Fuori dal Salone

Dopo polemiche e dibattiti accesissimi durati per giorni alla fine la casa editrice Altaforte è stata esclusa dal Salone del Libro di Torino. Ma, oltre all’esclusione, come se non fosse già sufficiente, gli avvocati del Comune di Torino e della Regione Piemonte hanno presentato un esposto alla procura di Torino – che ha già aperto un’inchiesta – contro Francesco Polacchi, coordinatore di Casapound in Lombardia e fondatore della casa editrice, per denunciare le sue dichiarazioni sul fascismo (“Sono fascista e Mussolini è un grande statista italiano”), e sull’antifascismo, da lui ritenuto “il male di questo Paese“.

Comune e Regione hanno motivato la domanda di esclusione spiegando che la presenza di Altaforte al Salone stava causando un grave danno di immagine all’evento e alla Città e aveva anche reso impossibile una lezione agli studenti di Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, che aveva annullato per protesta la sua presenza. Decisione di cui, Regione e Comune, hanno detto di assumersi la “piena responsabilità politica”.

E’ difficile parlare neutralmente di quanto successo perchè, non bisogna nascondersi dietro un dito, stiamo parlando dell’esclusione di una casa editrice che si rifà ad un movimento politico che sposa (e sposa lei stessa) apertamente idee fasciste: pertanto un moto di indignazione all’idea che una casa editrice così potesse prendere parte ad un esposizione, come tante altre, è comprensibile. Ma all’indignazione deve seguire poi la ragione.

La tentazione di voler censurare, limitare il più possibile la diffusione di ciò che non piace sentire per alcuni è molto forte di questi tempi… ed è pure possibile rivolgersi a delle amministrazioni pubbliche per chiedere ed ottenere un loro intervento, dato che queste sono ovunque e sono coinvolte in tutti gli aspetti del vivere sociale: tanto basta assumersi la “piena responsabilità politica”

Ma poi, domanda rivolta a tutti – liberali, individualisti, statalisti, collettivisti, insomma all’universo mondo: Siete contenti? Siete contenti di questo Stato che può intervenire, col pretesto dei patrocini (quindi i soldi di tutti) ad essere decisore di ultima istanza di chi sta dentro e chi sta fuori? Chi è conforme e chi è difforme? Siete contenti? E il prossimo passo?

Ecco perchè quando si proclamano i diritti, come quelli della libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, se poi si cominciano a fare i distinguo è la fine! Allora vale tutto! Vale tutto! A favore o contro chiunque!

Le varie motivazioni che si sono addotte per motivare l’esclusione della casa editrice non gradita sono tutte più o meno riconducibili ad un’unica giustificazione di base: il Paradosso di Popper, per il quale è lecita l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa, come condizione necessaria per la preservazione della società aperta.

Stano che gli appartenenti al mondo della cultura, che ruota attorno al Salone – che dunque hanno letto molto e che molto, per questo, dovrebbe sapere – abbiano offerto una lettura così misera e banale di Popper. Il filosofo ed epistemologo austriaco non ha mai inteso né che “si debbano sempre sopprimere le manifestazioni di filosofie intolleranti”, né offrire una facile giustificazione a chi, comunque intollerante (benché tale non si consideri), voglia ridurre al silenzio altri intolleranti (o che tali egli considera). Non solo, Popper ci offre anche dei limiti, e sostiene infatti che finché il contrasto con argomentazioni razionali è possibile, “la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni”.

Ed è infatti quello che è avvenuto. La campagna contro Altaforte non ha dato i risultati sperati, e non li ha dati perché non c’erano i presupposti indicati da Popper per giustificare una soppressione dell’intolleranza. Ed è finita esattamente come Popper avvertiva.

Ed ecco dimostrato empiricamente cosa accade quando pochi intolleranti (Wu Ming, ZeroCalcare, Carlo Ginzburg, Pif e altri – non che siano intolleranti in generale, ma in questa precisa occasione si sono comportati come tali) prendono il sopravvento sui più, tolleranti, per mezzo di amministrazioni pubbliche loro compiacenti, e riescono poi a dettare la linea e a prevalere. Non proprio un esempio di “società aperta” quindi.

Nemmeno una campagna pubblicitaria da milioni di euro avrebbe saputo portare tanta notorietà e prese di posizione favorevoli ad una piccola casa editrice che, detta brutalmente, nessuno conosceva o si filava e che era candidata a passare del tutto inosservata nel prosieguo della manifestazione.

Certamente siamo consapevoli che questa lettura di ciò che dice Popper non sia stata una semplice “svista”, ma un’interpretazione di comodo. Ma, in sintesi, se il Salone del Libro, cedendo alle richieste (leggasi “ricatti”: “non partecipo se…”) di pochi, ha voluto dare una dimostrazione di ciò che si deve fare per difendere la “società aperta”, nella quale fiorisce la democrazia, si può dire che sia riuscito a “cannare in pieno”, offrendoci invece un esempio di “società chiusa”, senza morale, dove prospera l’autoritarismo (in questo caso delle idee). Se poi pensiamo al “tema” scelto quest’anno (“La cultura non contempla frontiere o linee divisorie, la cultura i confini li salta. Supera divisioni, frantuma muri, balza dall’altra parte”) ciò fa ancora più impressione.

Discorso a parte merita la posizione di Halina Birenbaum che, avendo lei dovuto subire le persecuzioni di quegli stessi che Casapound oggi vorrebbe ri-valorizzare, certamente non avrebbe avuto piacere vedere chi nega che lei abbia subito quello che, nei fatti, ha dovuto subire (“Ho sofferto troppo per stare con persone che propagano idee per le quali ho perso la mia famiglia e l’infanzia”): e quindi non si può tacciare certamente la Birenbaum di essere intollerante.

Certo, noi non ce la sentiamo (pur comprendendo la sua situazione) comunque di giustificare l’espulsione di Altaforte, soprattutto per come la posizione della sopravvissuta di Auschwitz è stata usata, ovvero come pretesto da parte di due enti pubblici per allontanare un editore non gradito (in barba comunque ai principi costituzionali che si sono impegnati “a riconoscere e a promuovere”) e per come, poi, tale decisione abbia finito per risolversi a danno della stessa: il diffondersi del negazionismo dell’olocausto (terribile) va combattuto ed affrontato con argomentazioni razionali, diffondendo il più possibile la testimonianza e la memoria, che sono le armi più efficaci e temibili contro queste follie revisioniste, anti-storiche e anti-umane.

Ma laddove il dialogo e la dialettica hanno fallito, è riuscito (ancora una volta) il Mercato: in una battuta dell’editore Polacchi (“abbiamo fatto in quattro giorni il fatturato di quattro anni”) è riassunto il fallimento di chi, alzando il pugno per combattere battaglie non richieste da nessuno, si è arrogato il diritto di decidere per tutti. Infatti, benché alla fine sia stata esclusa da un Salone, non essendo questo Paese ancora giunto ad adottare un livello di censura così diffusa per i contenuti non graditi, è stato possibile acquistare comunque on-line (e anche alla Feltrinelli – che coerenza) le pubblicazioni di Altaforte che, da casa editrice sconosciuta, è salita ‘vento in poppa’ nelle classifiche delle vendite; inoltre, ora tutti la conoscono, e per di più, molti, che magari non la pensano come l’editore, hanno acquistato comunque le sue pubblicazioni “per solidarietà”.

Ed è da fare una riflessione obbligata su quanto quello che diciamo sia vero. Il Mercato, quanto più libero, la “mano invisibile”, sono tutte cose Vere e l’hanno potuto sperimentare anche chi, come Casapound&Friends, magari del Mercato, come lo intendiamo noi, non hanno una grande simpatia. Grazie alla singole libertà di chi ha cliccato “acquista articolo” hanno potuto beneficiare delle preferenze di molti, laddove invece, le preferenze di pochi avrebbero portato alla loro esclusione, all’impossibilità di far conoscere i propri prodotti, e, quindi, a raccogliere i frutti del proprio lavoro. E l’hanno sperimentata anche colore che, ebbri dal fatto di aver vinto una, piccola, “battaglia”, hanno poi perso la “guerra”, e hanno ottenuto l’esatto opposto di quello che avrebbero voluto.

E quella offerta dal Mercato è una libertà che premia anche chi non la riconosce: e forse, su questo, ci si dovrebbe pensare un pò su.

Game of Thrones mostra i problemi del potere centralizzato

La serie televisiva ci consente di vedere ciò che accade quando degli esseri umani, ovviamente imperfetti, si contendono lo scettro del comando in una situazione di vuoto di potere e quello che accade, poi, quando essi conseguono il loro obiettivo. In Game of Thrones si vede come nessun singolo personaggio sia adatto a sedere sul Trono di Spade, la cattedra del potere assoluto, così come, egualmente, nessun personaggio, o coalizione, sia adatto ad essere al vertice di un governo centralizzato. La conquista del trono, di volta in volta, da parte di ciascun personaggio, mostra il problema ciclico della politica quando ha a che fare con il potere centralizzato, cosa che, nel mondo reale, sia l’autoritarismo che il socialismo non sono riusciti ad affrontare.

Il problema del Male

È sufficiente scegliere uno qualunque dei personaggi dello show ed il problema della loro inadeguatezza diventa evidente. Iniziamo con degli esempi.

L’adolescente Joffrey Baratheon, che ha seduto sul trono per qualche stagione, era letteralmente un sadico.

Sua madre, Cersei Lannister, che sale al trono dopo la morte di tutti i suoi figli, non è certo migliore: la trappola esplosiva con l’alto fuoco, preparata al Tempio di Baelor, uccide tutti i suoi rivali ma, assieme, anche centinaia di innocenti (compreso, il suo ultimo figlio rimasto, Tommen, che si suicida per la perdita dell’amata, anch’essa nemica di Cercei). Cercei, inoltre, spinge il fratello Jamie Lannister, con il quale ha una relazione incestuosa, a buttare giù dalla torre il giovane Brandon Stark per averli scoperti, per caso.

Il principe Viserys Targaryen – alla morte del cui padre, il “Re folle”, dovette fuggire da Westeros e rinunciare al potere – accecato dall’arroganza e dalla brama di riconquistare il trono perduto, arrivò a promettere a sua sorella Daenerys che avrebbe consentito ad un intero esercito di abusarne se questo voleva dire riconquistare la sua legittima pretesa.

“Quando è posto in una posizione di assoluta autorità, ogni uomo o donna è soggetto alle stesse inclinazioni egoistiche che muovono ciascuno di Noi.”

Questi sono solo alcuni dei personaggi più crudeli e cattivi dello show, ma essi non sono i soli ad essere caratterizzati dalle iperboli tipiche dei tiranni. Nel corso della storia, quando anche altri personaggi assumono una posizione di assoluto potere, compiono anch’essi genocidi, assassinii e torture.

Le teorie sulla natura corruttrice del potere sono innumerevoli, ma rimane centrale per ciascuna l’imperfezione congenita dell’essere umano. Quando viene posto in una posizione di autorità, ogni uomo o donna è soggetto alle stesse inclinazioni egoistiche e alla paura di perdere il potere che ci contraddistinguono tutti. Questi difetti portano la anche la persona media ad intraprendere azioni di dubbia morale durante il corso della propria storia; ma quando il potere è centralizzato, la capacità di un tiranno di danneggiare gli altri diviene moltiplicata.

In breve, gli esseri umani sono imperfetti e, come possono mostrare altri esempi, anche gli uomini più virtuosi, alla fine, soccomberanno alla propria natura.

Jon Snow e il problema della Rappresentatività

Il “Re del Nord” è il protagonista centrale dello spettacolo ed il miglior candidato a seguire questa regola. Jon Snow agisce come il prototipo di eroe fantastico, un abile combattente ed un leader naturale. Possiamo dire che assomiglia ad un “politico ideale”. Combatte per i bisogni della sua gente e, stando alle sue parole, rifugge le prospettive del governo.

Nella sua provincia è un buon Signore, in grado di soddisfare la maggior parte delle richieste dei suoi sudditi. Ma il castello è piccolo, il suo popolo non è molto numeroso ed è disperso nelle vastità del Nord. Solo una minaccia imminente per il suo popolo, gli “Estranei”, lo mette a capo di un sistema centralizzato, seppur per la sopravvivenza. Diverso sarebbe se fosse stato seduto il Trono di Spade: sarebbero inevitabilmente sorti interessi molteplici e contrastanti e, nonostante il suo onore, Jon non sarebbe stato in grado di soddisfarli tutti.

Tornando al mondo reale, in “The Road to Serfdom”, Friedrich von Hayek scrive che in qualsiasi sistema centralizzato, “le opinioni di qualcuno dovranno decidere quali sono gli interessi più importanti”. In un piccolo Stato, in cui la cultura e le opinioni sono coerenti in tutto il territorio – come il Nord di Jon Snow – gli interessi contrastanti sono pochi.

Ma anche come Signore gli interessi personali di Jon entrano più volte in conflitto. Durante la Battaglia dei bastardi, ad esempio, il suo avversario Ramsey Bolton crea una sadica trappola per mettere Jon davanti ad una scelta: scegliere se salvare la vita di suo fratello o se rispettare un piano di battaglia ben congeniato. Pertanto, esattamente come Jon alla fine preferisce anteporre i bisogni della sua famiglia (i pochi) rispetto alle esigenze dei suoi alleati (i molti), allo stesso modo inevitabilmente i politici, in un sistema centralizzato, devono scegliere di privilegiare i bisogni di un gruppo o il bisogno di un altro a loro più prossimo. Gettatosi quindi in una decisione avventata, alla ceca, è solo per un intervento esterno ed inatteso, cioè l’arrivo dei Cavalieri della valle, che riesce a vincere la battaglia.

Al vertice di un governo, centrale come federale, tuttavia, è impossibile soddisfare una domanda senza calpestarne un’altra: i bisogni delle imprese rispetto alle preoccupazioni ambientali, l’equilibrio tra le preferenze educative di un gruppo culturale rispetto ad un altro, l’allocazione di fondi per le condizioni di svantaggio sociale più disparate. Sono tutte contrapposizioni che nessun governo unico centralizzato potrebbe gestire. Pertanto, come Jon ha preferito la famiglia piuttosto che i suoi alleati, i politici di un qualunque sistema centralizzato daranno priorità ai bisogni di un gruppo o di un singolo.

Daenerys e il problema dell’Autorità

Se Jon Snow è un “politico ideale”, Daenerys Targaryen è una “combattente per la libertà”. I suoi obiettivi sono nobili, come liberare la Terra dalla schiavitù o distruggere “la ruota” del potere a Westeros. A differenza di Jon Snow, rifugge dalle decisioni avventate e, salvo eccezioni, non decide senza prima essersi consultata con i suoi consiglieri. Tuttavia, non importa quanto siano nobili i suoi scopi, la sua inclinazione autoritaria è evidente.

Più volte, nel corso della serie, si affida alla forza distruttrice dei suoi draghi e al suo sempre più numeroso esercito per uccidere sì i potenti schiavisti, ma anche coloro che si rifiutano di inginocchiarsi ai suoi piedi.

Se nel Giulio Cesare di Shakespeare, mentre riflette sulla sua decisione di uccidere il sovrano, Bruto medita su come Cesare, una volta incoronato, avrebbe cambiato la sua natura, per Dany la domanda è: “cosa succede quando la schiavitù è stata abolita e lei – come Jon Snow – si ritrova di fronte a sfide eticamente ambigue?

Di volta in volta, in nome della libertà, ha bruciato vivi dei personaggi, comandato al suo esercito di macellare i nobili e di conquistare città. Ma anche di fronte alla questione, relativamente insignificante, se Jon Snow intenda o meno inginocchiarsi, ella gli ricorda, ancora una volta, dei suoi draghi. All’inizio della serie combatteva per i diritti individuali; nella sala del trono a Roccia del Drago, di fronte a sfide più complesse, la vediamo combattere invece per mantenere ed espandere il proprio potere.

La domanda che ci dobbiamo porre nel mondo reale è: “che cosa accade quando il potere centralizzato affronta questioni di Stato più piccole? Questioni come le prestazioni sociali, l’educazione o persino chi deve fare una torta?

Quindi, passando dal problema di rappresentatività ad uno di forza, una volta che la decisione è presa, la forza diventa lo strumento per raggiungere l’obiettivo.

Eddard Stark

Persino Ned Stark, il cui unico difetto apparente è la sua cieca dedizione all’onore, sarebbe incapace di governare. Forse vi sarebbe riuscito in un piccolo Stato (come il suo Nord) nel ruolo di un regnante quasi simbolico, rassegnato ad amministrare la giustizia e a dichiarare la guerra; tuttavia, se Ned Stark avesse tentato di gestire la politica o l’economia dei Sette Regni, si sarebbe presto trovato al di fuori della sue capacità.

Friedrich von Hayek ha affrontato spesso il problema posto dalla complessità. Nel suo saggio “The Use of Knowledge in Society”, scrive:

“È proprio perché ogni individuo sa poco e, in particolare, perché raramente sappiamo chi di noi sa, che è meglio che ci fidiamo degli sforzi indipendenti e competitivi di molti per indurre l’emersione di ciò che vorremmo, quando lo vediamo.”

Qualsiasi individuo, o anche un solo organo direttivo, è incapace di possedere le conoscenze necessarie per gestire un’intera società. Infatti, come non esiste un unico sistema di copertura, pubblica o privata, che possa soddisfare le diverse esigenze sanitarie di un’intera popolazione, non esiste un curriculum scolastico che istruisca adeguatamente ogni studente in una nazione variegata (per etnia, lingua, ecc…), non esistono sistemi di regolamentazione che, applicati in un Paese, possano proteggere in modo più efficace il consumatore, mantenendo al contempo la più completa libertà dell’industria di innovare e di produrre.

La Soluzione

Ci sono tre problemi quindi:

  1. Di fronte ad interessi contrastanti, un governo centralizzato dovrà favorire l’uno rispetto all’altro.
  2. Una volta presa la decisione, la forza diventerà l’unico strumento per raggiungere quell’obiettivo.
  3. Ma, anche in questo scenario ideale, qualsiasi governo centralizzato non sarebbe comunque in grado di prendere perfettamente ogni decisione e di agire in base ad ogni esigenza che si presenterà.

A questi tre problemi, un sistema capitalista può fornire delle risposte.

In risposta a questo ‘problema di comprensione’ Hayek fornisce la risposta in “The Road to Serfdom”, scrivendo che:

“Gli sforzi spontanei ed incontrollati degli individui [sono] in grado di produrre un ordine complesso di attività economiche.”

Con il processo decisionale esteso ad ogni individuo, sia acquirente che venditore, la popolazione può prendere collettivamente tutte le decisioni necessarie per raggiungere i fini ideali che si prefigge.

Per Dany, la domanda era: “Cosa succede quando la schiavitù viene abolita e lei, come Jon Snow, si ritrova di fronte a sfide eticamente ambigue?” Per quanto riguarda l’uso della forza, a differenza di Daenerys, quando il potere si estende ad innumerevoli produttori ed acquirenti, la Società inizia da sola a dirigere i propri obiettivi e le proprie preferenze; le persone possono “votare con il loro portafoglio” per sostenere un settore, oppure per chiuderlo, costringendo così le industrie a rimanere attente ai bisogni degli stessi consumatori.

I desideri conflittuali di Jon Snow non possono mai essere soddisfatti da uno Stato centralizzato. Tuttavia, laddove i piccoli organi di governo mantengono il potere, un sistema federalista può soddisfare meglio le richieste locali e culturalmente coerenti con (approssimativa) fedeltà.

Infine, il capitalismo non nega il problema del “male”, ma nel diffondere l’autorità ed il potere, offre sicuramente sufficienti controlli e bilanciamenti contro lo stesso.

Ci sono quattro problemi che ognuno dei personaggi che abbiamo citato pone: il problema del male, il problema degli interessi contrastanti, il problema della forza ed il problema della conoscenza.

Autoritarismo e Socialismo non saranno mai adatti a soddisfare tutti e quattro. Un sistema capitalista e di small government invece può.

Chiudono i Cannabis Shop

Pare che l’ultima moda sia di voler chiudere i negozi di cannabis legale, sperando, con questa mossa, di risolvere il problema della dipendenza dalla droga. Oggi, dalla moda si è passati ai fatti: nelle Marche, due negozi di cannabis legale sono stati chiusi per ordine del Questore di Macerata, Antonio Pignataro. “Alle tante mamme che soffrono per i loro figli che fanno uso di cannabis avevo promesso che avrei chiuso tutti i negozi di Cannabis legale: oggi con la chiusura di questi altri due negozi, ho onorato la mia promessa”, ha spiegato il questore in un comunicato.

A parte il fatto che la “cannabis legale” lo è proprio perché non ha effetti allucinogeni, ma solo rilassanti: in pratica, il questore e i suoi sostenitori stanno dichiarando di voler impedire il commercio della “camomilla”.

La cosa più squallida di questa situazione è, però, il fatto che, ancora una volta, l’italica “INcertezza del diritto” punisce chi decide di investire in un determinato mercato, reso legale o liberalizzato in precedenza. Ora tanti negozianti si ritroveranno senza lavoro e nessuno li rimborserà mai per gli investimenti fatti. E no, non è un “rischio di impresa” come molti (incautamente) adducono.

Oltre a ciò, vogliamo sottolineare, ancora una volta, che il problema “droga” non si sconfigge con la proibizione: così si alimentano solo le mafie e il narcotraffico. Questi provvedimenti “spot” puniscono solo chi commercia onestamente e segue le regole: ma la lotta alle mafie non può passare attraverso la punizione di innocenti che con le mafie nulla c’entrano.

La proibizione, oltre ad arricchirle, permette alle mafie di creare droghe sintetiche, molto più pericolose della cannabis, e, certamente, della cannabis “light” ogni nel mirino. La proibizione, inoltre, affolla le carceri e criminalizza degli scambi che avvengono e avverrebbero comunque, che la legge la voglia o no.

Se vogliamo che circoli meno droga possibile, possiamo solo dire #EndTheDrugWar

Il fallimento dell’istruzione pubblica obbligatoria

L’educazione forzata dei giovani, basata sulle classi, da parte degli insegnanti per la preparazione di esami è una di quelle cose universali che nessuno mette mai in discussione. Diamo semplicemente per scontato che l’apprendimento avvenga così.

Ma una veloce riflessione sulla nostra esperienza mostra che ci sono tante diverse strade per imparare. Impariamo leggendo, guardando, emulando, facendo. Impariamo in gruppi di amici, impariamo da soli. E comunque quasi nulla di questo è chiamato “formazione”- che è inteso sempre come un’azione dall’alto in basso.

Ma la “classe” è veramente il miglior modo di imparare per i giovani? Oppure  l’ossessione dell’educazione formale ha soffocato altre forme, più emergenti, dell’imparare? Come sarebbe l’educazione se fosse libera di evolvere? Se ci pensiamo, è sicuramente strano che persone emancipate, libere nel pensiero, quando i loro figli raggiungono l’età di cinque anni, li mandano in una specie di prigione per i successivi dodici o sedici anni.

Lì sono tenuti, con l’ansia di una punizione, in celle chiamate classi e costretti, con l’ansia di ulteriori punizioni, a stare seduti su tavoli e seguire specifiche routine. Certamente non è più così Dickensiano come lo era una volta, e c’è chi emerge con una mente brillante, ma la scuola è comunque un luogo altamente obbligante, indottrinato ed autoritario.

E’ giunto, dunque, il momento di affrontare un argomento delicato: l’inutilità della scuola pubblica e dell’istruzione obbligatoria.

Lo facciamo perché è crollata anche l’ultima certezza dei più fervidi sostenitori di questa istituzione. Infatti, si dice che senza un sistema compulsivo di istruzione, l’analfabetismo sarebbe diffuso in tutta la popolazione.

A parte il fatto che una tale argomentazione non prende assolutamente in considerazione il ruolo della famiglia, così come quello delle esperienze personali di bambini e ragazzi, dando per scontato che una persona possa imparare qualcosa solo seduto su un banco di scuola, ma soprattutto, come ogni anno, escono i dati allarmanti dell’ISTAT: quest’anno più di 1/3 di chi frequenta medie e superiori non sa leggere o scrivere, e quasi la metà non sa fare di calcolo.

Un fallimento completo, sotto ogni punto di vista. La prova che scuola e formazione sono due elementi totalmente separati l’uno dall’altra.

L’unico obiettivo che si può dire efficacemente raggiunto dal sistema dell’istruzione pubblica è l’assunzione di più personale possibile, a prescindere dalla reale esigenza.

Ma come mai, se i risultati sono sempre stati così scarsi, la scuola pubblica è ritenuta tanto importante nelle nostre vite? Probabilmente per via del proprio scopo originario, che non è mai stato abbandonato…

Come nasce, infatti, il modello di scuola pubblica e obbligatoria? Bisogna andare indietro di circa 200 anni, in Prussia, dove l’imperatore decise, su consiglio dei propri intellettuali, di creare un programma di formazione obbligatoria e rigorosa, il cui obiettivo principale era addestrare le giovani generazioni ad essere cittadini obbedienti. 

Un’invenzione molto liberale, come si può vedere… Cosa ci spinga oggi a volerla come cardine fondamentale delle nostre vite è però un mistero!

Specialmente se andiamo ad esaminare quali sono le “invenzioni” prussiane: l’insegnamento basato sull’età e non sull’abilità, l’apprendimento sui banchi, la giornata scolastica determinata dal suono della campanella, il programma predeterminato, l’attenzione a più materie in una giornata. Tutto ciò che, ancora oggi, caratterizza il sistema di istruzione a cui ci affidiamo, il cui obiettivo non è mai stato quello di aumentare gli standard, ma di trasformare “spiriti liberi” in cittadini disciplinati.

E’ abbastanza evidente anche dalla storia dell’istruzione obbligatoria in Italia: nel 1859 la Legge Casati si ispirò al modello prussiano sia nell’impianto generale che nel sistema organizzativo, fortemente gerarchizzato e centralizzato, poi nel 1923 la Riforma Gentile elaborò quella che lo stesso Mussolini definì “la più fascista” delle riforme, e dal 1948 in poi – con l’istruzione pubblica obbligatoria, inserita in Costituzione – sono stati man mano aumentati gli anni obbligatori, mantenendo la struttura creata in precedenza.

Occorre prendere atto di tutto ciò e abbandonare al più presto un sistema che non forma adeguatamente – neanche nelle attività più basilari, come scrivere e far di conto (e c’è chi pretende che la scuola ci prepari a vivere e lavorare) – i cui unici scopi sono dare un lavoro – perlopiù inutile nei confronti della società – a più persone possibili e indottrinare tutti ad accettare questo e ben altro.

Si deve partire dalla diminuzione del ruolo dello Stato nel fornire l’istruzione, lasciando più spazio ad attori privati, associazioni volontarie, confessioni religiose e alle stesse famiglie (con l’homeschooling).

Una volta fatto ciò va completamente riformato il settore, arrivando ad eliminare del tutto obblighi di età e valore legale dei titoli di studio: va lasciata più libertà possibile a formati e formatori, per seguire al meglio i bisogni e le necessità di ognuno. E se qualcuno non vuole proprio saperne di studiare, va accettato e gli va permesso di far altro, anche lavorare, senza spaventarci di fronte al fatto che sia giovane: solo perché una persona non ha ancora raggiunto la maggiore età per legge, non significa che sia meno matura di chi la ha già raggiunta.

E le cifre sull’abbandono scolastico non possono incoraggiare in alcun modo chi ancora sostiene che l’istruzione pubblica obligatoria sia la sola ed unica via per dare un’occasione a chi non avrebbe i mezzi e i denari per permettersi un’istruzione privata:

Se l’istruzione è finanziata dalla fiscalità generale (cioè con le tasse di tutti) è giocoforza che essendo i poveri molti più dei ricchi, nonostante la “progressività fiscale” (che comunque, rigurda solo una tassa, quella sui redditi), saranno proprio loro a pagare anche per i secondi. Nonostante si pensi il contrario. Pertanto si giunge ad un paradosso: dato che chi completa il ciclo di istruzione ha maggiori possibilità di trovare un lavoro ben pagato, e, a ciò, se si tiene conto che chi termina i corsi universitari fa parte in genere delle classi sociali mediamente più elevate, si arriva alla conclusione che è l’intera collettività a pagare una gran parte dei costi dell’istruzione per un gruppo di studenti che provengono comunque dai ceti più elevati e che già se la potrebbero permettere; e non invece, come si vorrebbe, il contrario.

Il “figlio di papà” riceve dalla sua famiglia solo una parte dei costi della sua istruzione: il resto è a carico di tutti, anche del figlio del metalmeccanico che non è detto che andrà all’università.

C’è una cosa anche solo lontanamente più regressiva? Per noi le tasse sono il prezzo di un servizio; ma per un “collettivista” servono invece a redistribuire il reddito. Il finanziamento pubblico della scuola, però, com’è oggi concepito, non redistribuisce, dall’alto verso il basso, alcunchè, anzi, diventa estremamente vantaggioso proprio per chi dovrebbe, secondo il collettivista, essere “punito” per la sua ricchezza.

Chi abbandona la scuola, insomma, non si libera dei costi della sua istruzione ma, anzi, continua a pagare per chi ci sta dentro (e, chi rimane dentro, è sovente già più ricco di chi invece va fuori prima). Dov’è la tanto decantata “giustizia sociale” di chi si riempie la bocca di queste “belle” parole?

Insomma, l’ascensore sociale (come va di moda definire la possibilità per tutti di innalzarsi e realizzare i propri sogni) è destinato a bloccarsi per sempre al piano terra.

Per una Pensione Felice

Libertà di scelta, concorrenza, competizione, mercato, sono alcuni tra i principi che dovrebbero l’agire politico di chi ritiene di essere un liberale (o liberista, o libertario, a voi la scelta dell’aggettivo che preferite). Concetti visti, troppo spesso, con diffidenza, sospetto e financo paura nel nostro Paese.

Frequentemente, lo Stato viene ritenuto l’unica possibilità per risolvere le difficoltà ed i problemi dei propri cittadini, e se ne auspica l’intervento come fosse il “Deus ex machina” delle tragedie greche. In realtà, le cose stanno in maniera diversa, spesso (parafrasando Ronald Reagan) lo Stato è la causa del problema ed il mercato la soluzione ad esso.

Un esempio chiaro e lampante proviene dal sistema pensionistico italiano di cui tutti ne riconoscono l’inefficienza e la non sostenibilità nel lungo periodo, ma nessuno è in grado di presentare delle proposte in grado di riformarlo in maniera radicale. Politicamente, il capitolo pensioni è uno dei più caldi e difficili da affrontare.

Negli ultimi 30 anni, nessun governo politico è riuscito a riformare il sistema pensionistico, lasciandone l’incombenza ai governi tecnici, costretti o ad aumentare l’età pensionabile, o il carico contributivo a capo al lavoratore o a diminuire l’importo delle pensioni per preservarne la sostenibilità. Questi interventi hanno creato disagi e malumori nella popolazione più anziana, che ha visto allontanarsi il traguardo della pensione, rafforzando ulteriormente lo scontro intergenerazionale che già dilaga in Italia. Scontro che si infiamma ulteriormente nel momento in cui i governi politici tentano di disfare tali interventi per compiacere una parte dell’elettorato.

Il sistema pensionistico italiano è – principale fonte di scontro tra giovani ed anziani – uno dei primi elementi di propaganda dei politici e, soprattutto, la prima e più importante fonte di spesa – e debito – dello Stato. La spesa per pensioni in Italia ha superato il 15% del PIL e viaggia, a vele spiegate, verso il 20%, risultando la prima voce di spesa, di gran lunga maggiore rispetto all’istruzione, alla sanità e alla protezione sociale.

Gli interventi “lacrime e sangue” che consistono in aumenti di età pensionabile o di contributi non hanno risolto il problema, ma solo posticipato il giorno del collasso del sistema. Bisogna tenere conto che, già oggi, i contributi previdenziali sono la principale componente del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo del lavoro pagato dalle imprese e il salario guadagnato dal lavoratore, ritenuto una delle principali cause dell’elevata disoccupazione in Italia. Auspicare un aumento degli stessi non sembra la migliore delle soluzioni per il lungo periodo.

In Italia viene utilizzato un sistema pensionistico a ripartizione, o “unfunded pension system” per usare i termini inglesi – che in questo caso ci vengono in aiuto per capirne meglio la natura. Perché “unfunded”? Diversamente da quanto viene fatto credere, il lavoratore che versa i contributi presso il monopolista statale INPS non sta creando un tesoretto da utilizzare per la sua futura vecchiaia ma, invero, per finanziare le pensioni attuali, cioè dei lavoratori attualmente in pensione.

Il sistema si regge su di un ‘patto intergenerazionale’ per cui i giovani lavoratori pagano i contributi che si tramutano in assegni per chi è già in pensione. Il sistema funziona in maniera ottimale, ed è in grado di offrire pensioni estremamente generose, fintanto che il tasso di crescita della popolazione rimane elevato. Le prime generazioni di pensionati sono quelle che più ci hanno guadagnato da questo meccanismo.

Ma la dinamica demografica che sta vivendo l’Italia da qualche decennio a questa parte, caratterizzata da un invecchiamento progressivo della popolazione, non rende più conveniente l’utilizzo di tale sistema.

All’inizio del secolo la quota di popolazione oltre i 65 anni rappresentava il 18,1% del totale e quella oltre gli 80 il 4%. Nel 2013 queste erano già passate rispettivamente al 21,2% e 6,3%. (fonte: “Rischi e proposte per il finanziamento del welfare italiano”; IBL). Le previsioni per il futuro non sono certo più rosee, l’ISTAT prevede un aumento della popolazione anziana del 47% entro il 2050 e nel 2065 la popolazione ultra 65enne sarà pari al 33%. Oggi il rapporto lavoratore pensionato è di 3 a 2, ma la previsione per il 2050 è di 1 a 1.

Come detto l’ammontare dell’assegno previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati dal lavoratore in percentuale al suo salario. La principale componente che determina il salario è la produttività del lavoro. Altra nota dolente per il nostro Paese è che, secondo dati OCSE, ha il peggior dato per quanto riguarda l’aumento della stessa, secondo solo alla Grecia. Insomma, con una produttività stagnante, salari che non aumentano ed il progressivo aumento dell’età media la sostenibilità del nostro sistema pensionistico verrà messa a dura prova, e nuovi interventi a riguardo potrebbero inasprire il disagio sociale ed il conflitto intergenerazionale.

L’unica soluzione percorribile è quella di una “Rivoluzione Copernicana” del nostro sistema pensionistico, e cioè passare da un sistema “unfunded” ad uno “funded”, ovvero “a capitalizzazione”

In questo caso il lavoratore versa i contributi, che vengono accumulati in un fondo e serviranno poi interamente per pagare la propria pensione, eliminando dunque la necessità di un monopolista statale e stimolando la partecipazione ai fondi pensione, in concorrenza ed in competizione tra di loro per offrire la migliore soluzione al lavoratore. Inoltre, essi investirebbero la parte di contributi versati in attività finanziarie a basso rischio, determinando così un incremento reale di quanto accumulato nel proprio fondo a beneficio di tutti, cosa che non accade con l’INPS, che non investe o investe male, e gli incrementi sono solo quelli previsti dal governo a favore delle pensioni minime; in più, tali contributi, rimanendo nella gestione separata, rimarrebbero a riparo anche in caso di fallimento del proprio fondo. Invece oggi, se l’INPS dichiarasse “bancarotta”, per finanziare le erogazioni si dovrebbe ricorrere alla tassazione generale, con conseguente e sostanziale decurtazione del valore reale del proprio assegno.

In Cile questo sistema è già in vigore da circa 40 anni, e nessun governo si è mai sognato di tornare indietro, eliminando quanto di buono era stato fatto. In questi anni il rendimento medio dei conti di risparmio previdenziale è stato pari a circa il 10%.

L’OCSE, in uno studio del 2009 (“Reviews of labour market and social policies: Chile. The normalisation of Chile’s Pension system”. OECD) ha confermato il successo di tale riforma, indicando alcuni elementi particolarmente positivi tra cui: l’aver ristabilito la fiducia pubblica nel risparmio previdenziale; aver contribuito allo sviluppo del mercato finanziario e della crescita economica; ridotto la spesa pubblica attuale e futura del Paese.

Josè Pinera, principale artefice di tale riforma, ha affermato che

“La privatizzazione delle pensioni ha prodotto una radicale redistribuzione del potere dallo Stato alla società civile e, trasformando i lavoratori in proprietari a titolo personale del capitale complessivo del Paese, ha creato un’atmosfera politica e culturale più adeguata ad un mercato e ad una società effettivamente più liberi”.

Con questo sistema, che dovrebbe essere introdotto anche in Italia, ognuno avrebbe la possibilità di scegliere: ovvero sia l’ente a cui affidare i propri contributi, sia l’ammontare degli stessi. Non si sarebbe più costretti ad andare in pensione quando lo “permette” lo Stato e alle sue condizioni, ma ognuno deciderebbe per sé. 

Al netto degli evidenti vantaggi in termini di sostenibilità di spesa e debito nel lungo periodo, tale sistema aumenterebbe la libertà di scelta dei cittadini, consegnandogli le chiavi del proprio futuro, e togliendole dunque dalle mani di politici e burocrati. I politici non potrebbero più usare il denaro dei contribuenti per comprare il voto dei pensionati, inasprendo il conflitto tra generazioni ed il disagio sociale. 

La transizione tra l’attuale sistema ed uno a capitalizzazione non sarebbe ovviamente privo di costi e di facile implementazione, ma data l’attuale situazione e gli sviluppi futuri sembra opportuno fare un tentativo in questa direzione. Ricordandosi che qualsiasi intervento dello Stato vale finchè ci saranno dei soldi da spendere… ma quando finiranno? Solo un sistema basato sulla libertà di scelta del cittadino ed una sana concorrenza tra fondi pensione può risolvere l’annosa questione previdenziale del nostro Paese.

Finalmente è finita la “Communist Week”

Oggi, Primo Maggio, anche quest’anno, si chiude solennemente – sulle note del “Concertone” in Piazza San Giovanni a Roma – la “Communist Week”. 

Finalmente, anche quest’anno, è andata. Perché la settimana dei comunisti, che inizia il 25 Aprile, Festa della Liberazione, si apre – con i cortei e le manifestazioni per gridare, più che alla libertà riconquistata, allo stato di “Resistenza” permanente – come si chiude, con gli altrettanti colorati, di rosso, s’intende, cortei del Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. E anche quest’anno, puntuali, le cerimonie e le celebrazioni si sono svolte come gli altri, in un ritorno uguale dell’identico. Le cose cambiano, si evolvono, ma si può star certi che i riti della “Communist Week”, come i discorsi e i comizi, ce li ritroveremo sempre uguali anche da vecchi.

Libertà e Lavoro. La Costituzione, nata dalla resistenza e fondata sul lavoro, trova in questi giorni i suoi due capisaldi e “vestali” (pardon, difensori). È la settimana in cui la Sinistra rispolvera e riaffila le armi della dialettica, reboante e stentorea. 

Le celebrazioni della “Liberazione” dovrebbero servire come un momento di riconciliazione, di condivisioni di valori fondamentali. Ma non è così. C’è sempre bisogno del nemico, contro il quale urlare la propria superiorità. Ma a chi giova? Cosa c’entra con la Liberazione con i violenti attacchi alla Brigata ebraica da parte dei filopalestinesi, sempre presenti al corteo? La ricerca del nemico, che sia il fascismo o Israele e gli ebrei (che per loro sono la stessa cosa) è un’ossessione dei comunisti. E del nemico si alimenta allo stesso modo anche il Concertone del Primo Maggio. 

Se alla Liberazione sono i dunque i “fascisti”, con cui i comunisti condividono peraltro parecchie cose (tra le quali anche l’amore verso Maduro e per il “bastone di Stato”) il Primo Maggio alla gogna ci sale il “Capitalismo”: ad aizzare le polemiche contro i “padroni”, il solito giovane idolo musicale a rotazione, ogni anno, il nuovo arruffapiazze, quello insomma da “cui ripartire”. 

Vagli a spiegare che l’economia capitalista – sebbene in Italia non all’ennesima potenza, tra legacci e legacciuoli delle normative, tra le tasse e i balzelli che soffocano le imprese – ci ha portato comunque ad essere uno dei paesi più industrializzati del Mondo e con una aspettativa di vita e ricchezza pro-capite superiore a quella dei nostri nonni o dei nostri genitori quando avevano la nostra età. Impossibile.

Nella settimana della “Communist Week”, della faziosità ideologica, in cui il Paese deve sentirsi grato alla Sinistra e ai Comunisti di tutto, meglio staccare la spina e festeggiare con i propri amici in campagna o al fiume con una bella grigliata. 

Ci ritroviamo fra un anno commentando, inevitabilmente, gli stessi eventi.

Ma tranquilli, il 2 maggio è vicino. #Resistete

Facile se hai i Corazzieri

La legge sulla legittima difesa passa l’esame del Presidente della Repubblica, che l’ha infine promulgata, contrariamente alle speranze di “molti” che vedevano nel Capo dello Stato l’ultimo argine contro una legge “ingiusta” e “incostituzionale” (a parer loro). Evidentemente la narrazione da questi fatta non si è rivelata corretta e la legge non presenta incostituzionalità talmente marchiane da impedirne la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Nessuna “giustizia-fai-da-te” e nessun “Far West” all’orizzonte quindi. Completamente sconfitto dunque il “fronte” del NO! alla legittima difesa.

Tuttavia il Presidente ha contestualmente inviato una lettera alle Camere in cui esprime alcune osservazioni (alcuni li hanno chiamati dei “dubia”) che potete leggere a questo link

Posto che il linguaggio usato dal Presidente è il tipico che si riscontra in chi esercita le sue funzioni, cioè non da torto e ragione a nessuno, sono presenti alcuni richiami che vale la pena di approfondire. Non ci soffermiamo su alcune garanzie fornite dalla legge per chi si è avvalso della legittima difesa che però non vengono estese al di fuori del domicilio (per esempio se si viene aggrediti per strada), né al reato di rapina. Sono considerazioni di natura “tecnica” che, per competenza, lasciamo ai legislatori, agli operatori ed ai tecnici delle materie giuridiche.

La prima osservazione fatta dal Capo dello Stato è sul rapporto tra le nuove norme e il ruolo dello Stato, che, a detta di “molti”, verrebbe da queste annichilito. Il Presidente scrive correttamente che “Va preliminarmente sottolineato che la nuova normativa non indebolisce né attenua la primaria ed esclusiva responsabilità dello Stato nella tutela della incolumità e della sicurezza dei cittadini”. 

L’osservazione del Presidente è abbastanza ovvia e, contrariamente a quello che scrivono i giornali, è una stoccata a chi ritiene che, attraverso la legittima difesa, i cittadini possano sostituirsi allo Stato, con tutto il corredo degli allarmi alla “Giustizia-fai-da-te” e al “Far West” che ne conseguono. 

Tuttavia l’osservazione parte da un presupposto: che il diritto a difendersi sia una “gentile” concessione dello Stato, che ha la “primaria ed esclusiva responsabilità nella tutela della incolumità” e non, com’è in realtà, un diritto vero e proprio. Quindi, non supera la visione statalista e stato-centrica per cui lo Stato è al di sopra del cittadino, che da lui solo discendono le norme che dicono quello che è giusto e quello che è sbagliato, e che, se è concesso difendersi, lo è solo perché lo Stato ammette che puoi farlo: ma ricordati che lo Stato, siccome agisci “in via secondaria e sussidiaria” ad un potere che è il suo, avrà poi il diritto a decidere se lo hai fatto bene o lo hai fatto male.

Invece noi riteniamo che difendersi sia un diritto della persona, dell’individuo in quanto tale, e che solo lo sviluppo della moderna concezione dello Stato, delle teorie della difesa sociale, ha poi finito nell’individuare proprio nello Stato il primario ed esclusivo compito di difendere i cittadini. Ma questo è avvenuto dopo, e non toglie che il diritto a difendere se stessi da una minaccia rimanga saldamente in capo, in prima persona, proprio all’individuo stesso. Altro che in via secondaria e sussidiaria! 

Ecco perché esiste la “legittima difesa” in tutti gli ordinamenti. Proprio perché lo Stato non può difendere tutti in ogni momento, riconosce che, in caso di minaccia, di quell’originario potere di autodifesa – tenuto in sospeso dal generale divieto di farsi giustizia da sé – il cittadino possa riappropriarsi di quel suo diritto e di difendersi, senza temere la reazione punitiva dello Stato, che non ha potuto difenderlo. Se vi piace la teoria del contratto sociale, questa è una evidente clausola di “auto-tutela”. E questo, badate bene, non significa fare “Giustizia-fai-da-te” o il “Far West”, ma semplicemente tutelare la propria esistenza in mancanza della protezione generalmente offerta dallo Stato. 

La seconda osservazione fatta dal Capo dello Stato è sullo “stato di grave turbamento” derivante dalla situazione di pericolo in atto: scrive il Presidente che “è evidente che la nuova normativa presuppone, in senso conforme alla Costituzione, una portata obiettiva del grave turbamento e che questo sia effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta”. 

Qui il Capo dello Stato è coerente con quanto esposto prima: riassumendo, il Presidente dice che è concesso di difendersi “ma, se puoi, fanne a meno”. E’ evidente la riluttanza dello Stato a “mollare” la possibilità al cittadino di rispondere ad una minaccia, e anche se lo fa, deve ricordarsi che è lo Stato a decidere se ha fatto bene o male. Infatti, chiede che lo “stato di grave turbamento”, qual’è appunto l’ingresso di malintenzionati nella propria dimora, sia ancora una volta dimostrato… dal cittadino che si è difeso… anzi, lo deve dimostrare pure “oggettivamente”. Come se ci fosse bisogno di dimostrare “oggettivamente” che egli abbia avuto paura per l’ingresso dei rapinatori in casa o nel negozio! Sebbene nel nostro diritto gli stati emotivi non escludono né diminuiscono l’imputabilità, nella legittima difesa ciò non vale, in quanto essa vale solo per il fatto di essersi difesi (se stessi oppure altri) da un pericolo.

Una riflessione merita se l’indagine di questo requisito del “grave turbamento” – che il Presidente ritiene debba essere ancora “oggettivo” e che la riforma, invece, mirava proprio a rendere presumibile – debba ancora una volta essere affidato al giudizio di un giudice terzo (che quindi non ha patito quel grave turbamento) e secondo il suo ‘libero convincimento’ (potrà ritenere se ha avuto paura veramente oppure no) e non debba essere, invece, come noi riteniamo, presunto (per ovvie ragioni) e che solo attraverso una prova, un evidenza, “oltre ogni ragionevole dubbio” questa presunzione possa essere messa in discussione. 

Il Presidente rimane quindi agganciato al vecchio “modello”, per cui è il cittadino che, prima, si deve difendere dal delinquente, e poi, dal “giudizio” dello Stato. I suoi “dubia” non risolvono, dunque, il problema che assilla la gestione della legittima difesa nel nostro Paese: processi che, se nella gran parte dei casi, ovviamente, finiscono con l’assoluzione, sono lunghi, costosi, e richiedono uno sforzo psicologico, da parte di chi si è dovuto difendere, non indifferente. 

Riteniamo che un’alta percentuale di assoluzioni non sia sufficiente a giustificare un sistema che tiene per diversi anni sulla “graticola” chi si è trovato nella spiacevole necessità di difendere se stesso o i propri cari, perché i procedimenti penali mettono sempre in gioco i “valori di immensa portata” propri della persona umana, quali la libertà personale, la reputazione e il buon nome. Valori che forse il nostro Stato è disposto a sacrificare anche per lunghi tempi in vista dell’accertamento burocratico, fine a se stesso, ma che sono irrinunciabili per ogni “società di uomini liberi”.

Ricordando che la “vittima”, nei casi di legittima difesa, è sempre chi si difende e non chi ha subito una difesa legittima.

Buona Festa di San Marco!

Se il 25 Aprile, la ‘Festa della Liberazione’ è la ricorrenza che più divide gli Italiani, ce n’è una che, invece, potrebbe unirli tutti: oggi infatti a Venezia si festeggia San Marco e la ‘Festa del Bocolo’.

E’ tradizione oggi, infatti, offrire alla donna amata un bocciolo (bócolo) di rosa rossa. Si racconta che l’usanza abbia origine nella leggenda di Maria, figlia di un doge, e di Tancredi, di famiglia umile. Maria, consapevole che il padre non avrebbe mai acconsentito al matrimonio, spinse Tancredi a cercare gloria combattendo i Mori nelle schiere dell’imperatore Carlo Magno. Un giorno arrivarono a Venezia alcuni cavalieri franchi, guidati dal paladino Orlando, che cercarono Maria per consegnarle un bocciolo di rosa: Purtroppo, Tancredi, dopo aver combattuto valorosamente, era stato ferito a morte e, trovandosi accanto a un rosaio, aveva colto un fiore chiedendo ai compagni d’armi di portarlo alla donna amata. Da allora, ogni 25 aprile, si rinnova fra i veneziani la tradizione di regalare a mogli e fidanzate un “bócolo” di rosa rossa come pegno d’amore.

Tradizione poco nota questa, sicuramente, ma che tra un servizio alla tivù e un video su YouTube dove si vedono solo cortei, sermoni, indignazioni, cori, improperi e litigi da parte dei ‘soliti noti’ che della liberazione ne hanno fatto una loro proprietà intellettuale, indisponibile agli altri, potrà certamente alleviare i cuori di chi ogni anno è “impaziente” di passare – il più delle volte il più presto possibile – sotto le ‘forche caudine’ di questa ricorrenza nazionale. Ma quale modo migliore quindi per festeggiare la libertà riconquistata se non donare un piccolo bocciolo a chi si ama?

Di tutt’altra natura, quindi, è la Festa di San Marco, che, oggi e sempre di più, valica i confini della tipica festa patronale per diventare qualcos’altro: e infatti oggi San Marco è anche la festa di chi – magari anche se non veneto – vede in quella che è la bandiera di San Marco, la bandiera della Serenissima, un simbolo di qualcosa, di una libertà antica e perduta che andrebbe riconquistata, e che non si riconosce nel mainstream per cui c’è solo destra e sinistra, comunisti e fascisti, nella contrapposizione di ideologie, ma che anzi vede come simbolo di una tradizione millenaria, della propria cultura, della propria identità, di Pace (è l’unica bandiera al mondo con la scritta Pace) di valori positivi, di libertà, financo di indipendenza ma che comunque racchiude in sé un sistema valoriale che sente vicina. Festeggia quindi l’unica ricorrenza che non richiama stragi, guerre e miserie, ed espone orgogliosamente il vessillo.

C’è chi dice che identità e tradizione non siano cose buone, che andrebbero dimenticate, fianco rinnegate o rimodulate… ma dimenticano questi signori che l’individuo è fatto anche di questo: tradizione, radici, identità.

Complici forse la lunga crisi economica che ha afflitto il Vecchio Continente e, quasi certamente, l’immobilismo e l’incapacità degli Stati nazionali (cui si è aggiunto anche l’immobilismo e l’incapacità delle Organizzazioni Sovra-nazionali) di far fronte ai problemi della modernità, alle forze dello “status quo”, oggi assistiamo sempre di più al sorgere di fenomeni disgregativi delle entità statali centralistiche e aggregativi delle comunità locali: si pensi alla Scozia, alla Catalogna e, da noi, al Veneto e, in una certa misura, anche alla Lombardia. 

Sebbene il fenomeno in Italia non abbia ancora raggiunto le dimensioni organizzative e l’avanzamento nello stato dei lavori e delle rivendicazioni dei sopracitati esempi, finalmente anche il Veneto (e la Lombardia) – forse per l’inerzia data dai tempi, forse perché le coscienze si sono ridestate – la propria lotta contro lo “status quo” in favore di un riassetto dei poteri che, se da sempre nella Storia va verso l’alto (Stato-organizzazioni internazionali) ora comincia timidamente ad essere richiamato verso il basso (Regioni, Autonomie Locali). 

Forse si è gridato troppo presto alla “morte degli Stati nazionali”, può essere, ma certamente se lo Stato nazionale sta per prendersi la sua rivincita nei confronti dei suoi “gufi”, è chiaro che dovrà ripensare e disegnare fortemente la sua ‘costituzione’, il suo nuovo assetto, se intende sopravvivere degnamente alle sfide del mondo moderno. Se il baricentro del potere si sposta sempre di più verso l’alto, sempre meno saranno le persone che lo potranno esercitare e, così, sempre minore sarà il controllo che il “resto” delle persone potrà svolgere; viceversa, se il baricentro del potere si abbassa, sempre più saranno le persone che lo eserciteranno e sempre maggiore sarà il controllo che il “resto” delle persone potrà svolgere. 

Ecco perché richieste e rivendicazioni di sempre maggiore autonomia vanno salutate positivamente. Certo, non che ci aspettiamo che tutti i problemi verranno risolti così come per magia, ma certamente si diliuiranno molto le conseguenze di questi problemi: perché è molto meglio che tanti errori vengano scontati da una piccola comunità di persone, che un solo errore venga scontato da tutti indistintamente, virtuosi e meno virtuosi. 

E consapevoli del fatto che la libertà dell’individuo non sarà mai tutelata abbastanza finche la più piccola entità amministrativa non sarà l’individuo stesso, nell’attesa da qualche parte bisognava pur cominciare, o che qualcuno cominciasse, e quindi: 

“Par tera, par mar, San Marco”. 
Buon 25 Aprile, Veneti! #25aprile, #SanMarco

Liberiamo il 25 Aprile!

Il 25 Aprile è la ricorrenza che più divide gli Italiani. Ma la festa della Liberazione, ormai da molti anni, ha perso il suo valore originario e continua ad essere monopolizzata e strumentalizzata sia da quei nostalgici della dittatura nera che fu, sia da quelli che ne hanno sempre sognata una di rossa. 

Fascismo e Comunismo, due facce della stessa medaglia. Fascismo e Comunismo, due diverse declinazioni degli stessi concetti: statalismo, autoritarismo, supremazia dello stato sull’individuo, dei burocrati di stato sulla persona. Fascismo e Comunismo hanno soppresso l’eccezionalità e la specificità dell’individuo, sublimandolo all’interno di concetti vuoti e retorici come lo stato, la nazione, la società. Fascismo e Comunismo sono stati e continuano ad essere, allo stesso modo, causa di guerre, morte e devastazione in Italia, in Europa e nel Mondo, in questo come nel secolo scorso. 

Il 25 Aprile non può e non deve essere una ricorrenza degli uni o degli altri, di una dittatura contro l’altra, ma una festa per tutti gli Italiani che amano la libertà e cercano di ottenerne sempre di più ogni giorno. Il 25 Aprile deve essere la festa in cui si ricordano tutti coloro che, da una parte e dall’altra, sebbene obnubilati dalle ideologie stataliste e dagli autoritarismi, hanno dato la vita combattendo per difendere sé stessi, i propri cari e la propria famiglia prima ancora che la Patria o lo Stato. Senza nessuna distinzione di colore politico o appartenenza religiosa. 

Il 25 Aprile deve essere la festa in cui ringraziamo gli Alleati per essere arrivati in soccorso dell’Italia, ed averci regalato 70 anni di pace e prosperità grazie alle istituzioni democratiche ed al libero commercio. Il 25 Aprile deve essere il giorno della memoria di tutti quelli che hanno dato la vita per la nostra libertà, e non solo di alcuni di loro; si pensi ai partigiani della Brigata Ebraica, che ad ogni 25 Aprile sfilano in corteo perché sentono questa giornata anche come loro, ma che vengono puntualmente presi a male parole, insulti e sputi da quegli eredi dei partigiani che vedono questa ricorrenza come una loro proprietà intellettuale.

Il 25 Aprile deve essere il giorno in cui ricordiamo il male che uno Stato forte, autoritario, che ha il pieno controllo di ogni attività, può fare ad un Paese e a un Popolo. Il giorno in cui ricordiamo i danni creati dalle ideologie collettiviste. In cui ricordiamo che l’unico antidoto al fascismo è la difesa della libertà individuale in tutte le sue forme. 

Perché come diceva Ennio Flaiano esistono due tipi di Fascisti: i Fascisti e gli Anti-Fascisti, non permettiamo a nessuno dei due di prendersi ciò che non gli appartiene, la libertà e la liberazione da ogni forma di autoritarismo.

Speriamo che qualcuno si renda conto del vero valore di questo giorno, così che non sembri che le vite dei nostri nonni siano state sacrificate invano.

TAV: Le ragioni liberali per il No

Nell’intervista al prof. Francesco Ramella IBL abbiamo affrontato il tema della TAV e ne sono emersi degli spunti di riflessione molto interessanti.

In primo luogo, scarso peso sembra finora aver avuto, sia sui mezzi di informazione sia nell’ambito del processo decisionale, una terza posizione, anch’essa scettica sulla realizzazione dell’opera ma di matrice molto diversa da quella degli ambientalisti e dei sindaci locali in quanto fondata sulla comparazione costi e dei benefici del progetto.

In secondo luogo, l’inesistenza di una domanda di trasporto, passeggeri e merci, tale da giustificare la realizzazione della linea AV trova riscontro nel fatto che non vi è alcun soggetto privato disposto ad investire proprie risorse nel progetto che sarebbe quindi interamente finanziato a carico del contribuente

Tale constatazione non dovrebbe stupire se si pensa a quanto accaduto con il Tunnel della Manica (tra Parigi e Londra, non tra Torino e Lione) che, grazie soprattutto alla ferrea volontà di Margaret Thatcher, venne realizzato esclusivamente con fondi privati. Gli sfortunati risparmiatori francesi ed inglesi hanno visto nell’arco di un decennio quasi azzerarsi il valore del proprio investimento ma almeno in quel caso nessuno è stato obbligato a partecipare, in qualità di contribuente, ad un’avventura ad alto rischio.

Né la competitività del Paese, né la tutela dell’ambiente sembrano dunque essere motivazioni valide a sostegno della linea ad alta velocità tra Torino e Lione: restano gli argomenti di “imprenditori” che non vogliono rischiare e di politici in cerca di consenso a spese del contribuente.

Consigliamo dunque la lettura dell’IBL Briefing Paper che spiega le ragioni liberali per il “No” e la visione della nostra intervista per avere il quadro completo della situazione.

➡️ Leggi l’IBL Briefing Paper

➡️ Guarda l’Intervista al prof. Francesco Ramella di Students For Liberty Italia