Per una Pensione Felice

Libertà di scelta, concorrenza, competizione, mercato, sono alcuni tra i principi che dovrebbero l’agire politico di chi ritiene di essere un liberale (o liberista, o libertario, a voi la scelta dell’aggettivo che preferite). Concetti visti, troppo spesso, con diffidenza, sospetto e financo paura nel nostro Paese.

Frequentemente, lo Stato viene ritenuto l’unica possibilità per risolvere le difficoltà ed i problemi dei propri cittadini, e se ne auspica l’intervento come fosse il “Deus ex machina” delle tragedie greche. In realtà, le cose stanno in maniera diversa, spesso (parafrasando Ronald Reagan) lo Stato è la causa del problema ed il mercato la soluzione ad esso.

Un esempio chiaro e lampante proviene dal sistema pensionistico italiano di cui tutti ne riconoscono l’inefficienza e la non sostenibilità nel lungo periodo, ma nessuno è in grado di presentare delle proposte in grado di riformarlo in maniera radicale. Politicamente, il capitolo pensioni è uno dei più caldi e difficili da affrontare.

Negli ultimi 30 anni, nessun governo politico è riuscito a riformare il sistema pensionistico, lasciandone l’incombenza ai governi tecnici, costretti o ad aumentare l’età pensionabile, o il carico contributivo a capo al lavoratore o a diminuire l’importo delle pensioni per preservarne la sostenibilità. Questi interventi hanno creato disagi e malumori nella popolazione più anziana, che ha visto allontanarsi il traguardo della pensione, rafforzando ulteriormente lo scontro intergenerazionale che già dilaga in Italia. Scontro che si infiamma ulteriormente nel momento in cui i governi politici tentano di disfare tali interventi per compiacere una parte dell’elettorato.

Il sistema pensionistico italiano è – principale fonte di scontro tra giovani ed anziani – uno dei primi elementi di propaganda dei politici e, soprattutto, la prima e più importante fonte di spesa – e debito – dello Stato. La spesa per pensioni in Italia ha superato il 15% del PIL e viaggia, a vele spiegate, verso il 20%, risultando la prima voce di spesa, di gran lunga maggiore rispetto all’istruzione, alla sanità e alla protezione sociale.

Gli interventi “lacrime e sangue” che consistono in aumenti di età pensionabile o di contributi non hanno risolto il problema, ma solo posticipato il giorno del collasso del sistema. Bisogna tenere conto che, già oggi, i contributi previdenziali sono la principale componente del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo del lavoro pagato dalle imprese e il salario guadagnato dal lavoratore, ritenuto una delle principali cause dell’elevata disoccupazione in Italia. Auspicare un aumento degli stessi non sembra la migliore delle soluzioni per il lungo periodo.

In Italia viene utilizzato un sistema pensionistico a ripartizione, o “unfunded pension system” per usare i termini inglesi – che in questo caso ci vengono in aiuto per capirne meglio la natura. Perché “unfunded”? Diversamente da quanto viene fatto credere, il lavoratore che versa i contributi presso il monopolista statale INPS non sta creando un tesoretto da utilizzare per la sua futura vecchiaia ma, invero, per finanziare le pensioni attuali, cioè dei lavoratori attualmente in pensione.

Il sistema si regge su di un ‘patto intergenerazionale’ per cui i giovani lavoratori pagano i contributi che si tramutano in assegni per chi è già in pensione. Il sistema funziona in maniera ottimale, ed è in grado di offrire pensioni estremamente generose, fintanto che il tasso di crescita della popolazione rimane elevato. Le prime generazioni di pensionati sono quelle che più ci hanno guadagnato da questo meccanismo.

Ma la dinamica demografica che sta vivendo l’Italia da qualche decennio a questa parte, caratterizzata da un invecchiamento progressivo della popolazione, non rende più conveniente l’utilizzo di tale sistema.

All’inizio del secolo la quota di popolazione oltre i 65 anni rappresentava il 18,1% del totale e quella oltre gli 80 il 4%. Nel 2013 queste erano già passate rispettivamente al 21,2% e 6,3%. (fonte: “Rischi e proposte per il finanziamento del welfare italiano”; IBL). Le previsioni per il futuro non sono certo più rosee, l’ISTAT prevede un aumento della popolazione anziana del 47% entro il 2050 e nel 2065 la popolazione ultra 65enne sarà pari al 33%. Oggi il rapporto lavoratore pensionato è di 3 a 2, ma la previsione per il 2050 è di 1 a 1.

Come detto l’ammontare dell’assegno previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati dal lavoratore in percentuale al suo salario. La principale componente che determina il salario è la produttività del lavoro. Altra nota dolente per il nostro Paese è che, secondo dati OCSE, ha il peggior dato per quanto riguarda l’aumento della stessa, secondo solo alla Grecia. Insomma, con una produttività stagnante, salari che non aumentano ed il progressivo aumento dell’età media la sostenibilità del nostro sistema pensionistico verrà messa a dura prova, e nuovi interventi a riguardo potrebbero inasprire il disagio sociale ed il conflitto intergenerazionale.

L’unica soluzione percorribile è quella di una “Rivoluzione Copernicana” del nostro sistema pensionistico, e cioè passare da un sistema “unfunded” ad uno “funded”, ovvero “a capitalizzazione”

In questo caso il lavoratore versa i contributi, che vengono accumulati in un fondo e serviranno poi interamente per pagare la propria pensione, eliminando dunque la necessità di un monopolista statale e stimolando la partecipazione ai fondi pensione, in concorrenza ed in competizione tra di loro per offrire la migliore soluzione al lavoratore. Inoltre, essi investirebbero la parte di contributi versati in attività finanziarie a basso rischio, determinando così un incremento reale di quanto accumulato nel proprio fondo a beneficio di tutti, cosa che non accade con l’INPS, che non investe o investe male, e gli incrementi sono solo quelli previsti dal governo a favore delle pensioni minime; in più, tali contributi, rimanendo nella gestione separata, rimarrebbero a riparo anche in caso di fallimento del proprio fondo. Invece oggi, se l’INPS dichiarasse “bancarotta”, per finanziare le erogazioni si dovrebbe ricorrere alla tassazione generale, con conseguente e sostanziale decurtazione del valore reale del proprio assegno.

In Cile questo sistema è già in vigore da circa 40 anni, e nessun governo si è mai sognato di tornare indietro, eliminando quanto di buono era stato fatto. In questi anni il rendimento medio dei conti di risparmio previdenziale è stato pari a circa il 10%.

L’OCSE, in uno studio del 2009 (“Reviews of labour market and social policies: Chile. The normalisation of Chile’s Pension system”. OECD) ha confermato il successo di tale riforma, indicando alcuni elementi particolarmente positivi tra cui: l’aver ristabilito la fiducia pubblica nel risparmio previdenziale; aver contribuito allo sviluppo del mercato finanziario e della crescita economica; ridotto la spesa pubblica attuale e futura del Paese.

Josè Pinera, principale artefice di tale riforma, ha affermato che

“La privatizzazione delle pensioni ha prodotto una radicale redistribuzione del potere dallo Stato alla società civile e, trasformando i lavoratori in proprietari a titolo personale del capitale complessivo del Paese, ha creato un’atmosfera politica e culturale più adeguata ad un mercato e ad una società effettivamente più liberi”.

Con questo sistema, che dovrebbe essere introdotto anche in Italia, ognuno avrebbe la possibilità di scegliere: ovvero sia l’ente a cui affidare i propri contributi, sia l’ammontare degli stessi. Non si sarebbe più costretti ad andare in pensione quando lo “permette” lo Stato e alle sue condizioni, ma ognuno deciderebbe per sé. 

Al netto degli evidenti vantaggi in termini di sostenibilità di spesa e debito nel lungo periodo, tale sistema aumenterebbe la libertà di scelta dei cittadini, consegnandogli le chiavi del proprio futuro, e togliendole dunque dalle mani di politici e burocrati. I politici non potrebbero più usare il denaro dei contribuenti per comprare il voto dei pensionati, inasprendo il conflitto tra generazioni ed il disagio sociale. 

La transizione tra l’attuale sistema ed uno a capitalizzazione non sarebbe ovviamente privo di costi e di facile implementazione, ma data l’attuale situazione e gli sviluppi futuri sembra opportuno fare un tentativo in questa direzione. Ricordandosi che qualsiasi intervento dello Stato vale finchè ci saranno dei soldi da spendere… ma quando finiranno? Solo un sistema basato sulla libertà di scelta del cittadino ed una sana concorrenza tra fondi pensione può risolvere l’annosa questione previdenziale del nostro Paese.

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