quarantena, poi non lamentarti se fioccano le critiche.

Come se non bastasse, e come se la situazione lo richiedesse, abbiamo dovuto assistere anche al “battibecco fra Istituzioni”, con il Capo del Governo che prima si dice “sorpreso” dell’impennata dei contagi, scatenando l’ansia della popolazione invece di rassicurarla; poi le minacce di divulgare degli screenshot con cui si voleva dimostrare il silenzio dell’opposizione, come fosse una liceale appena mollata dal fidanzato, fino ad arrivare al Presidente della Lombardia che lascia una video-conferenza incazzato nero perché, sempre il Capo del Governo, avrebbe insinuato che la “colpa” del contagio fosse tutta delle Regioni che non avevano seguito i protocolli. Se fai i richiami all’unità ma poi giochi allo “scaricabarile”, poi non lamentarti se fioccano le critiche. 

Ora vorrebbe pure avocare a sé i “poteri straordinari”(leggi, “i pieni poteri”) delle Regioni per risolvere l’emergenza.

Come è tipico nel nostro ordinamento dello Stato, le competenze non sono mai “chiare” e predeterminate, ma si gioca sul filo dell’incertezza e della “condivisione”, tra competenze “concorrenti” ed “esclusive”, tra sussidiarietà “verticale e orizzontale” e altre “pippe”, sempre disposte di modo che comunque il Governo centrale possa mettere “becco” su tutto, perché in questo Paese si ritiene sempre che “chi sta sopra” abbia la precedenza su “chi sta sotto”, e mai il contrario. Ci voleva in effetti una bella botta di centralismo, a questo punto.

La verità è che le Regioni si sono trovate a “mettere una pezza” all’irresolutezza del Governoe che stanno rispondendo proprio in virtù dell’efficiente “organizzazione tecnica” che gli è stata concessa. Ma è molto più comodo prendersela con il personale medico (che sta facendo un lavoro egregio) o con un ospedale, adducendo che “non sono state seguite le procedure” che lo stesso Ministero della Sanità aveva emanato (e che sembra difficile i medici e i sanitari non osservassero, date le potenziali cause civili e penali in cui incorrerebbero se non seguissero i protocolli) per poi sfruttare l’emergenza allo scopo di avocare a sé i “pieni poteri”: “no al federalismo sanitario”, dicono da Roma. 

Ma, in questo Paese, quello che è straordinario diventa poi ordinario. È quindi un attacco inopportuno che viene mosso alle Regioni che hanno la sanità migliore del Paese perché, primo, il Governo mal tollera che ci sia qualcuno “più bravo” per il semplice fatto che lascia indietro gli altri (e questo non viene mai letto come uno stimolo “agli altri” per fare meglio), secondo, un attacco a due sistemi sanitari regionali che sono gli unici a lasciare un po’ di spazio di intervento alla sanità privata. Tanto più che se i rappresentanti delle due regioni incriminate chiedessero con un referendum ai propri cittadini se vogliono continuare ad avere una sanità gestita da loro oppure da Roma, la loro risposta lascerebbe ben poco margine d’interpretazione. Il Governo si dovrebbe preoccupare di assicurare il coordinamento e le risorse necessarie, far emergere dal dialogo tra amministratori locali quali sono le “best practices”; non certo di sostituirsi a due Regioni che attraverso il proprio personale sono perfettamente grado di gestire la situazione (e che lo stanno dimostrando ogni giorno), né tantomeno di pretendere di sostituirle nel momento in cui decide arbitrariamente che “non sono capaci”.

Non è andata meglio nemmeno sul fronte internazionale: tafferuglio diplomatico con la Cina per il “blocco dei voli diretti” (che poi non è servito a niente); poi, dopo lo scoppio dei focolai, è stato tutto un oscillare tra un “siamo bravissimi a fare i tamponi” e un “gli altri non li fanno”: come se nel resto d’Europa ci fossero altri Paesi in preda al Coronavirus, ma i Governi a Parigi, Londra, Madrid e Berlino se ne fottessero. Mentre la Gran Bretagna ne ha fatti più di seimila, noi siamo arrivati a quattromila, ma solo dopo che è scoppiata l’epidemia e, fino ad allora, ne erano stati fatti solo poche decine. Infine, il caso delle Mauritius, che bloccano un aereo proveniente dall’Italia e ce lo rimandano indietro. E la Farnesina muta. Poi però non lamentarti se fioccano le critiche.

L’Unione Europea, invece di cogliere l’occasione per “mettersi alla testa dell’emergenza”, è invece riuscita nel capolavoro di scomparire come le ciliegie in inverno, trincerandosi dietro le “competenze nazionali”. Not my problem. Per chi vuole portare (ancora) avanti il sogno di un’integrazione europea, questo è il momento di interrogarsi (ed intensamente, molto).

Si può dire, insomma, che al Governo non ne abbiano azzeccata una o che ne abbiano azzeccate poche senza essere additati come “sciacalli”? Finché ci sarà lalibertà di criticare il Governoper quello che fa, allora potremmo dire di vivere ancora in un contesto di libertà e di democrazia.

Dicevamo, ad oggi si contano 528 casi e 14 vittime, vittime però che sono trattate come “numeri” e minimizzandone la tragica sorte: “sono anziani con problemi medici pregressi” o “sarebbero morti comunque”. Sono, prima di tutto, P-e-r-s-o-n-e. Anche qui, i sostenitori dello “Stato forte” (ma anche, in generale, chi lo sta facendo in questi momenti) dovrebbero chiedersi se uno Stato che considera i suoi stessi cittadini come “numeri” stia davvero gettando “ponti d’oro” verso il liberismo… e poi si vuole andare in giro a cianciare di “nuovo umanesimo”. In un Paese che ha sempre più anziani, la questione dovrebbe essere trattata un po’ più seriamente.

Veniamo anche ai “corpi intermedi” che, assieme al Governo, stanno dando prova di incredibile serietà. Netta la distanza che esiste tra politici ed il mondo reale. Tra le varie ospitate cui possiamo assistere in televisione, i politici, abituati ormai solo ai talk show, sono incapaci di parlare a un Paese spaventato e fragile. 

Ma anche i giornalisti ne escono male: sensazionalismo, paure indotte, titoli esagerati. da una parte, la stampa più vicina alla “destra”, tra un “ve l’avevamo detto” e l’altro, e gli appelli preoccupati affinché siano effettuati controlli su chi sbarca fino alla “sospensione di Schengen”, e quella più vicina alla “sinistra”, che se la ride sotto i baffi perché “i contagiati sono tutti italiani e non c’è un cinese” e “ora gli altri ci trattano come noi volevamo trattare i cinesi”… insomma, tra quelli additati di essere degli “sciacalli”da una parte e le “iene ridens” dall’altra, non è che ci si riesca a salvare più che dal Coronavirus. Meglio spegnere il televisore.

Su internet, nel panorama “mematico” generale, che ci tiene compagnia in questi giorni, si è avuto pure il coraggio di “tifare INPS” perché il Coronavirus colpirebbe i “vecchi”, con conseguente sollievo per il nostro sistema pensionistico. Ora, a parte il fatto che non si deve mai “tifare INPS”e che l’INPS vada privatizzato per il nostro stesso bene, data l’incapacità di gestire le nostre pensioni, gli scandali degli “assegni d’oro” lautamente elargiti e la mala gestione del suo vastissimo patrimonio immobiliare, che non viene fatto fruttare economicamente ma viene abbandonato alla “manomorta”, pensare che la dipartita di qualche decina di anziani possa risollevare la situazione del sistema pensionistico italiano è una cosa da pazzi. “Sciacalli” (veri, stavolta).

In ultima analisi, è il Governo che ha alimentato la paura, sia negli italiani che negli altri Paesi (nei confronti dell’Italia). Lo ha fatto sin da quando, con magna superbia, aveva comunicato di aver messo in sicurezza il Paese chiudendo i voli con la Cina, provvedimento (citiamo testualmente) “all’avanguardia”. Gonfiando il petto in quella occasione è come se avessero dato degli scemi a qualsiasi altro capo di Governo in Europa ed in Occidente, che non aveva adottato misure così “draconiane” (ma, a quanto pare, inefficaci). Quando poi sono scoppiati i focolai, il Governo, ancora una volta, invece di stare zitto e lavorare con umiltà, ha nuovamente gonfiato il petto e dato dello scemo e incapace a qualsiasi omologo europeo: “in Italia più contagi solo perché noi abbiamo fatto fare più controlli e tamponi”.

Ora, da un Governo con la G maiuscola, ci si aspetterebbe principalmente che, nella situazione che si è creata, rassicurasse i cittadini, perché l’ansia generale, se non si è già diffusa, almeno venga contenuta. Il Presidente della Repubblica, con dei comuni in quarantena, scuole chiuse, supermercati presi d’assalto, due Regioni in cui la vita è congelata, dovrebbe come minimo apparire in televisione e fare un discorso alla Nazione, rassicurando i cittadini sull’azione di Governo. Niente. Il programma “Chi l’ha Visto?”potrebbe farci una puntata. Il Ministro della Sanità dovrebbe rassicurare anch’egli i cittadini, garantendo che ogni misura è stata presa, spiegandogli in che modo vengono portate avanti e relazionare sui risultati ottenuti. Niente. Silenzio (da venerdì!). Le istituzioni europeedovrebbero anch’esse sostenere un Paese membro che si trova in una momentanea difficoltà, invitando alla calma gli altri Paesi della Comunità e accantonarei particolarismi ed astenersi dall’adozione di provvedimenti che potrebbero danneggiare l’Italia, rassicurando al contempo che le misure, anche in campo economico, verranno messe in campo (soprattutto per il “Day After”, quando la crisi sarà passata). Niente. Ci si limita ad essere spettatori: “speriamo che non succeda anche a me”.

Il Governo dovrebbe rassicurare sul fronte economico che le quarantene o le limitazioni alla vita sociale, per una o due settimane, non avranno un impatto devastante (o che ne avranno uno “minimo”); la situazione economica del Paese lo richiederebbe, dato che già le stime sulla crescita non erano “rosee”, ora è prevedibile che – se la situazione dovesse prolungarsi per due/tre mesi – si assisterà ad un peggioramento, stavolta si, drastico. Invece, chiude tutto, scuole, negozi, teatri, il Salone del Mobile, pure il Campionato… ma poi invita i turisti a venire lo stesso in Italia: “è un paese sicuro”… come puoi essere credibile?

Dovrebbe rassicurare i mercati (ultimamente pare che questi ascoltino più le dichiarazioni dei Governi che il loro portafogli). Invece, niente. I nostri imprenditori vengono lasciati da soli davanti ai clienti internazionali che, anche giustamente, non si fidano se il Governo per primo non da segnali rassicuranti. Questo rende ancor più difficile la loro situazione, perché non hanno più sbocchi a causa della crescente preoccupazione. La paura della crisi economicasi diffonde come un virus, e l’effetto “domino” qui l’abbiamo assicurato.

Ci sono poi i bar, gli artigiani, i ristoranti, i negozianti, le imprese che hanno dovuto chiudere per giorni o che comunque hanno subito dei rallentamenti… il Governo dovrebbe poi mettere in atto una serie di “misure straordinarie”, come l’esonero dai versamenti delle tasse per le zone quarantenate, uno sconto fiscale per gli esercizi commerciali che operano ad orario ridotto in quelle Regioni in cui vigono ordinanze che impongono una limitazione in tal senso, ecc, insomma, tutto quello che serve per non andare ulteriormente a deprimere aree del Paese gravemente colpite dall’emergenza e quelli che stanno fuori (i consumi diminuiscono, ma l’affitto del locale non ti diminuisce, il muto lo devi continuare a pagare, ecc.).

Ma pare che di tutto ciò non se ne farà assolutamente nulla. Anzi, è più probabile che, al termine della crisi, la “vite fiscale” si stringerà ancora di più, con grave danno per l’economia dell’intero Paese: la zona più colpita è il Nord Italia, quella più ricca e produttiva… se il Nord cede, l’Italia crolla.

Si può ancora dire questo senza essere additati come “sciacalli”?

Di fronte alle inerzie del Governo, non ci resta che adottare i comportamenti raccomandati dagli esperti per la protezione individuale. Lavarsi spesso le mani, non toccarsi occhi, naso e bocca, pulire le superfici con alcol e cloro, usare la mascherina solo se si tossisce o si starnutisce per non infettare gli altri (se si è sani non serve) e tanti altri, rispettare le ordinanze dei Sindaci (che per come svolgono il loro lavoro, sono tra gli amministratori pubblici che possono godere ancora di una ampia fiducia da parte della popolazione), rassicurare chi ci sembra spaventato o troppo ansioso ed invitarlo a seguire i comportamenti corretti, parlare delle cose che ci piacciono… affinché, almeno, con i nostri comportamenti individuali, possiamo dimostrare di poter fronteggiare questa “prova” meglio di come stanno facendo le “alte” Istituzioni che ci dovrebbero rappresentare.

L’immotivata paura del dragone

“L’immotivata paura del dragone”. Condividiamo uno saggio del nostro Local Coordinator di Milano, Cosimo Melella pubblicato su #LeoniBlog.

A quanti propongono ‘policy’ volte a sbarrare la strada alle imprese asiatiche è opportuno ricordare che quando vengono meno le barriere che tengono divisi due paesi ne consegue un avvicinamento tra due culture che iniziano ad integrarsi. Sul piano del diritti, inoltre, vi è un rapporto molto netto tra lo sviluppo delle relazioni economiche e l’instaurazione di una società retta dal ‘rule of law’.

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Si riconosce il consumatore seriale da social network dal bisogno spasmodico di buttare un occhio sulle notizie del giorno e dalla necessità di commentarle pubblicamente per rendere edotte le masse del cyberspace della propria opinione. Ultimamente, ha destato parecchio rumore nell’interlink, portando ad un numero considerevole di post e articoli, la firma del memorandum tra il governo italiano e Pechino o gli incontri tra alcuni leader europei e il presidente cinese Xi Jinping, eventi percepiti dai più come l’imminente invasione del mercato nostrano e dell’UE da parte della Cina.

A certa retorica politica, fatta di immigrazione di massa incontrollata, una parte importante del ceto intellettuale oppone un’altra invasione: l’invasione del dragone cinese. Non importa quanto sia strutturata e complessa – apparentemente – la narrativa che la caratterizza: che venga dall’Asia oppure dall’Africa, l’invasione dell’Occidente è, ormai, prossima. Sembra si tratti, quasi, di una legge deterministica che voglia accentuare l’urgenza del nemico e che si impiega all’occorrenza per sostenere quell’ethos necessario che serve a delimitare il lebensraum che distanzia noi da loro. E, parafrasando Gaber, se non oggi o, forse, domani, sicuramente la nuova orda di Unni arriverà dopodomani, finanche alle porte della Città Eterna. E non basterà un Papa questa volta a salvarla.

Effettuando, però, una lucida indagine retrospettiva, una mente attenta non potrà negare che solo in Occidente la società ha raggiunto uno stadio unico di sviluppo dall’inizio dei tempi. Questo perché la civiltà Occidentale – a differenza della Civiltà Confuciana – ha saputo dotarsi nei secoli di competizione, generata dalla natura decentralizzata della vita politica ed economica (attraverso la liberazione delle forze del mercato), dell’istituto giuridico della proprietà privata e, conseguentemente, di una prolifica ricerca scientifica e medica che ha, persino, consentito un poderoso allungamento della vita media dell’individuo.

Ed in Cina, al momento, non sembra stia accadendo qualcosa di diverso negli ultimi anni. Anzi, l’attuale status quo dimostra, in assoluta contrapposizione a ciò che si legge nei testi scritti da Max Weber, che un’economia di mercato rigogliosa può mettere radici e fiorire anche in una società non occidentale. Infatti, con la morte di Mao nel 1976 il governo cinese ha deciso di abbandonare la lotta di classe, ritenuta imperfetta e dannosa, e di sposare la modernizzazione come approccio alternativo per far risaltare la superiorità del proprio Paese.

L’amara delusione nei confronti del disastroso esperimento di Mao aveva, infatti, dotato i vertici del Partito Comunista Cinese di un certo pragmatismo. Tutto ciò sta conducendo, se pur con numerosi limiti intrinseci a causa della natura ancora assai pervasiva e centralizzata dello Stato, ad un’economia piuttosto vivace e traboccante di forze di mercato.
Ad oggi, tuttavia, sotto la potente e tutt’altro che invisibile mano del Partito, l’emergente economia di mercato del Paese viene spesso considerata di diversa conformazione, non semplicemente differente ma addirittura nemica dell’ordine del mercato Occidentale.

È fattuale che l’economia del mercato cinese sia diversa da quella di qualsiasi altro modello occidentale – e ciò è dovuto a numerose caratteristiche distintive della Cina e del fatto che, indubbiamente, ci si trovi di fronte a formanti culturali differenti da quelli occidentali – ma l’accusa che il dragone costituisca una minaccia per il mercato globale è basata più sulla paura, conseguente alla capacità del Moloch Orientale di apprendere dai diversi modelli di corporate dell’Ovest, e sul malinteso che non sulla logica.

Indubbiamente, la trasformazione della Cina ha aperto orizzonti nuovi alla globalizzazione. Il colosso cinese, infatti, contribuisce allo sviluppo di numerose nazioni dell’Asia centrale e sudorientale, dell’America Latina e dell’Africa, le cui economie sono sempre più integrate nel mercato dell’Est. Questo conduce ad una preponderante svolta nella dinamica dei vantaggi comparati fra nazioni. Inoltre, a seguito delle crisi che hanno travolto USA e UE, è diventato un pilastro emergente dell’economia internazionale, rompendo il primato monolitico dell’Occidente e rafforzando l’integrazione dei mercati globali, aggiungendo un’innegabile diversità culturale.
Laddove il dragone ruggisce l’Occidente è oggi in affanno.

Le liberaldemocrazie hanno rotto il patto tra generazioni, scaricando sui propri figli e nipoti un debito pubblico dall’ampiezza incommensurabile. Un controllo asfissiante dei commerci e degli affari con l’imposizione di dazi e nuove guerre commerciali ha sostituto la complessità alla semplificazione. I parlamenti sono diventati apparati bulimici di norme e regolamenti. Infine, la libera iniziativa privata un tempo vivace e particolarmente produttiva, si è infiacchita, rendendo gli individui sospettosi, se non timorosi, nei confronti del diverso – ecco spiegata questa incessante paura dell’invasione dei tartari, poco importa se sia da Sud o da Ovest – e incapaci di rilanciare le proprie economie.

A quanti propongono policy volte a sbarrare la strada alle imprese asiatiche è opportuno ricordare che quando vengono meno le barriere che tengono divisi due paesi ne consegue un avvicinamento tra due culture che iniziano ad integrarsi. Sul piano del diritti, inoltre, vi è un rapporto molto netto tra lo sviluppo delle relazioni economiche e l’instaurazione di una società retta dal rule of law. E, così come la Grecia conquistata dai Romani, conquistò il selvaggio – traducendo la nota frase oraziana – non resta che attendere e capire se le élite dei Paesi Occidentali riusciranno a superare questa paura immotivata nei confronti del dragone cinese e se da una maggiore integrazione tra il mercato asiatico e quello occidentale si possa definitivamente smentire ogni previsione del secolo a crescita zero.

50 Sfumature di Statalismo

“L’Italia è un paese deturpato da anni di politiche neoliberiste; abbiamo bisogno di tornare ad un ruolo centrale dello Stato!”. Avrete sicuramente sentito anche voi questa opinione espressa quasi quotidianamente nei talk show, nelle interviste e sui social da esponenti di tutto l’arco politico. Per l’attuale (ed anche passata) classe politica, la soluzione è sempre più interventismo nell’economia, quindi, più controllo pubblico negli affari dei privati. Dal crollo del prezzo del pecorino, alla disoccupazione, in particolare quella giovanile e femminile, la risposta è sempre una e una soltanto: Più Stato.

In Italia, lo Stato spende circa la metà della ricchezza nazionale. Questa spesa, in gran parte, è costituita da forme di trasferimento correnti destinate a mancette elettorali e non alla protezione sociale reale. Il prelievo fiscale è, ormai, pari a quasi la metà del Prodotto Interno Lordo. Si continua, però, a parlare di “neoliberismo” come se fosse la causa di tutti i nostri mali. Senza contare che lo Stato controlla, direttamente e indirettamente, le più grandi aziende nei settori strategici (trasporti, energia, comunicazioni, banche, etc.) e migliaia di enti partecipati.

Allo Stato italiano si aggiungono anche le numerose organizzazioni sovranazionali, l’Unione Europea in testa, che, abbandonato l’originario e preminente scopo di “limitare” il ‘Leviatano’ e di contribuire alla tutela dei cittadini, hanno progressivamente ampliato la propria competenza decisionale, avocando e armonizzando, sempre verso l’alto, compiti e funzioni come se fossero un vero e proprio ‘Stato’.

Difficile ritenere che il “neoliberismo” sia il problema del nostro Paese ed, in generale, del continente europeo. Ma, se quello continentale è un processo di centralizzazione ancora in fase embrionale, nel nostro Paese, è, invece, in stato avanzato. Parafrasando il film vincitore del premio Oscar del 2008 “Non è un paese per Vecchi”, non si può certo affermare che l’Italia sia un “Paese per Liberali”.

E se nel capolavoro dei fratelli Cohen, lo spietato killer Anton Chigurh perseguita il protagonista Llewelyn Moss per fare sua una borsa piena di soldi, lo Stato italiano vessa il cittadino per impossessarsi delle sue ricchezze, ritenendo di poterle spendere in modo più efficiente ed utile alla collettività, a sua volta, anche l’Unione Europea chiede allo Stato italiano sempre più denari e competenze, perché ritiene di sapere meglio degli stati nazionali come spenderle.

E se l’enorme ed ingombrante presenza dello Stato si percepisce su tutti i fronti, tuttavia nessuna forza politica ne chiede la riduzione. Sebbene il ruolo ed il peso dell’Unione Europea siano già stati messi in discussione da più parti, ciò non è accaduto specularmente per lo Stato. Infatti, ogni volta che viene approvata una legge che preveda degli aumenti di spesa, l’opposizione è sempre pronta alla levata degli scudi, ma mai anche solo a proporre una visione che sia in netta controtendenza. Troppo spesso le critiche riguardano il mezzo, le modalità o l’ambito in cui i soldi sono stati spesi. 

Alla fine delle, seppur forti, contrapposizioni, tutti vogliono spendere e tutti sanno meglio degli altri dove si dovrebbe spendere. Nessuno si pone, invece, il problema di voler continuare ulteriormente a sperperare le ricchezze che gli italiani hanno accumulato con grande fatica, sacrificio ed impegno – un trend che si protrae ormai da diversi decenni.

Come antidoto a chi vorrebbe risolvere un problema che non c’è (il neoliberismo) con un problema che invece esiste eccome (Stati e para-Stati) suggeriamo la lettura del nuovo libro di Alberto Mingardi: “La verità, vi prego sul neoliberismo – Il poco che c’è, il tanto che manca” (Marsilio)

Legge di Bilancio 2019: Una Prospettiva Critica

La Legge di Bilancio 2019, contenente i principali provvedimenti di natura economica predisposti dal Governo, approvata dal Parlamento il 30 Dicembre 2018 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il giorno seguente, si propone come una manovra di politica fiscale espansiva, con l’obiettivo di stimolare la domanda aggregata, in particolare tramite la componente dei consumi, e generando così un aumento del Pil.

Con queste premesse, ha sicuramente nei provvedimenti di “Quota 100” e “Reddito di Cittadinanza” i due capisaldi, che prevedono aumenti di spesa per circa 11 miliardi.

Altre novità importanti riguardano l’introduzione di una “Flat Tax” al 15% per i lavoratori autonomi con reddito fino a 65.000 €; l’introduzione di una “Web Tax” al 3% sui ricavi da servizi digitali e la disattivazione delle clausole di salvaguardia dell’Iva per il 2019, che evitano l’aumento della tassazione indiretta su beni e servizi.

Il quadro Macroeconomico

Per quanto riguarda il quadro Macroeconomico, il Governo ha previsto un rapporto Deficit/Pil pari al 2%, una crescita del Pil nel 2019 all’1% ed un Deficit strutturale in leggero aumento pari a 1,3%, sfruttando una flessibilità dello 0,2 concessa dalla Commissione Europea in fase di trattativa.

Le previsioni di crescita del governo apparivano molto ottimistiche già nel mese di dicembre, quando la legge è stata discussa e approvata. Altri organi, come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio e la Banca d’Italia, prevedevano una crescita minore per il nostro Paese. In seguito alla pubblicazione da parte dell’Istat dei dati riguardanti la variazione del Pil negli ultimi due trimestri del 2018, pari rispettivamente a -0,1% e -0,2%: una previsione di crescita pari all’1% sembra ancora più irrealistica. Se la variazione del Pil dovesse essere più vicina allo 0% che all’1%, il deficit aumenterebbe di 0,4 o 0,5 punti percentuali rispetto a quello previsto e potrebbe divenire concreta la necessità di una manovra correttiva o comunque di consolidamento dei conti durante l’anno corrente.

Quota 100

Ci sembra utile soffermarsi sui due provvedimenti principali (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) in quanto rappresentano le poste di spesa maggiori e sono, sicuramente, le due misure più discusse. Nella Legge di Bilancio sono indicate le spese relative ai due provvedimenti, ma non le modalità di attuazione che sono state specificate nel DL 4/2019.

La revisione della “Legge Fornero” (prevista con Quota 100) è stata introdotta in via sperimentale per soli tre anni e dovrebbe interessare una platea pari a circa 900 mila persone, con un costo di 4 miliardi. Il provvedimento concede la possibilità di ottenere la pensione per chi ha raggiunto 38 anni di contributi e, minimo, 62 anni di età. Conseguenza diretta di tale misura è l’aumento della spesa pensionistica per gli anni futuri.

Se l’obiettivo della politica fiscale del Governo è quello di aumentare la crescita stimolando la domanda aggregata questa misura difficilmente avrà gli effetti sperati, in quanto essa rappresenta un trasferimento di risorse da una parte della popolazione (giovani lavoratori) ad un’altra (anziani pensionati). L’aumento della spesa pensionistica è catalogabile come un aumento di spesa corrente, la quale ha effetti espansionistici pari a zero o estremamente contenuti.

La spesa pensionistica in Italia è già una delle voci più importanti del bilancio statale, pari al 15% del Pil ed è una delle più alte tra i paesi OCSE. A pagare il costo di questa misura saranno le generazioni più giovani. A questa obiezione il Governo ha risposto sostenendo che la riduzione dell’età pensionistica produrrà una diminuzione del tasso di disoccupazione giovanile, in quanto per ogni nuovo pensionato verrà assunto almeno un giovane (2 o 3 nelle versioni più ottimistiche). Tale convinzione proviene dall’idea che il numero di posti di lavoro sia fisso, e che vi sia una sostituibilità naturale tra gli over 60 ed i lavoratori più giovani. Questa assunzione non sembra essere supportata dai fatti. Non vi sono studi o analisi che dimostrano l’esistenza di una relazione fissa tra disoccupazione giovanile e disoccupazione tra gli over 60. Inoltre, in presenza di un rallentamento dell’economia, come quello che sta sperimentando il nostro Paese attualmente, è improbabile che ad ogni pensionato corrisponda una nuova assunzione, ma è razionale assumere che le aziende possano sfruttare quota 100 per ridurre il personale e difendersi così dal peggioramento della congiuntura.

Reddito di Cittadinanza

Il Reddito di Cittadinanza è un provvedimento di sostegno al reddito, indirizzato verso le persone meno abbienti, ritenuti al di sotto della soglia di povertà, pari a 780€, di cui 280€ utilizzabili per le spese di affitto.

Esso è condizionato all’iscrizione, da parte del ricevente, ad un centro per l’impiego, e la ricerca attiva di un posto di lavoro. Si perde il diritto a ricevere il sussidio in caso di rifiuto di 3 offerte di lavoro congrue nell’arco di 18 mesi. Il costo totale della misura è pari a 7 miliardi, di cui un miliardo necessario per nuove assunzioni nei centri per l’impiego e dovrebbe essere rivolta a poco meno di 2 milioni di persone.

Essa sostituisce la forma precedente di sostegno al reddito, il Reddito di Inclusione, introdotto dal precedente governo, ampliando la platea avente diritto.

Anche questa misura non è esente da critiche, introducendo alcune distorsioni nel sistema dovute a due fattori principali.

Innanzitutto, la soglia di povertà assoluta è differente a livello geografico nel nostro Paese, essendo il costo della vita superiore al Nord rispetto che al Sud. Il provvedimento non sembra tenere conto di questa caratteristica. Il sussidio risulterà essere quindi molto più generoso in alcune zone e meno in altre.

Secondariamente, la scala di equivalenza usata per stabilire i criteri di chi ha diritto al reddito penalizza i nuclei familiari più ampi. Anche l’introduzione di una somma fissa per l’affitto (280€) contribuisce ad esacerbare questa differenza di trattamento.

In seguito a queste distorsioni, possiamo affermare che il massimo beneficio affluisce ai single residenti al Sud che potranno percepire un reddito nettamente superiore alla soglia di povertà definita dall’Istat per quei territori e, al contrario, una famiglia composta, per esempio, da due adulti e due bambini al Nord rimarrà sotto la soglia di povertà.

Altre criticità riguardanti il Reddito di Cittadinanza sono riscontrabili nelle tempistiche annunciate dal Governo per l’erogazione del sussidio, troppo poco tempo per assumere personale qualificato nei centri per l’impiego e per la definizione dei beneficiari. Infine, è sicuramente preferibile evitare commistioni tra politiche sociali di sostegno al reddito e politiche del lavoro e di contrasto alla disoccupazione, come già efficacemente fatto da numerosi paesi occidentali.

Anche questa misura è costruita per ottenere un aumento della domanda aggregata e dei consumi, tramite trasferimenti statali nei confronti dei meno abbienti. Per quanto sia lodevole il tentativo di aiutare le persone più in difficoltà, oltre ad introdurre le distorsioni precedentemente elencate, il Reddito di Cittadinanza difficilmente stimolerà l’economia verso una crescita sostenuta del Pil. Il moltiplicatore associato a questo tipo di spesa corrente, infatti, è estremamente contenuto.

Conclusioni

In conclusione, la manovra finanziaria potrebbe fallire nell’obiettivo di stimolo alla crescita, provocando degli scompensi nei conti pubblici. Sarebbe stata sicuramente preferibile una legge di segno opposto, volta a diminuire le spese dello Stato ed il debito pubblico, verso un consolidamento dei conti pubblici, puntando a riformare quei settori dell’economia in maggior difficoltà, come il mercato del lavoro.

La Rabbia dei Pastori Sardi

In questi giorni la notizia principale che affolla i notiziari ed i giornali riguarda la protesta dei pastori sardi. Fiumi di latte riversati sulle strade, sversati giù dai cavalcavia delle autostrade e minacce di bloccare i mezzi che trasportano il latte, sono le principali armi della contestazione del Movimento dei Pastori che cavalca la protesta. Sono atti estremi, perché nessuno vuol vedere il frutto del proprio lavoro gettato così: in quei gesti non si può non vedere una richiesta d’aiuto da parte di chi non ha riconosciuta la propria fatica. Ma a cosa è dovuta questa improvvisa rabbia?

Le cause della crisi

La motivazione principale riguarda il prezzo ritenuto troppo basso a cui viene acquistato il latte dai consorzi e dalle aziende che poi lo trasformano nel prodotto finito. Va da sé che il latte venduto a 60 centesimi di Euro vuol dire che migliaia di imprese pastorali saranno destinate alla chiusura.Oltre l’80% (circa 12mila) delle imprese pastorali sarde produce latte che viene poi trasformato in Pecorino Romano, il quale rappresenta una grossa fetta dei pecorini prodotti in Italia (81,54%) ed UE (52%). A causa di un’eccedenza nella produzione del Romano da parte dei consorzi, il prezzo dello stesso è crollato e, consequenzialmente, anche il prezzo della materia prima. I pastori piuttosto che vendere ad un prezzo così basso, inferiore al costo di produzione, preferiscono dunque buttarlo, darlo in pasto ai maiali o regalarlo alla popolazione in segno di protesta. Il problema risiede quindi nella monocultura di un’unica tipologia di formaggio: il Pecorino Romano, e alla grande volatilità del prezzo del latte sui mercati internazionali.Volendo soffermarsi su un’analisi superficiale questa sembrerebbe essere la solita storia di Davide contro Golia, il piccolo contro il grande, lo sfruttato contro lo sfruttatore. Forse è meglio andare più a fondo per capire, alla radice, dove stia il problema.

“Piccolo non è bello!”

Tale situazione è, infatti, solo la punta dell’iceberg di quel “peccato originale” che affligge la struttura economica della filiera agroalimentare italiana (e più in generale del settore manifatturiero ed industriale): ossia l’eccessiva frammentazione del tessuto produttivo e la filosofia del “piccolo è bello”.Rispetto agli altri paesi UE produttori di latte e formaggio, l’impresa Italiana è caratterizzata da pascoli di dimensioni minori (minor numero di capi per azienda) e resa, per animale, inferiore. Nonostante ciò, il prezzo è spesso maggiore rispetto a quello dei principali competitor. Tanto più se si aggiunge che la produzione del Pecorino Romano si trova in eccedenza. In una situazione del genere, si è obbligati ovviamente ad esportare. Nel mercato internazionale la domanda di latte ovino crescerebbe anche dell’8% annuo: altri ne traggono i vantaggi, ma non noi.

Soluzioni per risollevarsi

Quali sono allora le ricette per uscire da uno stato così disastroso ad aiutare le piccole-medie imprese sarde a risollevarsi? Sono quelle che non sono state mai applicate.Un consiglio che possiamo dare e che deve essere attuato da subito. Uno sviluppo del settore (e questo riguarda tutta l’Italia) non può fare a meno di razionalizzare la produzione. Ciò è possibile solo cercando di consorziare le aziende al massimo (magari anche in un consorzio unico), aumentando il numero di capi per azienda e potendo così sfruttare le economie di scala e produrre quantità maggiori ad un costo minore. Non è infatti più possibile che ogni comparto della filiera proceda in modo disgiunto l’uno dall’altro. Occorre anche differenziare (verticalmente ed orizzontalmente) in modo da non rimanere legati troppo ad un solo tipo di prodotto ed al suo andamento sul mercato. Il latte sardo negli anni è cresciuto in qualità, tanto da essere uno dei migliori al mondo: è principalmente da pascolo, ma questa caratteristica sicuramente positiva non rientra però negli standard industriali, che sono di natura più tecnica. Negli anni i pastori sardi sono diventati imprenditori, è stato chiesto loro di migliorare le greggi, con il risultato di avere macchine da latte e nel contempo, però, alti costi di gestione. L’introduzione di nuove razze iperproduttive, legate alla meccanizzazione, hanno generato una capacità produttiva elevata e dunque un’offerta di prodotto che supera quello che la domanda del mercato può assorbire. Per questo, bisognerebbe puntare più sulla qualità che sulla quantità, creando un prodotto di qualità, sfruttando la riconosciuta eccellenza dei formaggi Italiani nei mercati mondiali.L’altro aspetto, quello più urgente, è che va totalmente rivista la struttura commerciale, che non può essere lasciata ad una moltitudine di soggetti, imprenditori e cooperative che si fanno la lotta tra di loro abbassando i prezzi. Inoltre, si rende fondamentale, proprio perché c’è bisogno di esportare, la valorizzazione delle eccellenze (le d.o.p.) che ad oggi non vengono valorizzate. Anche la creazione di un marchio unico rappresentativo della Sardegna o del Pecorino Romano apporterebbe un enorme beneficio, dato che (e qui passiamo al settore secondario) molti trasformatori preferiscono i marchi aziendali, con una proliferazione di etichette che non aiuta la commercializzazione. Infine, cercare nuovi sbocchi. La domanda di latte è in aumento, ma il Pecorino Romano, che principalmente esposta negli States, sta subendo una contrazione costante: si rende quindi necessario trovare nuovi sbocchi, e ciò non è possibile se non con un consorzio forte che abbia una strategia a beneficio di tutti.

Le soluzioni non sono estranee al nostro tessuto imprenditoriale: le eccellenze italiane

Sono sicuramente soluzioni difficili ed impegnative, che richiedono un certo tempo per entrare a regime, ma sono le uniche che possono davvero funzionare e riportare le nostre aziende (sia dell’allevamento che e della trasformazione finale) allo splendore che meritano. E, si noti bene, non sono ricette estranee al nostro tessuto produttivo o alla nostra cultura imprenditoriale: si pensi, tra i tanti, alla Conserve Italia, proprietaria dei marchi Valfrutta e Cirio, o agli esempi virtuosi del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, dove gli allevatori vengono ripagati in modo positivo. Certo, questi grandi formaggi italiani ci hanno messo anni per arrivare ad una gestione dell’offerta competitiva ed efficiente a tutti i livelli della catena, ma lo sforzo è valso il sacrificio.

Una cultura politica inadeguata

Tuttavia il nostro Paese sconta (questo sì un “peccato originale” gravissimo) la “vecchia” (che poi mai vecchia è diventata) politica del chiedere l’aiuto dello Stato. E’ un malcostume che per molto tempo è stato diffusissimo nel nostro Paese (anche agli alti livelli delle nostre accademie) e che tanti e gravi danni ha prodotto alla nostra economia: il principale è stato quello di inibire la capacità di pensare a soluzioni che non siano quella dell’intervento pubblico: infatti, i rappresentanti degli stessi allevatori hanno subito richiesto la fissazione di un “prezzo minimo”, che sia superiore al costo di produzione. Tale richiesta non ha potuto non generare antipatie all’interno del mondo dei liberali italiani. Tuttavia non possiamo dimenticare che queste persone scese per le strade a manifestare il proprio scontento sono vittime del sistema a cui cerchiamo (nel nostro piccolo) di dare un’alternativa, e non parte di esso. Bisogna pertanto spiegare che chi vi promette prezzi minimi e soluzioni affini non è vostro amico! La fissazione di un prezzo minimo non farà altro che indurre le aziende a comprare il latte da un’altra parte, peggiorando ancora di più la già disastrosa situazione; e non si capisce come la paventata imposizione di un dazio al latte importato possa impedire alle aziende di rifornirsi dai produttori romeni (dato che la Romania sta in UE e non si possono fissare dazi interni) additati unanimemente dalla politica e dalle sigle sindacali degli allevatori come i principali responsabili della catastrofe. Tant’è vero che le accuse di concorrenza sleale, se fossero vere, sarebbero da denunciare subito (vi sono efficaci strumenti a livello nazionale e comunitari per farlo): cosa che nessuno ha mai fatto finora, nemmeno le corporazioni che pretendono oggi di difendere gli allevatori.Gli incentivi agli allevamenti sardi non sono altro che dei palliativi: occorrono invece strumenti nuovi e personale tecnico preparato ad affrontare i mercati internazionali. La soluzione non passa dalla politica e dall’aiuto di Stato, che è invece alla base di gran parte dei problemi del settore agroalimentare Italiano. L’assurda ed insensata politica di sussidi perpetrata prima dai governi nazionali e successivamente dall’Unione Europea con la PAC, sotto forma di quote, dazi all’importazione, prezzi minimi, questa politica, è proprio una delle principali cause delle difficoltà incontrate nei mercati dagli allevatori italiani. Le politiche assistenziali verso il settore agroalimentare hanno disincentivato la riduzione dei costi di produzione e di mantenimento dei pascoli, l’innovazione e la creazione di consorzi e cooperative di dimensioni maggiori in grado di produrre quantità tali da permettere ai singoli allevatori di sopravvivere in un mercato ormai globalizzato.

Conclusioni

Continuare a “proteggere” gli allevatori tramite sussidi non è la soluzione ma solo un modo per posticipare il problema, “kicking the can”, fingendo di familiarizzare con coloro che sono in difficoltà solo per accaparrarsi voti in vista delle prossime elezioni. Il problema si ripresenterà, e ad ogni ciclo sarà sempre peggio!I produttori dovrebbero chiedere meno regolamentazioni, la cancellazione di ogni tipo di quote e prezzi minimi e puntare ad un miglioramento della produttività tramite grandi consorzi e cooperazione sul territorio, come fanno efficacemente in Spagna e Francia (e anche in Italia non mancano gli esempi virtuosi in questo senso).Solo in questo modo è possibile porre un argine e resistere alla concorrenza di quello che sta venendo additato come il “vero nemico”, il latte proveniente dai paesi dell’Est, – sicuramente di qualità inferiore e meno sicuro per la salute, ma a minor costo per le aziende. Una produzione razionalizzata e di qualità (secondo le linee che abbiamo esposto sopra), un marchio forte e competitivo, aggiunto ad uno Stato (ma anche un’Unione) meno invasivo (soprattutto sul versante tasse) non avrebbe da temere alcuna minaccia.