Ecco perché cedere i propri dati ai social network non è la stessa cosa che farlo con lo Stato

“Hai già ceduto tutti i tuoi dati a Facebook, e ora non vuoi farlo per un’applicazione che può salvare la vita a migliaia di persone?”. Questa è una delle obiezioni più frequenti che vengono poste a chi esprime dubbi sull’app per il tracciamento degli infetti che il governo italiano sta pensando di utilizzare per la, ormai nota, “fase 2”.

Un’argomentazione simile è alla base di un articolo di Luigi Zingales, pubblicato qualche giorno fa. L’economista Italiano, che insegna a Chicago, afferma che “…il governo deve dire agli Americani la verità: abbiamo già perso la privacy che desideriamo proteggere. L’abbiamo persa quando abbiamo ciecamente accettato le condizioni di uso di Facebook, Google, Apple e moltre altre piattaforme digitali…”.

Se è certamente vero quanto affermato da Zingales, questo non costituisce una condizione sufficiente per accettare acriticamente il tracciamento digitale. Ciò che sfugge a Zingales, e a tutti gli altri sostenitori di questa tesi, è la differenza, abissale, tra un’azienda privata e lo Stato.

Innanzitutto, nessuno ci ha obbligati ad iscriverci ai social network o ad altre piattaforme digitali. Allo stesso modo niente e nessuno ci vieta di abbandonarle dall’oggi al domani.

Ma la questione fondamentale è che le aziende private, a differenza dello Stato, non hanno il c.d. “monopolio della forza”. Facebook, Google ed Amazon, possono sapere cosa votiamo, cosa ci piace mangiare, quali sono i nostri gusti musicali o i nostri libri preferiti. E possono utilizzare queste informazioni per invogliarci ad acquistare un prodotto piuttosto che un altro, per offrirci degli sconti e così via.

Ma, differenza della aziende high-tech, lo Stato può arrestarci, disporre dei nostri diritti e delle nostre libertà a piacimento, interpretando più o meno ampiamente gli articoli della Costituzione a seconda delle circostanze e dell’utilità del momento. Senza dimenticare che lo Stato è già in possesso di una grande mole di dati personali, come ad esempio attraverso l’Agenzia delle Entrate, con cui conosce tutto il nostro patrimonio. Dati e informazioni che non sono disponibili, invece, agli attori privati.

I dati raccolti dall’app di tracing sarebbero estremamente diversi e ben più sensibili di quelli che cediamo quotidianamente attraverso internet. L’app raccoglierebbe i nostri dati sanitari, saprebbe con chi siamo venuti in contatto, con chi ci siamo incontrati, con chi abbiamo trascorso la nostra giornata e così via. Insomma, l’app di tracciamento metterebbe insieme una serie di dati personali che oggi non potrebbero essere in mano ad un singolo operatore privato.

Provate allora ad immaginare cosa succederebbe in caso di “data breach” – cosa peraltro già successa in Olanda. Oppure, vi sentite così sicuri dopo ciò che che è successo, poco tempo fa, al sito dell’INPS?

A tutto ciò aggiungiamo il fatto che il contact tracing non è la panacea di tutti i mali. Non è il “silver bullet” che sconfigge definitivamente il virus (così come non lo è il lockdown). Esso è utile se si è in grado poi di testare tutti gli individui effettivamente venuti a contatto con colui che è risultato infetto. In assenza di una capacità di testing elevata, il contact tracing è fondamentalmente inutile o poco utile.

Chiedere chiarezza ed esprimere dubbi sul funzionamento dell’app di contact tracing non vuol dire essere degli “irresponsabili egoisti”, a cui non importa nulla di limitare la diffusione del virus. La salute e la sicurezza sono indubbiamente due valori fondamentali, da preservare in tutti i modi. Ma ciò non può bastare a rinunciare acriticamente a tutte le nostre libertà.

Un mondo in cui le libertà vengono messe in secondo piano è il mondo descritto da George Orwell in “1984“. Un mondo in cui tutti gli individui vengono spiati, seguiti e tracciati dal governo “per il loro bene”. Questo non è il mondo in cui noi ci auspichiamo di vivere, anche qualora fosse privo di epidemie.

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