Legge di Bilancio 2019: Una Prospettiva Critica

La Legge di Bilancio 2019, contenente i principali provvedimenti di natura economica predisposti dal Governo, approvata dal Parlamento il 30 Dicembre 2018 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il giorno seguente, si propone come una manovra di politica fiscale espansiva, con l’obiettivo di stimolare la domanda aggregata, in particolare tramite la componente dei consumi, e generando così un aumento del Pil.

Con queste premesse, ha sicuramente nei provvedimenti di “Quota 100” e “Reddito di Cittadinanza” i due capisaldi, che prevedono aumenti di spesa per circa 11 miliardi.

Altre novità importanti riguardano l’introduzione di una “Flat Tax” al 15% per i lavoratori autonomi con reddito fino a 65.000 €; l’introduzione di una “Web Tax” al 3% sui ricavi da servizi digitali e la disattivazione delle clausole di salvaguardia dell’Iva per il 2019, che evitano l’aumento della tassazione indiretta su beni e servizi.

Il quadro Macroeconomico

Per quanto riguarda il quadro Macroeconomico, il Governo ha previsto un rapporto Deficit/Pil pari al 2%, una crescita del Pil nel 2019 all’1% ed un Deficit strutturale in leggero aumento pari a 1,3%, sfruttando una flessibilità dello 0,2 concessa dalla Commissione Europea in fase di trattativa.

Le previsioni di crescita del governo apparivano molto ottimistiche già nel mese di dicembre, quando la legge è stata discussa e approvata. Altri organi, come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio e la Banca d’Italia, prevedevano una crescita minore per il nostro Paese. In seguito alla pubblicazione da parte dell’Istat dei dati riguardanti la variazione del Pil negli ultimi due trimestri del 2018, pari rispettivamente a -0,1% e -0,2%: una previsione di crescita pari all’1% sembra ancora più irrealistica. Se la variazione del Pil dovesse essere più vicina allo 0% che all’1%, il deficit aumenterebbe di 0,4 o 0,5 punti percentuali rispetto a quello previsto e potrebbe divenire concreta la necessità di una manovra correttiva o comunque di consolidamento dei conti durante l’anno corrente.

Quota 100

Ci sembra utile soffermarsi sui due provvedimenti principali (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) in quanto rappresentano le poste di spesa maggiori e sono, sicuramente, le due misure più discusse. Nella Legge di Bilancio sono indicate le spese relative ai due provvedimenti, ma non le modalità di attuazione che sono state specificate nel DL 4/2019.

La revisione della “Legge Fornero” (prevista con Quota 100) è stata introdotta in via sperimentale per soli tre anni e dovrebbe interessare una platea pari a circa 900 mila persone, con un costo di 4 miliardi. Il provvedimento concede la possibilità di ottenere la pensione per chi ha raggiunto 38 anni di contributi e, minimo, 62 anni di età. Conseguenza diretta di tale misura è l’aumento della spesa pensionistica per gli anni futuri.

Se l’obiettivo della politica fiscale del Governo è quello di aumentare la crescita stimolando la domanda aggregata questa misura difficilmente avrà gli effetti sperati, in quanto essa rappresenta un trasferimento di risorse da una parte della popolazione (giovani lavoratori) ad un’altra (anziani pensionati). L’aumento della spesa pensionistica è catalogabile come un aumento di spesa corrente, la quale ha effetti espansionistici pari a zero o estremamente contenuti.

La spesa pensionistica in Italia è già una delle voci più importanti del bilancio statale, pari al 15% del Pil ed è una delle più alte tra i paesi OCSE. A pagare il costo di questa misura saranno le generazioni più giovani. A questa obiezione il Governo ha risposto sostenendo che la riduzione dell’età pensionistica produrrà una diminuzione del tasso di disoccupazione giovanile, in quanto per ogni nuovo pensionato verrà assunto almeno un giovane (2 o 3 nelle versioni più ottimistiche). Tale convinzione proviene dall’idea che il numero di posti di lavoro sia fisso, e che vi sia una sostituibilità naturale tra gli over 60 ed i lavoratori più giovani. Questa assunzione non sembra essere supportata dai fatti. Non vi sono studi o analisi che dimostrano l’esistenza di una relazione fissa tra disoccupazione giovanile e disoccupazione tra gli over 60. Inoltre, in presenza di un rallentamento dell’economia, come quello che sta sperimentando il nostro Paese attualmente, è improbabile che ad ogni pensionato corrisponda una nuova assunzione, ma è razionale assumere che le aziende possano sfruttare quota 100 per ridurre il personale e difendersi così dal peggioramento della congiuntura.

Reddito di Cittadinanza

Il Reddito di Cittadinanza è un provvedimento di sostegno al reddito, indirizzato verso le persone meno abbienti, ritenuti al di sotto della soglia di povertà, pari a 780€, di cui 280€ utilizzabili per le spese di affitto.

Esso è condizionato all’iscrizione, da parte del ricevente, ad un centro per l’impiego, e la ricerca attiva di un posto di lavoro. Si perde il diritto a ricevere il sussidio in caso di rifiuto di 3 offerte di lavoro congrue nell’arco di 18 mesi. Il costo totale della misura è pari a 7 miliardi, di cui un miliardo necessario per nuove assunzioni nei centri per l’impiego e dovrebbe essere rivolta a poco meno di 2 milioni di persone.

Essa sostituisce la forma precedente di sostegno al reddito, il Reddito di Inclusione, introdotto dal precedente governo, ampliando la platea avente diritto.

Anche questa misura non è esente da critiche, introducendo alcune distorsioni nel sistema dovute a due fattori principali.

Innanzitutto, la soglia di povertà assoluta è differente a livello geografico nel nostro Paese, essendo il costo della vita superiore al Nord rispetto che al Sud. Il provvedimento non sembra tenere conto di questa caratteristica. Il sussidio risulterà essere quindi molto più generoso in alcune zone e meno in altre.

Secondariamente, la scala di equivalenza usata per stabilire i criteri di chi ha diritto al reddito penalizza i nuclei familiari più ampi. Anche l’introduzione di una somma fissa per l’affitto (280€) contribuisce ad esacerbare questa differenza di trattamento.

In seguito a queste distorsioni, possiamo affermare che il massimo beneficio affluisce ai single residenti al Sud che potranno percepire un reddito nettamente superiore alla soglia di povertà definita dall’Istat per quei territori e, al contrario, una famiglia composta, per esempio, da due adulti e due bambini al Nord rimarrà sotto la soglia di povertà.

Altre criticità riguardanti il Reddito di Cittadinanza sono riscontrabili nelle tempistiche annunciate dal Governo per l’erogazione del sussidio, troppo poco tempo per assumere personale qualificato nei centri per l’impiego e per la definizione dei beneficiari. Infine, è sicuramente preferibile evitare commistioni tra politiche sociali di sostegno al reddito e politiche del lavoro e di contrasto alla disoccupazione, come già efficacemente fatto da numerosi paesi occidentali.

Anche questa misura è costruita per ottenere un aumento della domanda aggregata e dei consumi, tramite trasferimenti statali nei confronti dei meno abbienti. Per quanto sia lodevole il tentativo di aiutare le persone più in difficoltà, oltre ad introdurre le distorsioni precedentemente elencate, il Reddito di Cittadinanza difficilmente stimolerà l’economia verso una crescita sostenuta del Pil. Il moltiplicatore associato a questo tipo di spesa corrente, infatti, è estremamente contenuto.

Conclusioni

In conclusione, la manovra finanziaria potrebbe fallire nell’obiettivo di stimolo alla crescita, provocando degli scompensi nei conti pubblici. Sarebbe stata sicuramente preferibile una legge di segno opposto, volta a diminuire le spese dello Stato ed il debito pubblico, verso un consolidamento dei conti pubblici, puntando a riformare quei settori dell’economia in maggior difficoltà, come il mercato del lavoro.

La Rabbia dei Pastori Sardi

In questi giorni la notizia principale che affolla i notiziari ed i giornali riguarda la protesta dei pastori sardi. Fiumi di latte riversati sulle strade, sversati giù dai cavalcavia delle autostrade e minacce di bloccare i mezzi che trasportano il latte, sono le principali armi della contestazione del Movimento dei Pastori che cavalca la protesta. Sono atti estremi, perché nessuno vuol vedere il frutto del proprio lavoro gettato così: in quei gesti non si può non vedere una richiesta d’aiuto da parte di chi non ha riconosciuta la propria fatica. Ma a cosa è dovuta questa improvvisa rabbia?

Le cause della crisi

La motivazione principale riguarda il prezzo ritenuto troppo basso a cui viene acquistato il latte dai consorzi e dalle aziende che poi lo trasformano nel prodotto finito. Va da sé che il latte venduto a 60 centesimi di Euro vuol dire che migliaia di imprese pastorali saranno destinate alla chiusura.Oltre l’80% (circa 12mila) delle imprese pastorali sarde produce latte che viene poi trasformato in Pecorino Romano, il quale rappresenta una grossa fetta dei pecorini prodotti in Italia (81,54%) ed UE (52%). A causa di un’eccedenza nella produzione del Romano da parte dei consorzi, il prezzo dello stesso è crollato e, consequenzialmente, anche il prezzo della materia prima. I pastori piuttosto che vendere ad un prezzo così basso, inferiore al costo di produzione, preferiscono dunque buttarlo, darlo in pasto ai maiali o regalarlo alla popolazione in segno di protesta. Il problema risiede quindi nella monocultura di un’unica tipologia di formaggio: il Pecorino Romano, e alla grande volatilità del prezzo del latte sui mercati internazionali.Volendo soffermarsi su un’analisi superficiale questa sembrerebbe essere la solita storia di Davide contro Golia, il piccolo contro il grande, lo sfruttato contro lo sfruttatore. Forse è meglio andare più a fondo per capire, alla radice, dove stia il problema.

“Piccolo non è bello!”

Tale situazione è, infatti, solo la punta dell’iceberg di quel “peccato originale” che affligge la struttura economica della filiera agroalimentare italiana (e più in generale del settore manifatturiero ed industriale): ossia l’eccessiva frammentazione del tessuto produttivo e la filosofia del “piccolo è bello”.Rispetto agli altri paesi UE produttori di latte e formaggio, l’impresa Italiana è caratterizzata da pascoli di dimensioni minori (minor numero di capi per azienda) e resa, per animale, inferiore. Nonostante ciò, il prezzo è spesso maggiore rispetto a quello dei principali competitor. Tanto più se si aggiunge che la produzione del Pecorino Romano si trova in eccedenza. In una situazione del genere, si è obbligati ovviamente ad esportare. Nel mercato internazionale la domanda di latte ovino crescerebbe anche dell’8% annuo: altri ne traggono i vantaggi, ma non noi.

Soluzioni per risollevarsi

Quali sono allora le ricette per uscire da uno stato così disastroso ad aiutare le piccole-medie imprese sarde a risollevarsi? Sono quelle che non sono state mai applicate.Un consiglio che possiamo dare e che deve essere attuato da subito. Uno sviluppo del settore (e questo riguarda tutta l’Italia) non può fare a meno di razionalizzare la produzione. Ciò è possibile solo cercando di consorziare le aziende al massimo (magari anche in un consorzio unico), aumentando il numero di capi per azienda e potendo così sfruttare le economie di scala e produrre quantità maggiori ad un costo minore. Non è infatti più possibile che ogni comparto della filiera proceda in modo disgiunto l’uno dall’altro. Occorre anche differenziare (verticalmente ed orizzontalmente) in modo da non rimanere legati troppo ad un solo tipo di prodotto ed al suo andamento sul mercato. Il latte sardo negli anni è cresciuto in qualità, tanto da essere uno dei migliori al mondo: è principalmente da pascolo, ma questa caratteristica sicuramente positiva non rientra però negli standard industriali, che sono di natura più tecnica. Negli anni i pastori sardi sono diventati imprenditori, è stato chiesto loro di migliorare le greggi, con il risultato di avere macchine da latte e nel contempo, però, alti costi di gestione. L’introduzione di nuove razze iperproduttive, legate alla meccanizzazione, hanno generato una capacità produttiva elevata e dunque un’offerta di prodotto che supera quello che la domanda del mercato può assorbire. Per questo, bisognerebbe puntare più sulla qualità che sulla quantità, creando un prodotto di qualità, sfruttando la riconosciuta eccellenza dei formaggi Italiani nei mercati mondiali.L’altro aspetto, quello più urgente, è che va totalmente rivista la struttura commerciale, che non può essere lasciata ad una moltitudine di soggetti, imprenditori e cooperative che si fanno la lotta tra di loro abbassando i prezzi. Inoltre, si rende fondamentale, proprio perché c’è bisogno di esportare, la valorizzazione delle eccellenze (le d.o.p.) che ad oggi non vengono valorizzate. Anche la creazione di un marchio unico rappresentativo della Sardegna o del Pecorino Romano apporterebbe un enorme beneficio, dato che (e qui passiamo al settore secondario) molti trasformatori preferiscono i marchi aziendali, con una proliferazione di etichette che non aiuta la commercializzazione. Infine, cercare nuovi sbocchi. La domanda di latte è in aumento, ma il Pecorino Romano, che principalmente esposta negli States, sta subendo una contrazione costante: si rende quindi necessario trovare nuovi sbocchi, e ciò non è possibile se non con un consorzio forte che abbia una strategia a beneficio di tutti.

Le soluzioni non sono estranee al nostro tessuto imprenditoriale: le eccellenze italiane

Sono sicuramente soluzioni difficili ed impegnative, che richiedono un certo tempo per entrare a regime, ma sono le uniche che possono davvero funzionare e riportare le nostre aziende (sia dell’allevamento che e della trasformazione finale) allo splendore che meritano. E, si noti bene, non sono ricette estranee al nostro tessuto produttivo o alla nostra cultura imprenditoriale: si pensi, tra i tanti, alla Conserve Italia, proprietaria dei marchi Valfrutta e Cirio, o agli esempi virtuosi del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, dove gli allevatori vengono ripagati in modo positivo. Certo, questi grandi formaggi italiani ci hanno messo anni per arrivare ad una gestione dell’offerta competitiva ed efficiente a tutti i livelli della catena, ma lo sforzo è valso il sacrificio.

Una cultura politica inadeguata

Tuttavia il nostro Paese sconta (questo sì un “peccato originale” gravissimo) la “vecchia” (che poi mai vecchia è diventata) politica del chiedere l’aiuto dello Stato. E’ un malcostume che per molto tempo è stato diffusissimo nel nostro Paese (anche agli alti livelli delle nostre accademie) e che tanti e gravi danni ha prodotto alla nostra economia: il principale è stato quello di inibire la capacità di pensare a soluzioni che non siano quella dell’intervento pubblico: infatti, i rappresentanti degli stessi allevatori hanno subito richiesto la fissazione di un “prezzo minimo”, che sia superiore al costo di produzione. Tale richiesta non ha potuto non generare antipatie all’interno del mondo dei liberali italiani. Tuttavia non possiamo dimenticare che queste persone scese per le strade a manifestare il proprio scontento sono vittime del sistema a cui cerchiamo (nel nostro piccolo) di dare un’alternativa, e non parte di esso. Bisogna pertanto spiegare che chi vi promette prezzi minimi e soluzioni affini non è vostro amico! La fissazione di un prezzo minimo non farà altro che indurre le aziende a comprare il latte da un’altra parte, peggiorando ancora di più la già disastrosa situazione; e non si capisce come la paventata imposizione di un dazio al latte importato possa impedire alle aziende di rifornirsi dai produttori romeni (dato che la Romania sta in UE e non si possono fissare dazi interni) additati unanimemente dalla politica e dalle sigle sindacali degli allevatori come i principali responsabili della catastrofe. Tant’è vero che le accuse di concorrenza sleale, se fossero vere, sarebbero da denunciare subito (vi sono efficaci strumenti a livello nazionale e comunitari per farlo): cosa che nessuno ha mai fatto finora, nemmeno le corporazioni che pretendono oggi di difendere gli allevatori.Gli incentivi agli allevamenti sardi non sono altro che dei palliativi: occorrono invece strumenti nuovi e personale tecnico preparato ad affrontare i mercati internazionali. La soluzione non passa dalla politica e dall’aiuto di Stato, che è invece alla base di gran parte dei problemi del settore agroalimentare Italiano. L’assurda ed insensata politica di sussidi perpetrata prima dai governi nazionali e successivamente dall’Unione Europea con la PAC, sotto forma di quote, dazi all’importazione, prezzi minimi, questa politica, è proprio una delle principali cause delle difficoltà incontrate nei mercati dagli allevatori italiani. Le politiche assistenziali verso il settore agroalimentare hanno disincentivato la riduzione dei costi di produzione e di mantenimento dei pascoli, l’innovazione e la creazione di consorzi e cooperative di dimensioni maggiori in grado di produrre quantità tali da permettere ai singoli allevatori di sopravvivere in un mercato ormai globalizzato.

Conclusioni

Continuare a “proteggere” gli allevatori tramite sussidi non è la soluzione ma solo un modo per posticipare il problema, “kicking the can”, fingendo di familiarizzare con coloro che sono in difficoltà solo per accaparrarsi voti in vista delle prossime elezioni. Il problema si ripresenterà, e ad ogni ciclo sarà sempre peggio!I produttori dovrebbero chiedere meno regolamentazioni, la cancellazione di ogni tipo di quote e prezzi minimi e puntare ad un miglioramento della produttività tramite grandi consorzi e cooperazione sul territorio, come fanno efficacemente in Spagna e Francia (e anche in Italia non mancano gli esempi virtuosi in questo senso).Solo in questo modo è possibile porre un argine e resistere alla concorrenza di quello che sta venendo additato come il “vero nemico”, il latte proveniente dai paesi dell’Est, – sicuramente di qualità inferiore e meno sicuro per la salute, ma a minor costo per le aziende. Una produzione razionalizzata e di qualità (secondo le linee che abbiamo esposto sopra), un marchio forte e competitivo, aggiunto ad uno Stato (ma anche un’Unione) meno invasivo (soprattutto sul versante tasse) non avrebbe da temere alcuna minaccia.