Tassare le merendine per finanziare l’istruzione? Ecco l’ennesima bugia a danno di studenti, genitori ed … insegnanti!

La scuola pubblica nel nostro paese versa, di anno in anno, in una situazione sempre più critica. Sono già suonate le campanelle che annunciano il nuovo anno scolastico in tutta la penisola. Nuovo anno ma problemi vecchi. 

Tra precari e supplenti è sempre più emergenza personale. Nonostante le oltre 180 mila assunzioni a tempo indeterminato effettuate negli ultimi 4 anni, anche quest’anno molte cattedre rimarranno scoperte e sarà necessario ricorrere ai supplenti. Si stima, infatti, che vi saranno tra le 150 e le 200 mila supplenze per l’anno in corso. A completare il quadro – non proprio roseo – della situazione della scuola pubblica, si aggiunge una retribuzione media, per docente, inferiore a quella dei propri pari europei. 

Per questi motivi, da molti anni e da più parti politiche, istituzionali e sindacali, provengono pressanti e unanimi richieste di aumento della spesa statale nell’istruzione, che ad oggi si colloca tra le più basse in Europa. Come sempre, in questi casi, il problema è però dove trovare i soldi per finanziare questo aumento di spesa.

La soluzione di ciò si troverebbe nella proposta del nuovo Ministro dell’Istruzione, che appare, ad un primo sguardo, logica ed equa:

Vorrei delle tasse di scopo: per esempio, sulle bibite gassate e sulle merendine, o tasse sui voli aerei che inquinano. L’idea è: faccio un’attività che inquina (volare), oppure ho uno stile di alimentazione sbagliato (merendine)? Metto una piccola tassa, e con questa ci posso finanziare delle attività utili, come la scuola o gli stili di vita più sani.

Il novello “Robin Hood” propone di togliere ai “ricchi” (cioè, oltre alle solite multinazionali che producono il c.d. “junk food” anche i genitori, che comprando le merendine prodotte industrialmente mettono a rischio senza accorgersene la salute dei propri figli) per dare ai “poveri” (cioè agli insegnanti che tengono in piedi il sistema scolastico italiano).

A chi, in fin dei conti, non sembra assolutamente corretto od equo un provvedimento del genere? Limitare l’assunzione di zuccheri e di cibi c.d. “spazzatura” da parte degli studenti e, contemporaneamente, aumentare lo stipendio dei docenti, semplicemente mettendo una tassa sulle merendine … sembra una grande vittoria! Sia per il nuovo ministro che per il governo appena insediato!

Capite bene, però, che ottenere una riduzione dei consumi e, allo stesso tempo, un maggiore gettito per finanziare l’istruzione, sono due cose contrastanti ed inconciliabili tra di loro! L’obiettivo della tassazione su dei beni potenzialmente dannosi per la salute, come le merendine ed i cibi o le bevande zuccherate, è quello di scoraggiarne il consumo tramite un aumento del prezzo. Se questo disincentivo funziona, le abitudini di acquisto dei consumatori si modificheranno, causando una diminuzione delle vendite del bene considerato poco salutare. In sintesi, più il disincentivo ha successo, minori saranno, dunque, le vendite; di conseguenza, il gettito derivante non potrà che diminuire! Ma così, come risultato finale, si avranno per forza meno risorse per finanziare l’istruzione! E non di più, come invece è stato detto.

Insomma, una tassa, magari con un aliquota abbastanza alta che sia in grado di scoraggiare l’acquisto di cibi potenzialmente dannosi, non sarebbe una soluzione alla mancanza di fondi per la scuola, ma l’esatto contrario!

A conferma di ciò, vediamo come nei Paesi in cui questa tassa è stata introdotta, si è verificata proprio la riduzione delle vendite ed il conseguente calo del gettito fiscale.

In Messico, dove questa tassa è stata introdotta nel 2014 con un’aliquota del 10%, si è registrato un calo delle vendite del 6% ed una conseguente diminuzione del gettito.

Nel 2011, nella civilissima e iper-progressista Danimarca, il governo ha introdotto un’imposta sugli alimenti che contengono troppi grassi saturi. Gli effetti sono stati disastrosi. I Danesi hanno iniziato ad acquistare gli stessi alimenti, ma nei paesi confinanti! E, per di più, l’occupazione nel settore è diminuita di oltre 1.000 unità. Il governo è stato quindi costretto a fare retromarcia e a cancellare la tassa.

Dunque, non solo la tassa sul c.d. “cibo spazzatura” non sarebbe affatto utile per aumentare gli stipendi dei docenti, ma rischierebbe, infine, di mettere in difficoltà o addirittura in crisi il settore, danneggiando le imprese ed i lavoratori che operano nel campo della vendita alimentare, oltre che ovviamente le stesse famiglie che, qualora non dissuase dall’aumento della tassazione, si troverebbero a dover spendere comuqnue di più per comprare le stesse cose. Tanto più se si considera che si è deciso di mentire anche agli insegnanti, promettendogli aumenti di salario con un sistema che, come si è visto, va a sottrarre risorse e non ad aggiungerne!

Già nel 1800, Frederic Bastiat ci metteva in guardia da questo tipo di politiche, spingendoci a notare non solo “ciò che si vede” ma anche “ciò che non si vede”. Le nuove leggi non provocano un solo effetto (quello desiderato da chi le promuove), ma una catena di eventi. Il primo effetto è immediato ed è il più facile da valutare; mentre i successivi verranno allo scoperto solo con il passare del tempo. Un bravo “policy-maker”, sia esso ministro, sia esso economista, deve essere in grado di valutare non solamente il primo, il più evidente e manifesto, effetto, ma tutta la catena ad esso conseguente, per stabilire la validità e la correttezza di un nuovo provvedimento.

Troppo spesso ci si ferma all’apparenza, concentrandosi solo su “ciò che si vede” e tralasciando, invece, proprio “ciò che non si vede”. La lezione di Bastiat, circa 200 anni dopo, è più che mai attuale, ed è necessario tenerla a mente, per evitare di essere presi in giro da una classe politica che, troppo spesso, tratta come ‘sudditi’ i cittadini, in questo caso i genitori e gli studenti.

Giù le mani dai nostri risparmi

“Giù le mani dai nostri risparmi”. Condividiamo uno saggio del nostro National Coordinator per l’Italia, Giacomo Messina pubblicato su #LeoniBlog.

L’Euro e l’Europa avranno mille difetti e problemi, ma non sono la causa dei malesseri del nostro paese. Essi sono totalmente ed assolutamente autoinflitti. Essi sono causati da una classe dirigente che ha usato la politica economica ed i soldi dei cittadini Italiani per comprare voti e distribuire mance e favori ad amici ed elettori e da uno stato elefantiaco ed inefficiente che distrugge tutto ciò che i cittadini costruiscono e producono con sudore e fatica. Chi propugna soluzioni a suon di più debito e più deficit non sta proponendo nulla di nuovo, ma la solita ricetta trita e ritrita, che abbiamo avuto modo di vedere fallire nel corso degli ultimi 40 anni.

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La CONSOB è l’Autorità Italiana per la vigilanza sui mercati finanziari. Di conseguenza, dalla relazione finale del Presidente di suddetta autorità, mi aspetterei una visione d’insieme sulle performance passate, e sugli scenari futuri dei mercati finanziari e degli istituti di credito nel nostro paese. Al contrario, nella relazione del Presidente Paolo Savona, faccio fatica a trovare un riferimento al ruolo svolto dall’autorità che presiede e noto una preminenza di analisi e proposte di politica economica. Pertanto, il suddetto discorso, suona, alle mie orecchie, molto più simile alle “Considerazioni Finali” che una volta l’anno spettano al presidente della Banca d’Italia. Una sorta di “Contro-Considerazioni Finali” da parte del massimo esponente del “Contro-Apparato” che il governo gialloverde sta, chiaramente, tentando di costruire.

Detto quindi dell’incoerenza e dell’estraneità del discorso di Savona, rispetto alle funzioni che il suo organo dovrebbe svolgere, veniamo alla sostanza di quanto dichiarato dall’ex Ministro per gli Affari Europei del governo Salvini-Di Maio.

Pronti via e subito sentiamo di nuovo la storiella del gigantesco risparmio privato delle famiglie Italiane. Anche qui mi sorge subito un dubbio. Dove, di grazia, il Professore avrebbe preso il dato che afferma che il risparmio italiano sia pari a 16 mila miliardi di euro? La relazione di Banca d’Italia ed Istat parla di un ammontare pari a 9.743 miliardi di euro (Fonte: Banca d’Italia, PDF), di cui, oltre 5 mila miliardi investiti in abitazioni. Ora, andando oltre la prima imprecisione – di una lunga serie – del Presidente Savona, cosa ha a che fare il risparmio privato con il debito pubblico di cui si parla successivamente? Quando vi dicono che il debito non è un problema perché le famiglie italiane hanno un immenso risparmio, stanno paventando due ipotesi

La prima è quella di una patrimoniale. Lo stato si indebita, usa i nostri soldi per ingigantire sempre di più la già elefantiaca macchina statale, la già iper-inefficiente pubblica amministrazione, per elargire prebende e regali elettorali a destra e manca come fa da oltre 40 anni. Ma non c’è nessun problema state tranquilli! Appena la situazione dovesse divenire insostenibile, la soluzione sarà una patrimoniale. Cioè una tassa (ennesima) sul risparmio degli Italiani. Capito? Non solo finanziate tramite tasse ed imposte, giornalmente, lo stato ladro ed inefficiente, ma dovrete essere poi voi a mettere una pezza sui buffi fatti da chi ragiona come Savona e Co. rinunciando ai soldi che avete messo da parte, risparmiando ed investendo, per il vostro futuro e per quello della vostra famiglia.

La seconda soluzione non è molto diversa dalla prima. E prende la forma della cosiddetta “Repressione Finanziaria”, di fatto una patrimoniale mascherata sotto forma di “oro alla patria” di fascistissima memoria. Invece di imporci una tassa, lo Stato ci obbligherà ad investire esclusivamente in titoli del tesoro Italiani per finanziare, ancora una volta, il debito pubblico. 

Veniamo poi a quella che ritengo la principale contraddizione del discorso di Savona. Il Presidente della Consob ritiene che non vi sia un legame ottimale tra debito pubblico e Pil. L’importante è che, cito testualmente: “… il suo (del rapporto Debito/Pil, ndr) saggio di incremento deve restare mediamente al di sotto del saggio di crescita del Pil”.

Vi è una incredibile incoerenza di fondo. Se il saggio di incremento del Debito è inferiore a quello del Pil, allora il debito sta riducendosi. Quindi stiamo producendo surplus e non deficit (i.e. austerity).

Ma credo che qui il Professor Savona voglia dirci che non vi è, secondo lui, altra alternativa alla crescita economica che quella di accumulare debito e ribaltare così la dinamica esplosiva del rapporto Debito/Pil, agendo sul denominatore. Dinamica ampiamente smentita a livello teorico e pratico, potenzialmente devastante per il nostro Paese. Superfluo, poi, sottolineare che non esiste nessun paese che abbia ridotto il rapporto Debito/Pil facendo altro deficit – ma va!

Secondo tema che tengo ad approfondire è quello sulla, presunta, austerity e “virtuosità” fiscale del nostro paese. 

La spesa pubblica in Italia, al netto degli interessi, è aumentata in maniera costante e continua dal 1995 al 2018. Solo un paese ha fatto peggio di noi, la Grecia. Faccio fatica a considerare “virtuoso” un paese che ha ormai raggiunto e sfondato il tetto del 48% di spesa pubblica in rapporto al Pil. È vero, l’Italia è il paese che più tra tutti ha prodotto avanzi primari dagli anni 90 ad oggi. Ma ciò è dovuto principalmente a due fatti. Innanzitutto, negli anni ‘80 l’Italia ha prodotti ingenti disavanzi primari, mentre gli altri paesi spendevano meno di quanto guadagnassero. Ciò ha fatto si che si creasse un enorme stock di debito pubblico e, di conseguenza, la necessità di pagare sempre maggiori interessi sul debito. Da qui la necessità, negli anni ’90, di produrre avanzi primari, comunque mai sufficienti ripagare gli interessi. 

Glisso sul tema titoli di stato europei, che richiederebbe una trattazione a parte. Ci terrei, però, a far notare che l’Italia è stata una delle principali beneficiarie del programma di acquisti di titoli di stato dalla tanto vituperata, odiata ed antitaliana BCE. Nonostante questo enorme stimolo monetario, i rendimenti dei titoli di stato italiani sono rimasti molto alti. Praticamente gli unici in tutta la zona euro. Facciamoci due domande.

Faccio finta di non leggere un riferimento al fatto che l’IRI rappresentasse il fondo sovrano italiano, cosa che è chiaramente falsa, e vado alle conclusioni.

L’Euro e l’Europa avranno mille difetti e problemi, ma non sono la causa dei malesseri del nostro Paese. Essi sono totalmente ed assolutamente autoinflitti. Essi sono causati da una classe dirigente che ha usato la politica economica ed i soldi dei cittadini Italiani per comprare voti e distribuire mance e favori ad amici ed elettori e da uno stato elefantiaco ed inefficiente che distrugge tutto ciò che i cittadini costruiscono e producono con sudore e fatica. Chi propugna soluzioni a suon di più debito e più deficit non sta proponendo nulla di nuovo, ma la solita ricetta trita e ritrita, che abbiamo avuto modo di vedere fallire nel corso degli ultimi 40 anni.

Per una Pensione Felice

Libertà di scelta, concorrenza, competizione, mercato, sono alcuni tra i principi che dovrebbero l’agire politico di chi ritiene di essere un liberale (o liberista, o libertario, a voi la scelta dell’aggettivo che preferite). Concetti visti, troppo spesso, con diffidenza, sospetto e financo paura nel nostro Paese.

Frequentemente, lo Stato viene ritenuto l’unica possibilità per risolvere le difficoltà ed i problemi dei propri cittadini, e se ne auspica l’intervento come fosse il “Deus ex machina” delle tragedie greche. In realtà, le cose stanno in maniera diversa, spesso (parafrasando Ronald Reagan) lo Stato è la causa del problema ed il mercato la soluzione ad esso.

Un esempio chiaro e lampante proviene dal sistema pensionistico italiano di cui tutti ne riconoscono l’inefficienza e la non sostenibilità nel lungo periodo, ma nessuno è in grado di presentare delle proposte in grado di riformarlo in maniera radicale. Politicamente, il capitolo pensioni è uno dei più caldi e difficili da affrontare.

Negli ultimi 30 anni, nessun governo politico è riuscito a riformare il sistema pensionistico, lasciandone l’incombenza ai governi tecnici, costretti o ad aumentare l’età pensionabile, o il carico contributivo a capo al lavoratore o a diminuire l’importo delle pensioni per preservarne la sostenibilità. Questi interventi hanno creato disagi e malumori nella popolazione più anziana, che ha visto allontanarsi il traguardo della pensione, rafforzando ulteriormente lo scontro intergenerazionale che già dilaga in Italia. Scontro che si infiamma ulteriormente nel momento in cui i governi politici tentano di disfare tali interventi per compiacere una parte dell’elettorato.

Il sistema pensionistico italiano è – principale fonte di scontro tra giovani ed anziani – uno dei primi elementi di propaganda dei politici e, soprattutto, la prima e più importante fonte di spesa – e debito – dello Stato. La spesa per pensioni in Italia ha superato il 15% del PIL e viaggia, a vele spiegate, verso il 20%, risultando la prima voce di spesa, di gran lunga maggiore rispetto all’istruzione, alla sanità e alla protezione sociale.

Gli interventi “lacrime e sangue” che consistono in aumenti di età pensionabile o di contributi non hanno risolto il problema, ma solo posticipato il giorno del collasso del sistema. Bisogna tenere conto che, già oggi, i contributi previdenziali sono la principale componente del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo del lavoro pagato dalle imprese e il salario guadagnato dal lavoratore, ritenuto una delle principali cause dell’elevata disoccupazione in Italia. Auspicare un aumento degli stessi non sembra la migliore delle soluzioni per il lungo periodo.

In Italia viene utilizzato un sistema pensionistico a ripartizione, o “unfunded pension system” per usare i termini inglesi – che in questo caso ci vengono in aiuto per capirne meglio la natura. Perché “unfunded”? Diversamente da quanto viene fatto credere, il lavoratore che versa i contributi presso il monopolista statale INPS non sta creando un tesoretto da utilizzare per la sua futura vecchiaia ma, invero, per finanziare le pensioni attuali, cioè dei lavoratori attualmente in pensione.

Il sistema si regge su di un ‘patto intergenerazionale’ per cui i giovani lavoratori pagano i contributi che si tramutano in assegni per chi è già in pensione. Il sistema funziona in maniera ottimale, ed è in grado di offrire pensioni estremamente generose, fintanto che il tasso di crescita della popolazione rimane elevato. Le prime generazioni di pensionati sono quelle che più ci hanno guadagnato da questo meccanismo.

Ma la dinamica demografica che sta vivendo l’Italia da qualche decennio a questa parte, caratterizzata da un invecchiamento progressivo della popolazione, non rende più conveniente l’utilizzo di tale sistema.

All’inizio del secolo la quota di popolazione oltre i 65 anni rappresentava il 18,1% del totale e quella oltre gli 80 il 4%. Nel 2013 queste erano già passate rispettivamente al 21,2% e 6,3%. (fonte: “Rischi e proposte per il finanziamento del welfare italiano”; IBL). Le previsioni per il futuro non sono certo più rosee, l’ISTAT prevede un aumento della popolazione anziana del 47% entro il 2050 e nel 2065 la popolazione ultra 65enne sarà pari al 33%. Oggi il rapporto lavoratore pensionato è di 3 a 2, ma la previsione per il 2050 è di 1 a 1.

Come detto l’ammontare dell’assegno previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati dal lavoratore in percentuale al suo salario. La principale componente che determina il salario è la produttività del lavoro. Altra nota dolente per il nostro Paese è che, secondo dati OCSE, ha il peggior dato per quanto riguarda l’aumento della stessa, secondo solo alla Grecia. Insomma, con una produttività stagnante, salari che non aumentano ed il progressivo aumento dell’età media la sostenibilità del nostro sistema pensionistico verrà messa a dura prova, e nuovi interventi a riguardo potrebbero inasprire il disagio sociale ed il conflitto intergenerazionale.

L’unica soluzione percorribile è quella di una “Rivoluzione Copernicana” del nostro sistema pensionistico, e cioè passare da un sistema “unfunded” ad uno “funded”, ovvero “a capitalizzazione”

In questo caso il lavoratore versa i contributi, che vengono accumulati in un fondo e serviranno poi interamente per pagare la propria pensione, eliminando dunque la necessità di un monopolista statale e stimolando la partecipazione ai fondi pensione, in concorrenza ed in competizione tra di loro per offrire la migliore soluzione al lavoratore. Inoltre, essi investirebbero la parte di contributi versati in attività finanziarie a basso rischio, determinando così un incremento reale di quanto accumulato nel proprio fondo a beneficio di tutti, cosa che non accade con l’INPS, che non investe o investe male, e gli incrementi sono solo quelli previsti dal governo a favore delle pensioni minime; in più, tali contributi, rimanendo nella gestione separata, rimarrebbero a riparo anche in caso di fallimento del proprio fondo. Invece oggi, se l’INPS dichiarasse “bancarotta”, per finanziare le erogazioni si dovrebbe ricorrere alla tassazione generale, con conseguente e sostanziale decurtazione del valore reale del proprio assegno.

In Cile questo sistema è già in vigore da circa 40 anni, e nessun governo si è mai sognato di tornare indietro, eliminando quanto di buono era stato fatto. In questi anni il rendimento medio dei conti di risparmio previdenziale è stato pari a circa il 10%.

L’OCSE, in uno studio del 2009 (“Reviews of labour market and social policies: Chile. The normalisation of Chile’s Pension system”. OECD) ha confermato il successo di tale riforma, indicando alcuni elementi particolarmente positivi tra cui: l’aver ristabilito la fiducia pubblica nel risparmio previdenziale; aver contribuito allo sviluppo del mercato finanziario e della crescita economica; ridotto la spesa pubblica attuale e futura del Paese.

Josè Pinera, principale artefice di tale riforma, ha affermato che

“La privatizzazione delle pensioni ha prodotto una radicale redistribuzione del potere dallo Stato alla società civile e, trasformando i lavoratori in proprietari a titolo personale del capitale complessivo del Paese, ha creato un’atmosfera politica e culturale più adeguata ad un mercato e ad una società effettivamente più liberi”.

Con questo sistema, che dovrebbe essere introdotto anche in Italia, ognuno avrebbe la possibilità di scegliere: ovvero sia l’ente a cui affidare i propri contributi, sia l’ammontare degli stessi. Non si sarebbe più costretti ad andare in pensione quando lo “permette” lo Stato e alle sue condizioni, ma ognuno deciderebbe per sé. 

Al netto degli evidenti vantaggi in termini di sostenibilità di spesa e debito nel lungo periodo, tale sistema aumenterebbe la libertà di scelta dei cittadini, consegnandogli le chiavi del proprio futuro, e togliendole dunque dalle mani di politici e burocrati. I politici non potrebbero più usare il denaro dei contribuenti per comprare il voto dei pensionati, inasprendo il conflitto tra generazioni ed il disagio sociale. 

La transizione tra l’attuale sistema ed uno a capitalizzazione non sarebbe ovviamente privo di costi e di facile implementazione, ma data l’attuale situazione e gli sviluppi futuri sembra opportuno fare un tentativo in questa direzione. Ricordandosi che qualsiasi intervento dello Stato vale finchè ci saranno dei soldi da spendere… ma quando finiranno? Solo un sistema basato sulla libertà di scelta del cittadino ed una sana concorrenza tra fondi pensione può risolvere l’annosa questione previdenziale del nostro Paese.

Liberiamo il 25 Aprile!

Il 25 Aprile è la ricorrenza che più divide gli Italiani. Ma la festa della Liberazione, ormai da molti anni, ha perso il suo valore originario e continua ad essere monopolizzata e strumentalizzata sia da quei nostalgici della dittatura nera che fu, sia da quelli che ne hanno sempre sognata una di rossa. 

Fascismo e Comunismo, due facce della stessa medaglia. Fascismo e Comunismo, due diverse declinazioni degli stessi concetti: statalismo, autoritarismo, supremazia dello stato sull’individuo, dei burocrati di stato sulla persona. Fascismo e Comunismo hanno soppresso l’eccezionalità e la specificità dell’individuo, sublimandolo all’interno di concetti vuoti e retorici come lo stato, la nazione, la società. Fascismo e Comunismo sono stati e continuano ad essere, allo stesso modo, causa di guerre, morte e devastazione in Italia, in Europa e nel Mondo, in questo come nel secolo scorso. 

Il 25 Aprile non può e non deve essere una ricorrenza degli uni o degli altri, di una dittatura contro l’altra, ma una festa per tutti gli Italiani che amano la libertà e cercano di ottenerne sempre di più ogni giorno. Il 25 Aprile deve essere la festa in cui si ricordano tutti coloro che, da una parte e dall’altra, sebbene obnubilati dalle ideologie stataliste e dagli autoritarismi, hanno dato la vita combattendo per difendere sé stessi, i propri cari e la propria famiglia prima ancora che la Patria o lo Stato. Senza nessuna distinzione di colore politico o appartenenza religiosa. 

Il 25 Aprile deve essere la festa in cui ringraziamo gli Alleati per essere arrivati in soccorso dell’Italia, ed averci regalato 70 anni di pace e prosperità grazie alle istituzioni democratiche ed al libero commercio. Il 25 Aprile deve essere il giorno della memoria di tutti quelli che hanno dato la vita per la nostra libertà, e non solo di alcuni di loro; si pensi ai partigiani della Brigata Ebraica, che ad ogni 25 Aprile sfilano in corteo perché sentono questa giornata anche come loro, ma che vengono puntualmente presi a male parole, insulti e sputi da quegli eredi dei partigiani che vedono questa ricorrenza come una loro proprietà intellettuale.

Il 25 Aprile deve essere il giorno in cui ricordiamo il male che uno Stato forte, autoritario, che ha il pieno controllo di ogni attività, può fare ad un Paese e a un Popolo. Il giorno in cui ricordiamo i danni creati dalle ideologie collettiviste. In cui ricordiamo che l’unico antidoto al fascismo è la difesa della libertà individuale in tutte le sue forme. 

Perché come diceva Ennio Flaiano esistono due tipi di Fascisti: i Fascisti e gli Anti-Fascisti, non permettiamo a nessuno dei due di prendersi ciò che non gli appartiene, la libertà e la liberazione da ogni forma di autoritarismo.

Speriamo che qualcuno si renda conto del vero valore di questo giorno, così che non sembri che le vite dei nostri nonni siano state sacrificate invano.

School Strike 4 Climate

Il 15 marzo è andata in scena la mobilitazione in tutto il mondo di giovani studenti che hanno chiesto a i governi di agire sul fronte del “Climate Change”. “Non c’è più tempo” affermano i manifestanti, “ci state rubando il futuro” è lo slogan più toccante, che rinforza l’ennesimo conflitto generazionale tra le élite che ci governano e coloro che il pianeta dovranno abitarlo per i prossimi anni. La grande mobilitazione nasce dall’iniziativa di una ragazza svedese di 16 anni, Greta Thunberg, che ha iniziato una battaglia di sensibilizzazione sui temi ambientali in grado di penetrare le coscienze di giovani e meno giovani di tutto il mondo.

Il volto della giovane Greta, mossa da sentimenti onorevoli e nobili, è stato però strumentalizzato da chi da sempre ha usato la – sacrosanta – battaglia contro l’inquinamento per motivi ideologici. Forse sarebbe il caso di analizzare in maniera più complessa e profonda il problema: la difesa e la sopravvivenza del nostro pianeta sono temi molto complessi, non esplicabili tramite slogan e manifestazioni.

La terra ha oltre 4 miliardi di anni, e pensare di avere una conoscenza completa delle sue dinamiche, è una delle tante dimostrazioni di egocentrismo e “superomismo” della razza umana, che ormai, tronfia delle sue conquiste in campo scientifico, pensa di poter spiegare tutto lo scibile umano grazie alla propria mente ed ai propri strumenti tecnici.Ma non è mia intenzione discutere riguardo la natura antropogenica del cambiamento climatico, lascio il discorso a chi è più qualificato di me, augurandomi che essi siano mossi dagli stessi nobili sentimenti di Greta, più che da ideologie e convinzioni personali. Voglio focalizzarmi su due temi principali: il presunto egoismo dell’Occidente e le colpe del sistema produttivo capitalista.

Il presunto egoismo dell’Occidente e le colpe del Capitalismo

“La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.”_ Greta Thunberg

Ancora una volta sono i ricchi, i potenti e l’egoismo occidentale a distruggere il pianeta? Davvero stiamo sacrificando la biosfera per garantire a pochi di vivere nel lusso? La retorica pauperista e terzomondista ha sempre una grande presa sulle coscienze del mondo Occidentale.Ma no, cara Greta (o meglio, le organizzazioni che ci stanno dietro) non è così! Tra i principali paesi produttori di CO2 vi sono numerosi paesi in via di sviluppo: Cina, India, Iran, Messico e Brasile tra gli altri. E ancora, basti vedere qualsiasi mappa dell’inquinamento mondiale per rendersi conto che sono proprio i paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo ad inquinare di più. E sono proprio questi Paesi i maggiori nemici dei progressi sul riscaldamento globale. Essi infatti non sono intenzionati a ridurre le proprie emissioni, o ad ammodernare i loro impianti, in quanti ne hanno la necessità per crescere economicamente e continuare a ridurre il numero dei loro poveri.

La sola Cina, negli ultimi 30 anni, ha vissuto un progresso economico vertiginoso, che, vero, l’ha portata ad essere uno dei paesi più inquinanti ed inquinati del mondo, ma ha anche fatto sì che svariate decine di milioni di persone uscissero dalla soglia della povertà assoluta, migliorandone le condizioni di vita. I Paesi che più hanno fatto progressi nella riduzione delle emissioni sono, invece, proprio i Paesi Occidentali ed Europei in particolare.

L’egoismo mal celato dei “Verdi” di professione

Dietro le buone intenzioni nel limitare il cambiamento climatico globale, si cela invece un velato egoismo: chiedere ai Paesi più poveri di ridurre la produzione e le emissioni e quindi di rimanere poveri, o ritardare la loro crescita, affidandosi a fonti di energia che ancora non sono in grado di sostenere elevati standard produttivi.Non è la prima volta che gli occidentali, mossi da buone intenzioni e dal sentimento ecologista, provocano l’effetto opposto sulle popolazioni più arretrate e povere. Come nel caso del DDT, un insetticida capace di debellare la malaria e ridurre in maniera drastica il numero di morti causati dalla zanzara anofele.

Questo fino a che, nel 1962, è iniziata una demonizzazione della sostanza, ritenuta nociva e dannosa per la salute e addirittura cancerogena. Per questo motivo i Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, hanno deciso di metterla al bando. Da quel momento le morti per la malaria sono aumentate – ma ovviamente non in Nord America o Europa – bensì in Africa ed in Asia, nei paesi più poveri dove la malattia ha iniziato a mietere fino a 2 milioni di vittime l’anno. Nel 2006 l’OMS ha dichiarato che il DDT non comporta danni per la salute umana e che dovrebbe essere ripristinato il suo uso nella lotta contro la malaria.

Ma nel frattempo, oltre 40 anni di lotta ambientalista su questo tema hanno causato, qui sì, svariati milioni di morti, per un dubbio, un timore, un sospetto non verificato, che esso potesse causare danni per la salute dell’uomo.Un’altra campagna degna di menzione è quella contro gli OGM, giudicati dannosi e pericolosi da numerosi Paesi occidentali – tra cui l’Italia – che ne vietano o limitano la produzione. Nel frattempo, milioni di persone muoiono o soffrono di malattie legate alla malnutrizione, che i cibi OGM potrebbe evitare o comunque limitare.

Ancora una volta, l’egoismo ambientalista che prospera nei Paesi occidentali, mascherato dalle buone intenzioni e dai timori per la salute umana, miete vittime nei paesi più poveri e meno sviluppati del mondo.

I falsi miti degli ambientalisti

Quasi tutta la campagna di sensibilizzazione sul tema cambiamento climatico pone come obiettivo e “nemico” l’industria, rea di immettere il maggior numero di sostanze inquinanti per soddisfare le smanie di ricchezza dei capitalisti. Ma anche questo è un falso mito.

Numerosi studi dimostrano come gli impianti termici per i riscaldamenti degli edifici producono una quantità di CO2 maggiore di circa 3 volte rispetto gli impianti industriali e 6 volte rispetto la circolazione dei veicoli. Il primo passo, di chi ha a cuore il futuro del nostro Pianeta, dovrebbe essere quello di spingere per l’ammodernamento degli impianti di riscaldamento nelle nostre case – attraverso incentivi, o meglio, detassazioni totali – più che chiedere ai governi di agire con disincentivi fiscali nei confronti di chi produce o usa auto nei centri urbani.

I combustibili fossili restano comunque, allo stato attuale – piaccia o non piaccia – una fonte di energia non rinunciabile. Per quanto sia positivo tentare di sviluppare forme alternative quali l’eolico ed il fotovoltaico, pensare che esse possano, nel breve periodo, soppiantare i combustibili fossili è improbabile, oltre ad avere un costo spropositato. Dal 2007 in poi l’Italia ha iniziato ad investire nelle energie alternative. In circa 10 anni il costo della bolletta è più che raddoppiato. A questi investimenti di denaro pubblico non sono conseguiti risultati degni di nota: le energie alternative non si sono rivelate utili per soppiantare gli impianti tradizionali.

Il fotovoltaico e l’eolico ad oggi sono una fonte utile a risparmiare combustibile convenzionale, ma non ancora in grado di sostituirlo.L’unica fonte che in maniera chiara è in grado di produrre energia sufficiente emettendo meno CO2 degli impianti convenzionali è il Nucleare. Demonizzato ed avversato da tutti i movimenti ambientalisti globali. In Italia neanche a parlarne!

Conclusioni

L’argomento inquinamento e cambiamento climatico è estremamente complesso, e nessuno può avere certezze a riguardo. È bene avere a cuore il futuro del nostro pianeta, ma bisogna farlo superando gli steccati ideologici e i facili slogan approfondendo la questione.

La soluzione non è fermare il progresso e stravolgere il capitalismo. Sono proprio i paesi più ricchi e sviluppati che si stanno muovendo per trovare una soluzione. Sono le imprese più grandi e moderne quelle che producono meno emissioni e che promuovono campagne di sensibilizzazione sul tema. Progresso e sviluppo non sono nemici dell’ambiente, ma i suoi più preziosi alleati.

Basta con la “Guerra alla Droga”

Il Governo ha annunciato un nuovo giro di vite nella “guerra alla droga” ma, ancora una volta, si fa confusione tra spaccio e consumo di sostanze stupefacenti, presentando un disegno di legge volto a modificare la normativa vigente in tema di “modica quantità”.

L’attuale legislazione riguardo alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti nel nostro Paese è già abbastanza aggressiva e punitiva, soprattutto per quanto concerne le droghe c.d. ‘leggere’. Se siete in possesso di più di 5 g di Hashish o Marijuana lo stato vi considera a tutti gli effetti spacciatori, ma potrebbe bastare una quantità minore per essere accusati di traffico di stupefacenti, qualora, ad esempio, essa fosse in piccole dosi, o foste in possesso di bilancini di precisione. Le pene previste per questo reato comportano da 2 a 6 anni di reclusione e una multa.

Grazie a questa normativa, la popolazione carceraria italiana è composta per circa il 35% da detenuti per reati connessi e/o collegati alla droga. La Grande maggioranza è composta, però, da piccoli consumatori abituali e non dai Signori del narcotraffico che siamo abituati a vedere nelle serie TV dedicate.

Il co. 5 dell’art. 73 del ‘Testo Unico sugli Stupefacenti’, prevede pene minori per i casi di “lieve entità”, caratterizzati dal possesso di una modica quantità di sostanza, infliggendo la reclusione da 6 mesi a 4 anni e una multa. Il DDL propone, invece, l’abolizione della categorizzazione della “lieve entità” e l’aumento delle pene per questi casi – ricalcando una scelta che contraddistingueva la legge ‘Fini-Giovanardi’.

Nel 2006 il concetto di “modica quantità” era infatti stato abolito dalla legge ‘Fini-Giovanardi’ e reintrodotto nel 2013 dopo la ‘Sentenza Torreggiani’, con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia per il sovraffollamento delle carceri, causato, principalmente, da una legislazione estremamente stringente sul tema. 

Il concetto di “modica quantità” è legato al consumo personale e non ha nulla a che vedere con i “venditori della morte”, bensì punirà i consumatori, producendo una ennesima ondata di arresti che non porterà ad alcun risultato che non sia il sovraffollamento delle carceri, distogliendo l’attenzione dal vero problema: la lotta ai padrini del narcotraffico che, con la droga, ha fatto le proprie fortune nonostante leggi severe in materia di stupefacenti.

Ancora una volta l’Italia ha imboccato la strada sbagliata, scegliendo di perseverare nella “guerra alla droga” che non ha condotto ad alcun beneficio, invece di provare a seguire la via della depenalizzazione e della liberalizzazione delle sostanze stupefacenti, accompagnata da campagne di informazione, prevenzione e da programmi di assistenza nei confronti di chi soffre di dipendenza. 

Legge di Bilancio 2019: Una Prospettiva Critica

La Legge di Bilancio 2019, contenente i principali provvedimenti di natura economica predisposti dal Governo, approvata dal Parlamento il 30 Dicembre 2018 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il giorno seguente, si propone come una manovra di politica fiscale espansiva, con l’obiettivo di stimolare la domanda aggregata, in particolare tramite la componente dei consumi, e generando così un aumento del Pil.

Con queste premesse, ha sicuramente nei provvedimenti di “Quota 100” e “Reddito di Cittadinanza” i due capisaldi, che prevedono aumenti di spesa per circa 11 miliardi.

Altre novità importanti riguardano l’introduzione di una “Flat Tax” al 15% per i lavoratori autonomi con reddito fino a 65.000 €; l’introduzione di una “Web Tax” al 3% sui ricavi da servizi digitali e la disattivazione delle clausole di salvaguardia dell’Iva per il 2019, che evitano l’aumento della tassazione indiretta su beni e servizi.

Il quadro Macroeconomico

Per quanto riguarda il quadro Macroeconomico, il Governo ha previsto un rapporto Deficit/Pil pari al 2%, una crescita del Pil nel 2019 all’1% ed un Deficit strutturale in leggero aumento pari a 1,3%, sfruttando una flessibilità dello 0,2 concessa dalla Commissione Europea in fase di trattativa.

Le previsioni di crescita del governo apparivano molto ottimistiche già nel mese di dicembre, quando la legge è stata discussa e approvata. Altri organi, come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio e la Banca d’Italia, prevedevano una crescita minore per il nostro Paese. In seguito alla pubblicazione da parte dell’Istat dei dati riguardanti la variazione del Pil negli ultimi due trimestri del 2018, pari rispettivamente a -0,1% e -0,2%: una previsione di crescita pari all’1% sembra ancora più irrealistica. Se la variazione del Pil dovesse essere più vicina allo 0% che all’1%, il deficit aumenterebbe di 0,4 o 0,5 punti percentuali rispetto a quello previsto e potrebbe divenire concreta la necessità di una manovra correttiva o comunque di consolidamento dei conti durante l’anno corrente.

Quota 100

Ci sembra utile soffermarsi sui due provvedimenti principali (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza) in quanto rappresentano le poste di spesa maggiori e sono, sicuramente, le due misure più discusse. Nella Legge di Bilancio sono indicate le spese relative ai due provvedimenti, ma non le modalità di attuazione che sono state specificate nel DL 4/2019.

La revisione della “Legge Fornero” (prevista con Quota 100) è stata introdotta in via sperimentale per soli tre anni e dovrebbe interessare una platea pari a circa 900 mila persone, con un costo di 4 miliardi. Il provvedimento concede la possibilità di ottenere la pensione per chi ha raggiunto 38 anni di contributi e, minimo, 62 anni di età. Conseguenza diretta di tale misura è l’aumento della spesa pensionistica per gli anni futuri.

Se l’obiettivo della politica fiscale del Governo è quello di aumentare la crescita stimolando la domanda aggregata questa misura difficilmente avrà gli effetti sperati, in quanto essa rappresenta un trasferimento di risorse da una parte della popolazione (giovani lavoratori) ad un’altra (anziani pensionati). L’aumento della spesa pensionistica è catalogabile come un aumento di spesa corrente, la quale ha effetti espansionistici pari a zero o estremamente contenuti.

La spesa pensionistica in Italia è già una delle voci più importanti del bilancio statale, pari al 15% del Pil ed è una delle più alte tra i paesi OCSE. A pagare il costo di questa misura saranno le generazioni più giovani. A questa obiezione il Governo ha risposto sostenendo che la riduzione dell’età pensionistica produrrà una diminuzione del tasso di disoccupazione giovanile, in quanto per ogni nuovo pensionato verrà assunto almeno un giovane (2 o 3 nelle versioni più ottimistiche). Tale convinzione proviene dall’idea che il numero di posti di lavoro sia fisso, e che vi sia una sostituibilità naturale tra gli over 60 ed i lavoratori più giovani. Questa assunzione non sembra essere supportata dai fatti. Non vi sono studi o analisi che dimostrano l’esistenza di una relazione fissa tra disoccupazione giovanile e disoccupazione tra gli over 60. Inoltre, in presenza di un rallentamento dell’economia, come quello che sta sperimentando il nostro Paese attualmente, è improbabile che ad ogni pensionato corrisponda una nuova assunzione, ma è razionale assumere che le aziende possano sfruttare quota 100 per ridurre il personale e difendersi così dal peggioramento della congiuntura.

Reddito di Cittadinanza

Il Reddito di Cittadinanza è un provvedimento di sostegno al reddito, indirizzato verso le persone meno abbienti, ritenuti al di sotto della soglia di povertà, pari a 780€, di cui 280€ utilizzabili per le spese di affitto.

Esso è condizionato all’iscrizione, da parte del ricevente, ad un centro per l’impiego, e la ricerca attiva di un posto di lavoro. Si perde il diritto a ricevere il sussidio in caso di rifiuto di 3 offerte di lavoro congrue nell’arco di 18 mesi. Il costo totale della misura è pari a 7 miliardi, di cui un miliardo necessario per nuove assunzioni nei centri per l’impiego e dovrebbe essere rivolta a poco meno di 2 milioni di persone.

Essa sostituisce la forma precedente di sostegno al reddito, il Reddito di Inclusione, introdotto dal precedente governo, ampliando la platea avente diritto.

Anche questa misura non è esente da critiche, introducendo alcune distorsioni nel sistema dovute a due fattori principali.

Innanzitutto, la soglia di povertà assoluta è differente a livello geografico nel nostro Paese, essendo il costo della vita superiore al Nord rispetto che al Sud. Il provvedimento non sembra tenere conto di questa caratteristica. Il sussidio risulterà essere quindi molto più generoso in alcune zone e meno in altre.

Secondariamente, la scala di equivalenza usata per stabilire i criteri di chi ha diritto al reddito penalizza i nuclei familiari più ampi. Anche l’introduzione di una somma fissa per l’affitto (280€) contribuisce ad esacerbare questa differenza di trattamento.

In seguito a queste distorsioni, possiamo affermare che il massimo beneficio affluisce ai single residenti al Sud che potranno percepire un reddito nettamente superiore alla soglia di povertà definita dall’Istat per quei territori e, al contrario, una famiglia composta, per esempio, da due adulti e due bambini al Nord rimarrà sotto la soglia di povertà.

Altre criticità riguardanti il Reddito di Cittadinanza sono riscontrabili nelle tempistiche annunciate dal Governo per l’erogazione del sussidio, troppo poco tempo per assumere personale qualificato nei centri per l’impiego e per la definizione dei beneficiari. Infine, è sicuramente preferibile evitare commistioni tra politiche sociali di sostegno al reddito e politiche del lavoro e di contrasto alla disoccupazione, come già efficacemente fatto da numerosi paesi occidentali.

Anche questa misura è costruita per ottenere un aumento della domanda aggregata e dei consumi, tramite trasferimenti statali nei confronti dei meno abbienti. Per quanto sia lodevole il tentativo di aiutare le persone più in difficoltà, oltre ad introdurre le distorsioni precedentemente elencate, il Reddito di Cittadinanza difficilmente stimolerà l’economia verso una crescita sostenuta del Pil. Il moltiplicatore associato a questo tipo di spesa corrente, infatti, è estremamente contenuto.

Conclusioni

In conclusione, la manovra finanziaria potrebbe fallire nell’obiettivo di stimolo alla crescita, provocando degli scompensi nei conti pubblici. Sarebbe stata sicuramente preferibile una legge di segno opposto, volta a diminuire le spese dello Stato ed il debito pubblico, verso un consolidamento dei conti pubblici, puntando a riformare quei settori dell’economia in maggior difficoltà, come il mercato del lavoro.

La Rabbia dei Pastori Sardi

In questi giorni la notizia principale che affolla i notiziari ed i giornali riguarda la protesta dei pastori sardi. Fiumi di latte riversati sulle strade, sversati giù dai cavalcavia delle autostrade e minacce di bloccare i mezzi che trasportano il latte, sono le principali armi della contestazione del Movimento dei Pastori che cavalca la protesta. Sono atti estremi, perché nessuno vuol vedere il frutto del proprio lavoro gettato così: in quei gesti non si può non vedere una richiesta d’aiuto da parte di chi non ha riconosciuta la propria fatica. Ma a cosa è dovuta questa improvvisa rabbia?

Le cause della crisi

La motivazione principale riguarda il prezzo ritenuto troppo basso a cui viene acquistato il latte dai consorzi e dalle aziende che poi lo trasformano nel prodotto finito. Va da sé che il latte venduto a 60 centesimi di Euro vuol dire che migliaia di imprese pastorali saranno destinate alla chiusura.Oltre l’80% (circa 12mila) delle imprese pastorali sarde produce latte che viene poi trasformato in Pecorino Romano, il quale rappresenta una grossa fetta dei pecorini prodotti in Italia (81,54%) ed UE (52%). A causa di un’eccedenza nella produzione del Romano da parte dei consorzi, il prezzo dello stesso è crollato e, consequenzialmente, anche il prezzo della materia prima. I pastori piuttosto che vendere ad un prezzo così basso, inferiore al costo di produzione, preferiscono dunque buttarlo, darlo in pasto ai maiali o regalarlo alla popolazione in segno di protesta. Il problema risiede quindi nella monocultura di un’unica tipologia di formaggio: il Pecorino Romano, e alla grande volatilità del prezzo del latte sui mercati internazionali.Volendo soffermarsi su un’analisi superficiale questa sembrerebbe essere la solita storia di Davide contro Golia, il piccolo contro il grande, lo sfruttato contro lo sfruttatore. Forse è meglio andare più a fondo per capire, alla radice, dove stia il problema.

“Piccolo non è bello!”

Tale situazione è, infatti, solo la punta dell’iceberg di quel “peccato originale” che affligge la struttura economica della filiera agroalimentare italiana (e più in generale del settore manifatturiero ed industriale): ossia l’eccessiva frammentazione del tessuto produttivo e la filosofia del “piccolo è bello”.Rispetto agli altri paesi UE produttori di latte e formaggio, l’impresa Italiana è caratterizzata da pascoli di dimensioni minori (minor numero di capi per azienda) e resa, per animale, inferiore. Nonostante ciò, il prezzo è spesso maggiore rispetto a quello dei principali competitor. Tanto più se si aggiunge che la produzione del Pecorino Romano si trova in eccedenza. In una situazione del genere, si è obbligati ovviamente ad esportare. Nel mercato internazionale la domanda di latte ovino crescerebbe anche dell’8% annuo: altri ne traggono i vantaggi, ma non noi.

Soluzioni per risollevarsi

Quali sono allora le ricette per uscire da uno stato così disastroso ad aiutare le piccole-medie imprese sarde a risollevarsi? Sono quelle che non sono state mai applicate.Un consiglio che possiamo dare e che deve essere attuato da subito. Uno sviluppo del settore (e questo riguarda tutta l’Italia) non può fare a meno di razionalizzare la produzione. Ciò è possibile solo cercando di consorziare le aziende al massimo (magari anche in un consorzio unico), aumentando il numero di capi per azienda e potendo così sfruttare le economie di scala e produrre quantità maggiori ad un costo minore. Non è infatti più possibile che ogni comparto della filiera proceda in modo disgiunto l’uno dall’altro. Occorre anche differenziare (verticalmente ed orizzontalmente) in modo da non rimanere legati troppo ad un solo tipo di prodotto ed al suo andamento sul mercato. Il latte sardo negli anni è cresciuto in qualità, tanto da essere uno dei migliori al mondo: è principalmente da pascolo, ma questa caratteristica sicuramente positiva non rientra però negli standard industriali, che sono di natura più tecnica. Negli anni i pastori sardi sono diventati imprenditori, è stato chiesto loro di migliorare le greggi, con il risultato di avere macchine da latte e nel contempo, però, alti costi di gestione. L’introduzione di nuove razze iperproduttive, legate alla meccanizzazione, hanno generato una capacità produttiva elevata e dunque un’offerta di prodotto che supera quello che la domanda del mercato può assorbire. Per questo, bisognerebbe puntare più sulla qualità che sulla quantità, creando un prodotto di qualità, sfruttando la riconosciuta eccellenza dei formaggi Italiani nei mercati mondiali.L’altro aspetto, quello più urgente, è che va totalmente rivista la struttura commerciale, che non può essere lasciata ad una moltitudine di soggetti, imprenditori e cooperative che si fanno la lotta tra di loro abbassando i prezzi. Inoltre, si rende fondamentale, proprio perché c’è bisogno di esportare, la valorizzazione delle eccellenze (le d.o.p.) che ad oggi non vengono valorizzate. Anche la creazione di un marchio unico rappresentativo della Sardegna o del Pecorino Romano apporterebbe un enorme beneficio, dato che (e qui passiamo al settore secondario) molti trasformatori preferiscono i marchi aziendali, con una proliferazione di etichette che non aiuta la commercializzazione. Infine, cercare nuovi sbocchi. La domanda di latte è in aumento, ma il Pecorino Romano, che principalmente esposta negli States, sta subendo una contrazione costante: si rende quindi necessario trovare nuovi sbocchi, e ciò non è possibile se non con un consorzio forte che abbia una strategia a beneficio di tutti.

Le soluzioni non sono estranee al nostro tessuto imprenditoriale: le eccellenze italiane

Sono sicuramente soluzioni difficili ed impegnative, che richiedono un certo tempo per entrare a regime, ma sono le uniche che possono davvero funzionare e riportare le nostre aziende (sia dell’allevamento che e della trasformazione finale) allo splendore che meritano. E, si noti bene, non sono ricette estranee al nostro tessuto produttivo o alla nostra cultura imprenditoriale: si pensi, tra i tanti, alla Conserve Italia, proprietaria dei marchi Valfrutta e Cirio, o agli esempi virtuosi del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, dove gli allevatori vengono ripagati in modo positivo. Certo, questi grandi formaggi italiani ci hanno messo anni per arrivare ad una gestione dell’offerta competitiva ed efficiente a tutti i livelli della catena, ma lo sforzo è valso il sacrificio.

Una cultura politica inadeguata

Tuttavia il nostro Paese sconta (questo sì un “peccato originale” gravissimo) la “vecchia” (che poi mai vecchia è diventata) politica del chiedere l’aiuto dello Stato. E’ un malcostume che per molto tempo è stato diffusissimo nel nostro Paese (anche agli alti livelli delle nostre accademie) e che tanti e gravi danni ha prodotto alla nostra economia: il principale è stato quello di inibire la capacità di pensare a soluzioni che non siano quella dell’intervento pubblico: infatti, i rappresentanti degli stessi allevatori hanno subito richiesto la fissazione di un “prezzo minimo”, che sia superiore al costo di produzione. Tale richiesta non ha potuto non generare antipatie all’interno del mondo dei liberali italiani. Tuttavia non possiamo dimenticare che queste persone scese per le strade a manifestare il proprio scontento sono vittime del sistema a cui cerchiamo (nel nostro piccolo) di dare un’alternativa, e non parte di esso. Bisogna pertanto spiegare che chi vi promette prezzi minimi e soluzioni affini non è vostro amico! La fissazione di un prezzo minimo non farà altro che indurre le aziende a comprare il latte da un’altra parte, peggiorando ancora di più la già disastrosa situazione; e non si capisce come la paventata imposizione di un dazio al latte importato possa impedire alle aziende di rifornirsi dai produttori romeni (dato che la Romania sta in UE e non si possono fissare dazi interni) additati unanimemente dalla politica e dalle sigle sindacali degli allevatori come i principali responsabili della catastrofe. Tant’è vero che le accuse di concorrenza sleale, se fossero vere, sarebbero da denunciare subito (vi sono efficaci strumenti a livello nazionale e comunitari per farlo): cosa che nessuno ha mai fatto finora, nemmeno le corporazioni che pretendono oggi di difendere gli allevatori.Gli incentivi agli allevamenti sardi non sono altro che dei palliativi: occorrono invece strumenti nuovi e personale tecnico preparato ad affrontare i mercati internazionali. La soluzione non passa dalla politica e dall’aiuto di Stato, che è invece alla base di gran parte dei problemi del settore agroalimentare Italiano. L’assurda ed insensata politica di sussidi perpetrata prima dai governi nazionali e successivamente dall’Unione Europea con la PAC, sotto forma di quote, dazi all’importazione, prezzi minimi, questa politica, è proprio una delle principali cause delle difficoltà incontrate nei mercati dagli allevatori italiani. Le politiche assistenziali verso il settore agroalimentare hanno disincentivato la riduzione dei costi di produzione e di mantenimento dei pascoli, l’innovazione e la creazione di consorzi e cooperative di dimensioni maggiori in grado di produrre quantità tali da permettere ai singoli allevatori di sopravvivere in un mercato ormai globalizzato.

Conclusioni

Continuare a “proteggere” gli allevatori tramite sussidi non è la soluzione ma solo un modo per posticipare il problema, “kicking the can”, fingendo di familiarizzare con coloro che sono in difficoltà solo per accaparrarsi voti in vista delle prossime elezioni. Il problema si ripresenterà, e ad ogni ciclo sarà sempre peggio!I produttori dovrebbero chiedere meno regolamentazioni, la cancellazione di ogni tipo di quote e prezzi minimi e puntare ad un miglioramento della produttività tramite grandi consorzi e cooperazione sul territorio, come fanno efficacemente in Spagna e Francia (e anche in Italia non mancano gli esempi virtuosi in questo senso).Solo in questo modo è possibile porre un argine e resistere alla concorrenza di quello che sta venendo additato come il “vero nemico”, il latte proveniente dai paesi dell’Est, – sicuramente di qualità inferiore e meno sicuro per la salute, ma a minor costo per le aziende. Una produzione razionalizzata e di qualità (secondo le linee che abbiamo esposto sopra), un marchio forte e competitivo, aggiunto ad uno Stato (ma anche un’Unione) meno invasivo (soprattutto sul versante tasse) non avrebbe da temere alcuna minaccia.