“La Coca Cola me la porto a scuola”?

“La Coca Cola me la porto a scuola”?. Condividiamo questo saggio di un nostro caro amico che ci segue sempre, Giuseppe Portonera , Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, pubblicato sul sito dell’istituto #brunoleoni.it.

Le banalizzazioni del ministro dello sviluppo economico sull’educazione alimentare

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Di fronte alla platea di Coldiretti, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi di Maio, ha detto che: «l’educazione alimentare si deve fare nelle scuole prima di tutto eliminando tutti questi distributori di cibo spazzatura che viene somministrato ai nostri figli» e che è «assurdo che un bambino nel corridoio della sua scuola abbia ancora un distributore di Coca Cola o prodotti non made in Italy». Piuttosto, «mettiamoci un bel distributore di succo d’arancia». 

In questo Focus si fa il punto su tre “facili verità” sollevate da Di Maio: quanto è spazzatura il cibo spazzatura? È vero che dove c’è la Coca cola non ci sono le arance (italiane)? È vero che dove c’è la Coca cola non c’è il made in Italy? 

In verità, c’è un problema di fondo più grande e importante dei termini dell’infelice dichiarazione di Di Maio, che – come chiarito in apertura – è rappresentato dalla banalizzazione del tema dell’educazione alimentare. È un peccato che un argomento così importante sia non solo svilito per il fine di inseguire qualche applauso a una convention o qualche titolo sui giornali, ma anche trattato secondo una direttrice che è facile riassumere in “meno libertà, più obblighi”.

Il “paternalismo” (soft o hard) che i nostri politici esibiscono ogni qualvolta si parla di educazione alimentare è dannoso sotto più profili: a parte il profilo della dubbia efficacia per il miglioramento della salute individuale, l’esempio delle dichiarazioni del ministro Di Maio – che, comunque, è il ministro dello sviluppo economico, non quello della sanità – dimostra che esso può rappresentare una minaccia anche alla crescita (seria e sostenuta) del paese.

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Fuori dal Salone

Dopo polemiche e dibattiti accesissimi durati per giorni alla fine la casa editrice Altaforte è stata esclusa dal Salone del Libro di Torino. Ma, oltre all’esclusione, come se non fosse già sufficiente, gli avvocati del Comune di Torino e della Regione Piemonte hanno presentato un esposto alla procura di Torino – che ha già aperto un’inchiesta – contro Francesco Polacchi, coordinatore di Casapound in Lombardia e fondatore della casa editrice, per denunciare le sue dichiarazioni sul fascismo (“Sono fascista e Mussolini è un grande statista italiano”), e sull’antifascismo, da lui ritenuto “il male di questo Paese“.

Comune e Regione hanno motivato la domanda di esclusione spiegando che la presenza di Altaforte al Salone stava causando un grave danno di immagine all’evento e alla Città e aveva anche reso impossibile una lezione agli studenti di Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, che aveva annullato per protesta la sua presenza. Decisione di cui, Regione e Comune, hanno detto di assumersi la “piena responsabilità politica”.

E’ difficile parlare neutralmente di quanto successo perchè, non bisogna nascondersi dietro un dito, stiamo parlando dell’esclusione di una casa editrice che si rifà ad un movimento politico che sposa (e sposa lei stessa) apertamente idee fasciste: pertanto un moto di indignazione all’idea che una casa editrice così potesse prendere parte ad un esposizione, come tante altre, è comprensibile. Ma all’indignazione deve seguire poi la ragione.

La tentazione di voler censurare, limitare il più possibile la diffusione di ciò che non piace sentire per alcuni è molto forte di questi tempi… ed è pure possibile rivolgersi a delle amministrazioni pubbliche per chiedere ed ottenere un loro intervento, dato che queste sono ovunque e sono coinvolte in tutti gli aspetti del vivere sociale: tanto basta assumersi la “piena responsabilità politica”

Ma poi, domanda rivolta a tutti – liberali, individualisti, statalisti, collettivisti, insomma all’universo mondo: Siete contenti? Siete contenti di questo Stato che può intervenire, col pretesto dei patrocini (quindi i soldi di tutti) ad essere decisore di ultima istanza di chi sta dentro e chi sta fuori? Chi è conforme e chi è difforme? Siete contenti? E il prossimo passo?

Ecco perchè quando si proclamano i diritti, come quelli della libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, se poi si cominciano a fare i distinguo è la fine! Allora vale tutto! Vale tutto! A favore o contro chiunque!

Le varie motivazioni che si sono addotte per motivare l’esclusione della casa editrice non gradita sono tutte più o meno riconducibili ad un’unica giustificazione di base: il Paradosso di Popper, per il quale è lecita l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa, come condizione necessaria per la preservazione della società aperta.

Stano che gli appartenenti al mondo della cultura, che ruota attorno al Salone – che dunque hanno letto molto e che molto, per questo, dovrebbe sapere – abbiano offerto una lettura così misera e banale di Popper. Il filosofo ed epistemologo austriaco non ha mai inteso né che “si debbano sempre sopprimere le manifestazioni di filosofie intolleranti”, né offrire una facile giustificazione a chi, comunque intollerante (benché tale non si consideri), voglia ridurre al silenzio altri intolleranti (o che tali egli considera). Non solo, Popper ci offre anche dei limiti, e sostiene infatti che finché il contrasto con argomentazioni razionali è possibile, “la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni”.

Ed è infatti quello che è avvenuto. La campagna contro Altaforte non ha dato i risultati sperati, e non li ha dati perché non c’erano i presupposti indicati da Popper per giustificare una soppressione dell’intolleranza. Ed è finita esattamente come Popper avvertiva.

Ed ecco dimostrato empiricamente cosa accade quando pochi intolleranti (Wu Ming, ZeroCalcare, Carlo Ginzburg, Pif e altri – non che siano intolleranti in generale, ma in questa precisa occasione si sono comportati come tali) prendono il sopravvento sui più, tolleranti, per mezzo di amministrazioni pubbliche loro compiacenti, e riescono poi a dettare la linea e a prevalere. Non proprio un esempio di “società aperta” quindi.

Nemmeno una campagna pubblicitaria da milioni di euro avrebbe saputo portare tanta notorietà e prese di posizione favorevoli ad una piccola casa editrice che, detta brutalmente, nessuno conosceva o si filava e che era candidata a passare del tutto inosservata nel prosieguo della manifestazione.

Certamente siamo consapevoli che questa lettura di ciò che dice Popper non sia stata una semplice “svista”, ma un’interpretazione di comodo. Ma, in sintesi, se il Salone del Libro, cedendo alle richieste (leggasi “ricatti”: “non partecipo se…”) di pochi, ha voluto dare una dimostrazione di ciò che si deve fare per difendere la “società aperta”, nella quale fiorisce la democrazia, si può dire che sia riuscito a “cannare in pieno”, offrendoci invece un esempio di “società chiusa”, senza morale, dove prospera l’autoritarismo (in questo caso delle idee). Se poi pensiamo al “tema” scelto quest’anno (“La cultura non contempla frontiere o linee divisorie, la cultura i confini li salta. Supera divisioni, frantuma muri, balza dall’altra parte”) ciò fa ancora più impressione.

Discorso a parte merita la posizione di Halina Birenbaum che, avendo lei dovuto subire le persecuzioni di quegli stessi che Casapound oggi vorrebbe ri-valorizzare, certamente non avrebbe avuto piacere vedere chi nega che lei abbia subito quello che, nei fatti, ha dovuto subire (“Ho sofferto troppo per stare con persone che propagano idee per le quali ho perso la mia famiglia e l’infanzia”): e quindi non si può tacciare certamente la Birenbaum di essere intollerante.

Certo, noi non ce la sentiamo (pur comprendendo la sua situazione) comunque di giustificare l’espulsione di Altaforte, soprattutto per come la posizione della sopravvissuta di Auschwitz è stata usata, ovvero come pretesto da parte di due enti pubblici per allontanare un editore non gradito (in barba comunque ai principi costituzionali che si sono impegnati “a riconoscere e a promuovere”) e per come, poi, tale decisione abbia finito per risolversi a danno della stessa: il diffondersi del negazionismo dell’olocausto (terribile) va combattuto ed affrontato con argomentazioni razionali, diffondendo il più possibile la testimonianza e la memoria, che sono le armi più efficaci e temibili contro queste follie revisioniste, anti-storiche e anti-umane.

Ma laddove il dialogo e la dialettica hanno fallito, è riuscito (ancora una volta) il Mercato: in una battuta dell’editore Polacchi (“abbiamo fatto in quattro giorni il fatturato di quattro anni”) è riassunto il fallimento di chi, alzando il pugno per combattere battaglie non richieste da nessuno, si è arrogato il diritto di decidere per tutti. Infatti, benché alla fine sia stata esclusa da un Salone, non essendo questo Paese ancora giunto ad adottare un livello di censura così diffusa per i contenuti non graditi, è stato possibile acquistare comunque on-line (e anche alla Feltrinelli – che coerenza) le pubblicazioni di Altaforte che, da casa editrice sconosciuta, è salita ‘vento in poppa’ nelle classifiche delle vendite; inoltre, ora tutti la conoscono, e per di più, molti, che magari non la pensano come l’editore, hanno acquistato comunque le sue pubblicazioni “per solidarietà”.

Ed è da fare una riflessione obbligata su quanto quello che diciamo sia vero. Il Mercato, quanto più libero, la “mano invisibile”, sono tutte cose Vere e l’hanno potuto sperimentare anche chi, come Casapound&Friends, magari del Mercato, come lo intendiamo noi, non hanno una grande simpatia. Grazie alla singole libertà di chi ha cliccato “acquista articolo” hanno potuto beneficiare delle preferenze di molti, laddove invece, le preferenze di pochi avrebbero portato alla loro esclusione, all’impossibilità di far conoscere i propri prodotti, e, quindi, a raccogliere i frutti del proprio lavoro. E l’hanno sperimentata anche colore che, ebbri dal fatto di aver vinto una, piccola, “battaglia”, hanno poi perso la “guerra”, e hanno ottenuto l’esatto opposto di quello che avrebbero voluto.

E quella offerta dal Mercato è una libertà che premia anche chi non la riconosce: e forse, su questo, ci si dovrebbe pensare un pò su.

Liberiamo il 25 Aprile!

Il 25 Aprile è la ricorrenza che più divide gli Italiani. Ma la festa della Liberazione, ormai da molti anni, ha perso il suo valore originario e continua ad essere monopolizzata e strumentalizzata sia da quei nostalgici della dittatura nera che fu, sia da quelli che ne hanno sempre sognata una di rossa. 

Fascismo e Comunismo, due facce della stessa medaglia. Fascismo e Comunismo, due diverse declinazioni degli stessi concetti: statalismo, autoritarismo, supremazia dello stato sull’individuo, dei burocrati di stato sulla persona. Fascismo e Comunismo hanno soppresso l’eccezionalità e la specificità dell’individuo, sublimandolo all’interno di concetti vuoti e retorici come lo stato, la nazione, la società. Fascismo e Comunismo sono stati e continuano ad essere, allo stesso modo, causa di guerre, morte e devastazione in Italia, in Europa e nel Mondo, in questo come nel secolo scorso. 

Il 25 Aprile non può e non deve essere una ricorrenza degli uni o degli altri, di una dittatura contro l’altra, ma una festa per tutti gli Italiani che amano la libertà e cercano di ottenerne sempre di più ogni giorno. Il 25 Aprile deve essere la festa in cui si ricordano tutti coloro che, da una parte e dall’altra, sebbene obnubilati dalle ideologie stataliste e dagli autoritarismi, hanno dato la vita combattendo per difendere sé stessi, i propri cari e la propria famiglia prima ancora che la Patria o lo Stato. Senza nessuna distinzione di colore politico o appartenenza religiosa. 

Il 25 Aprile deve essere la festa in cui ringraziamo gli Alleati per essere arrivati in soccorso dell’Italia, ed averci regalato 70 anni di pace e prosperità grazie alle istituzioni democratiche ed al libero commercio. Il 25 Aprile deve essere il giorno della memoria di tutti quelli che hanno dato la vita per la nostra libertà, e non solo di alcuni di loro; si pensi ai partigiani della Brigata Ebraica, che ad ogni 25 Aprile sfilano in corteo perché sentono questa giornata anche come loro, ma che vengono puntualmente presi a male parole, insulti e sputi da quegli eredi dei partigiani che vedono questa ricorrenza come una loro proprietà intellettuale.

Il 25 Aprile deve essere il giorno in cui ricordiamo il male che uno Stato forte, autoritario, che ha il pieno controllo di ogni attività, può fare ad un Paese e a un Popolo. Il giorno in cui ricordiamo i danni creati dalle ideologie collettiviste. In cui ricordiamo che l’unico antidoto al fascismo è la difesa della libertà individuale in tutte le sue forme. 

Perché come diceva Ennio Flaiano esistono due tipi di Fascisti: i Fascisti e gli Anti-Fascisti, non permettiamo a nessuno dei due di prendersi ciò che non gli appartiene, la libertà e la liberazione da ogni forma di autoritarismo.

Speriamo che qualcuno si renda conto del vero valore di questo giorno, così che non sembri che le vite dei nostri nonni siano state sacrificate invano.

Arrestato Julian Assange: un eroe ma non per tutti

Un figlio, un padre, un marito. Vincitore di decine di riconoscimenti per la sua attività giornalistica. Nominato al Premio Nobel per la pace ogni anno, a partire dal 2010, per la sua attività di informazione e trasparenza. Parliamo di Julian Assange. Grazie a lui, Wikileaks ha pubblicato 250.000 documenti riservati del governo statunitense, denunciando lo spionaggio dei leader stranieri, lo spionaggio contro l’ONU, così come le intenzioni americane nei confronti del Medio Oriente e di altre parti del Mondo ed i crimini di guerra compiuti in Iraq e Afghanistan e tenuti nascosti dal Segreto di Stato.

Un eroe, ma non per tutti. Vistosi piovere addosso denunce di tutti i tipi e capi, nel 2012 Assange si è rifugiato presso l’Ambasciata dell’Ecuador, a Londra, chiedendo ed ottenendo l’asilo politico. Già nel 2016, in ogni caso, l’Arbitrato del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria aveva decretato che la sua permanenza forzata nell’ambasciata ecuadoregna era da considerarsi appunto come detenzione arbitraria ed illegale da parte di Inghilterra e Svezia (che richiedeva l’estradizione per una denuncia, rivelatasi poi infondata, di stupro). Pur avendo ottenuto la cittadinanza ecuadoregna nel 2018, Assange si è visto revocare l’asilo del Paese nei giorni scorsi e, nella mattinata di ieri, alcuni agenti inglesi, sotto copertura, hanno fatto “irruzione” nell’Ambasciata prelevandolo di forza e portandolo via all’interno di un furgone della polizia. 

Per il momento non sembra sia stato richiesto il suo arresto per crimini legati all’attività di divulgazione giornalistica o di spionaggio, ma per la sola accusa di aver hakerato un server governativo americano con la complicità di Chelsea Manning (ex-militare statunitense transessuale che avrebbe fornito la chiave per aggirare il blocco) e quindi di aver violato la ‘Computer Fraud and Abuse Act’ (CFAA), una legge contro gli hacker e le violazioni informatiche del 1986, e quindi, in sostanza, gli viene contestato il modo in cui tali documenti, poi pubblicati, sono stati ottenuti. 

Ma, al di là delle accuse formali, c’è il fondato timore che gli possano essere contestate, una volta estradato, anche azioni che non solo non sono illegali, ma sono addirittura essenziali per la libertà di stampa (proteggere l’identità delle fonti, per esempio) sfruttando l’Espionage Act (la legge contro lo spionaggio americana, ndr) e che quindi possa rispondere per accuse che solo la più bieca applicazione della Ragion di Stato può giustificare. Inoltre, rimane il problema, il ‘pericolo constante’ da non sottovalutare, che la CFAA possa essere impugnata come arma contro chiunque pubblichi informazioni riservate, e che non ci sia poi alcuna garanzia che non venga in futuro applicata ai rapporti giornalistici più tradizionali, in nome della Ragion di Stato.

Ciò che è successo ieri è comunque, come la si pensi, una grave colpo alla libertà d’espressione, della libertà di diffondere notizie, della libertà di combattere le ingiustizie; crea un pericoloso precedente: chiunque sveli una qualunque Verità sull’operato di un governo rischia di vedersi negati i più semplici diritti umani e di subire processi e pene ingiuste. In altre parole, è un crimine diffondere delle prove sui crimini compiuti da chi agisce per conto di un governo o dell’interesse nazionale e poi coperti dalla Ragion di Stato?

Ora Assange, nonostante le rassicurazioni del Governo britannico ed ecuadoregno, potrebbe rischiare comunque l’estradizione negli USA, che ne ha richiesto l’arresto e dove è prevista la pena di morte. Anche se per la violazione di sistemi informatici e la sottrazione di documenti governativi sia prevista una pena massima, se venisse confermata la condanna, pari a cinque anni di carcere, non c’è ancora nessuna garanzia che non possano essergli mossi altri addebiti. Infatti, proprio il legale di Assange ha spiegato come lo US Department of Justice stia cercando di superare i termini della prescrizione del reato ascrittogli, invocando una sezione che classifica l’hacking come atto di terrorismo.

Non possiamo e non dobbiamo permettere che succeda! C’è da sperare che il sistema della Giustizia degli Stati Uniti conservi i saldi principi su cui basa il proprio sistema giudiziario, dal giusto processo all’elevato grado di certezza della prova richiesto dall’oltre ogni ragionevole dubbio per la condanna, e che non li ‘sacrifichi’ in nome di una ‘Ragion di Stato’ che, nel 2019, non ha più diritto di cittadinanza nelle democrazie occidentali. E ci auguriamo, soprattutto, che TUTTI i giornalisti si schierino dalla sua parte e facciano sentire la propria voce. #FreeAssange #DefendAssange

Richiamiamo l’Art. 3 della ‘Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, ratificata dal Regno Unito nel 1988:

“No State Party shall expel, return (“refouler“) or extradite a person to another State where there are substantial grounds for believing that he would be in danger of being subjected to torture”.

[Speciale] Legittima Difesa

“Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza. Hanno ragione i maestri della cultura classica.

Il brocardo indica semplicemente un’eccezione, di assoluta ragione, al divieto generale di tutela arbitraria dei propri interessi: chi reagisce con violenza alla violenza per difendere un diritto proprio o altrui, non è punibile, purché la difesa sia proporzionata all’offesa: esprime un antico principio di diritto, noto anche come “legittima difesa”. Questa rappresenta un residuo di autotutela che lo Stato concede al cittadini, nei casi in cui l’intervento dell’Autorità non può risultare tempestivo: il fondamento di questa eccezione è oggi quasi unanimemente ravvisato nella prevalenza attribuita all’interesse di chi sia ingiustamente aggredito rispetto all’interesse di chi si è posto al di fuori della legge. 

Come potete vedere la ‘legittima difesa’ non è dunque un diritto di origine, si fa per dire, “salviniana”, ne è stato inventato negli anni duemila da bieche forze del centrodestra di governo, ma affonda le proprie profonde radici nel patrimonio comune della civiltà occidentale. Va benissimo che una o più forze politiche cerchino di ri-valorizzarla e che ogni sforzo in tal senso vada salutato positivamente, ma è irrilevante ai fine della nostra discussione. Non deve esserne il centro. La politica qui non ci interessa.

Come è noto, questo principio di assoluta ragione è saldato nel nostro ordinamento all’art. 52 del codice penale. Ma allora perché è importante oggi parlare di legittima difesa? E perché si è sentito il bisogno di una riforma?

A prima vista parrebbe non esserci alcun dubbio: in Italia è consentito difendersi. Eppure l’opinione pubblica non sembra convinta di ciò, anzi vive la situazione con sempre più insofferenza: il consumarsi di una rapina che, in alcuni casi, sfocia in tragedia, la procura, le indagini, il giudice, il processo a carico di chi si è difeso (quasi sempre per “eccesso colposo di legittima difesa”)… quasi insomma che, in realtà, in questo Paese, sia impossibile difendersi. La verità è che è proprio così! Ti puoi difendere, ma poi lo Stato arriva e ti dice: “Bravo! Ti sei difeso… adesso però fammi vedere se hai fatto bene”.

Cercheremo quindi non tanto di spiegare una riforma, ma di spiegare perché c’è bisogno di un presidio forte a tutela dell’individuo.

Quando lo Stato non assolve il proprio compito, primo ed essenziale, di “guardiano notturno”, è lecito che un cittadino difenda, finanche imbracciando un fucile, la sua proprietà, in particolare dopo aver subito centinaia di furti? La risposta non può che essere, Si! è giusto permettere agli individui di preservare la propria vita e presidiare i propri beni in situazioni di pericolo o in presenza di ripetute vessazioni.

Si può non reagire, certo, si può fuggire, ancor ovvio, ma sono valutazioni che una persona deve prendere in base al proprio convincimento, e non possono queste essere ‘norme universali’ valide per tutti. Chi decide di reagire deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare, e non perseguito per anni per avere esercitato un suo diritto. 

Non si capisce perché si debba preferire chi è stato “vittima” di una reazione difensiva a chi invece di leggi non ne stava violando nessuna, costringendo quest’ultimo ad una maratona giudiziaria per verificare se, a posteriori, abbia fatto bene o meno.

In questi giorni molti media, con dovizia di particolari, stanno riportando come si sono conclusi i processi che sono stati trattati maggiormente in questi anni. Tutti (quasi) assolti: ergo una riforma non serviva. Piano! La gran parte dei processi è finita con un’assoluzione sì, ma, gli stessi articoli, riportano un dato che è ‘IL’ centro del problema: ci vogliono anni, e spese legali non indifferenti, e non per “avere giustizia”, come si dice, ma per vedersi riconosciuta dallo Stato la propria ragione ed il proprio diritto: è una lotta tra individuo e Stato. E questo è un problema: vi sembra poi normale che noi spendiamo tempo e risorse della magistratura per correre dietro a procedimenti che comunque, salvo casi estremi e rari, finiscono con assoluzione? Senza parlare del problema, di non secondaria importanza, per cui un giudice, in base al proprio libero convincimento, possa comunque ritenere, a propria discrezione, che il cittadino non sia rimasto nei limiti della legittima difesa e condannarlo?

Questo perché il nostro codice penale, significativamente firmato da Mussolini, considera il cittadino un suddito, e quindi gli pone i limiti entro i quali si può difendere. Mentre un codice liberale dovrebbe ragionare in modo opposto: chiedersi entro quali limiti lo Stato abbia il diritto di punire chi si difende da un’aggressione che lui, Stato, non è riuscito a impedire.

La difesa è quindi “sempre legittima”? Si lo è, ma in quanto “legittima”. Questo significa che anche la norma più ampia sulla legittima difesa non consentirà mai alla vittima dell’aggressione di recuperare con la violenza la refurtiva in casa del ladro, e nemmeno di potergli sparare alle spalle se scappa in strada con il televisore o per farlo desistere dal rubare la frutta sugli alberi. Queste sono le preoccupazioni che vengono instillate da chi ci vorrebbe tutti inermi e impossibilitati a reagire: ma sono preoccupazioni senza fondamento, perché la “legittima difesa” contempla il caso di chi si oppone ad un’ingiusta aggressione in atto (è l’attualità del pericolo), sull’ingiustizia dell’offesa, sulla necessità di una reazione. In questo costa la vera essenza della ‘proporzionalità’. Questo principio vale in tutto il mondo civile e continuerà, naturalmente, a valere anche da noi anche dopo l’approvazione della riforma. 

La difesa legittima non è dunque un via libera ai giustizieri!

Legato, ma non direttamente, al tema della legittima difesa è il tema della armi. Ora, la legittima difesa si può esercitare anche con mazze, ramazze, mani e piedi, ovvio, ma allora perché quando si parla di legittima difesa, inevitabilmente, si finisce poi a parlare quasi ed esclusivamente di armi? Semplicemente perché queste sono ritenute, di gran lunga dalla maggioranza delle persone, come i mezzi più efficaci per difendersi. Ma la congiunzione dei due temi finisce qui. L’ampliamento della possibilità o delle restrizioni al tema delle armi non è direttamente collegato alla legittima difesa: certo, potrà spaventare più di qualcuno, ma usarlo per negare il diritto alla difesa legittima è sbagliato. Sono due temi diversi. Chi si dice in favore delle libertà non ha problemi a dirsi favorevole sia all’uno che all’altro tema. Porteremo, dati alla mano, le motivazioni a favore e sfateremo qualche mito. Avremo modo di approfondire il tema.

In ultima battuta, ma non meno importante, guardando all’esperienza americana dei liberali, essi hanno saputo trovare un tema che li unisce tutti. La difesa del II emendamento. Parleremo anche di questo. Certo noi in Italia una disposizione simili non l’abbiamo, ancorché di livello costituzionale, ma allora perché non trovare proprio nella legittima difesa e nel legittimo possesso di armi, anche qui in Italia, un qualcosa che ci unisca tutti? Perché la legittima difesa e il legittimo possesso di armi non dovrebbero essere il nostro “II emendamento” dopotutto?

Basta con la “Guerra alla Droga”

Il Governo ha annunciato un nuovo giro di vite nella “guerra alla droga” ma, ancora una volta, si fa confusione tra spaccio e consumo di sostanze stupefacenti, presentando un disegno di legge volto a modificare la normativa vigente in tema di “modica quantità”.

L’attuale legislazione riguardo alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti nel nostro Paese è già abbastanza aggressiva e punitiva, soprattutto per quanto concerne le droghe c.d. ‘leggere’. Se siete in possesso di più di 5 g di Hashish o Marijuana lo stato vi considera a tutti gli effetti spacciatori, ma potrebbe bastare una quantità minore per essere accusati di traffico di stupefacenti, qualora, ad esempio, essa fosse in piccole dosi, o foste in possesso di bilancini di precisione. Le pene previste per questo reato comportano da 2 a 6 anni di reclusione e una multa.

Grazie a questa normativa, la popolazione carceraria italiana è composta per circa il 35% da detenuti per reati connessi e/o collegati alla droga. La Grande maggioranza è composta, però, da piccoli consumatori abituali e non dai Signori del narcotraffico che siamo abituati a vedere nelle serie TV dedicate.

Il co. 5 dell’art. 73 del ‘Testo Unico sugli Stupefacenti’, prevede pene minori per i casi di “lieve entità”, caratterizzati dal possesso di una modica quantità di sostanza, infliggendo la reclusione da 6 mesi a 4 anni e una multa. Il DDL propone, invece, l’abolizione della categorizzazione della “lieve entità” e l’aumento delle pene per questi casi – ricalcando una scelta che contraddistingueva la legge ‘Fini-Giovanardi’.

Nel 2006 il concetto di “modica quantità” era infatti stato abolito dalla legge ‘Fini-Giovanardi’ e reintrodotto nel 2013 dopo la ‘Sentenza Torreggiani’, con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia per il sovraffollamento delle carceri, causato, principalmente, da una legislazione estremamente stringente sul tema. 

Il concetto di “modica quantità” è legato al consumo personale e non ha nulla a che vedere con i “venditori della morte”, bensì punirà i consumatori, producendo una ennesima ondata di arresti che non porterà ad alcun risultato che non sia il sovraffollamento delle carceri, distogliendo l’attenzione dal vero problema: la lotta ai padrini del narcotraffico che, con la droga, ha fatto le proprie fortune nonostante leggi severe in materia di stupefacenti.

Ancora una volta l’Italia ha imboccato la strada sbagliata, scegliendo di perseverare nella “guerra alla droga” che non ha condotto ad alcun beneficio, invece di provare a seguire la via della depenalizzazione e della liberalizzazione delle sostanze stupefacenti, accompagnata da campagne di informazione, prevenzione e da programmi di assistenza nei confronti di chi soffre di dipendenza.