E se il lockdown fosse stato inutile? Curva epidemica simile a prescindere dagli interventi dei governi

articolo di Giacomo Messina, National Coordinator di Students for Liberty Italia, per AtlanticoQuotidiano.it

Finalmente, dopo oltre due mesi di lockdown l’Italia inizia a vedere una timida luce in fondo al tunnel. Questa settimana sono iniziate le prime aperture, e la speranza è che queste possano aumentare nelle settimane successive, continuando così con un progressivo allentamento delle misure restrittive. Da ormai alcune settimane il numero di decessi giornalieri ha iniziato a diminuire, così come quello dei contagi. Il governo ha tenuto a farci sapere che questo miglioramento è interamente ascrivibile al grande successo del lockdown e alle decisioni forti, prese a inizio marzo dal presidente del Consiglio e dal ministro della sanità, che hanno costretto gli italiani agli arresti domiciliari per oltre due mesi. Senza questa decisione, il virus si sarebbe diffuso con una velocità tale da sovraccaricare gli ospedali e renderli incapaci di salvare le vite, costringendoli a scegliere chi curare e chi no. Questo scenario è stato rimarcato nuovamente dal report del Comitato Tecnico Scientifico della scorsa settimana, che suggerisce che in caso di riapertura totale, si raggiungerebbe già nella prima metà di giugno un picco di ricoveri in terapia intensiva pari a 150.000, di gran lunga superiore alla capacità massima del sistema.

modelli epidemiologici SIR (Susceptible, Infected, Recovered) descrivono, a grandi linee, nel seguente modo l’andamento di un’epidemia. L’epidemia inizia con la prima infezione, e dopo una prima fase in cui si evolve lentamente inizia a crescere in maniera esponenziale. Nell’ormai noto grafico che vediamo spesso in tv, questa crescita rappresenta la parte inclinata della curva a campana. A questo punto si raggiunge il picco, e l’epidemia rallenta fino a svanire con la stessa velocità con cui si è propagata. In questo modello, gioca un ruolo cruciale l’ormai tristemente noto numero di riproduzione di base o R0, che indica quante persone, in media, ogni infetto può contagiare. Più è alto questo numero, più l’epidemia si sviluppa rapidamente e diventa difficile per il sistema sanitario poter prendersi cura di tutti coloro che ne hanno bisogno. Il lockdown, riducendo i contatti e le interazioni tra gli individui, contribuisce a diminuire R0. A questo punto, l’epidemia non segue più un andamento esponenziale e rallenta. Questa è stata la ragione principale che ha spinto molti governi mondiali ad attuare politiche restrittive delle libertà di circolazione degli individui introducendo lockdown più meno estesi.

Alcuni scienziati hanno però sottolineato come l’andamento dell’epidemia di SARS-Cov-2 non abbia seguito l’andamento previsto. Uno dei maggiori scettici delle capacità predittive di tali modelli è Michael Levitt, biofisico, professore di biologia strutturale all’Università di Stanford e premio Nobel per la chimica nel 2003. In questa intervista sottolinea come in ogni Paese in cui vi sia verificato un focolaio, l’andamento del contagio è stato simile, a prescindere dall’intervento dei governi. Il dottor Levitt ha notato come dopo circa due settimane di aumento esponenziale nelle infezioni, la crescita della curva si interrompe e la stessa inizia a rallentare. L’obiezione che sorge spontanea a questo punto del ragionamento è che la crescita esponenziale rallenti proprio grazie al lockdown, e che in assenza di questo continuerebbe nel suo andamento, in maniera indisturbata. Ciò può essere sicuramente vero, ma cerchiamo di ragionare. Affinché ciò sia vero, dovremmo assumere che tutti i lockdown siano uguali, cioè che in tutti i Paesi in cui si è verificato un andamento similare, siano state intraprese esattamente le stesse regole di distanziamento sociale, ed eseguite in maniera esattamente uguale dai cittadini, senza importanti differenze. È davvero realistico assumere ciò?

Nel grafico qui sopra sono presentati i dati sulla mobilità forniti da Apple e confrontano Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Italia. La differenza tra questi quattro Paesi, in termini di mobilità, è evidente. Altri stati ancora hanno invece deciso di attuare regole di distanziamento sociale molto più blande limitandosi a raccomandazioni generali, e vietando gli assembramenti numerosi. È il caso della Svezia, ad esempio, ma anche del Brasile e di alcuni Stati negli Stati Uniti d’America. Nonostante ciò in tutti questi Paesi, l’andamento della curva epidemiologica sembra essere, per il momento, lo stesso. Un incremento iniziale molto ripido, ed un picco che si trasforma molto presto in un plateau. L’evidenza grafica è abbastanza eloquente. Insomma, diversi gradi di distanziamento sociale, hanno prodotto risultati molto simili in termini di andamento dell’epidemia. Risultato davvero curioso. Potrebbe a questo punto esserci qualcos’altro in grado di condizionare l’andamento della curva, in maniera più importante o comunque altrettanto decisiva. Nel report del Comitato Tecnico Scientifico è possibile osservare un grafico, riportato in figura 2, che rappresenta l’andamento di R0 nel tempo.

Osservando questo secondo grafico, la prima cosa che salta all’occhio è l’evidente riduzione del numero di riproduzione avvenuta ben prima che venisse introdotto il lockdown nazionale. Cosa è accaduto in quelle settimane? Si sono verificati i primi casi, l’ormai famoso paziente 1 viene ricoverato all’ospedale di Codogno, e si effettuano le prime zone rosse degli 11 paesi della provincia di Lodi e del paese veneto di Vo’ Euganeo. La speculazione è la seguente. Gli italiani, resisi conto della presenza di un nuovo pericolo si sono adattati di conseguenza, iniziando a praticare un volontario distanziamento sociale. Riducendo le uscite, i contatti, i viaggi sui mezzi pubblici e le serate al ristorante o al bar. Hanno iniziato a prendere precauzioni, evitando luoghi affollati ed assembramenti, rispettando le norme di igiene in maniera ferrea o iniziando ad utilizzare mascherine e dispositivi protettivi. Se questa, che per ora rimane una speculazione, venisse confermata, potremmo asserire, che ancora una volta la reazione degli individui è molto più rapida ed efficace di quella dei governi.

Questa è la posizione di Johan Giesecke, uno dei più importanti epidemiologi al mondo, consulente del governo svedese e promotore di un approccio che potremmo definire, semplicisticamente, di “immunità di gregge”. “Le persone non sono stupide”, continua a ripetere in maniera ossessiva il professor Giesecke ogni volta che viene intervistato da una tv internazionale. Per lui è sufficiente dare informazioni ed indicazioni precise ai cittadini e fare affidamento al loro buonsenso. Giocano poi un ruolo cruciale alcune norme igieniche di base e forme di distanziamento sociale non eccessivamente invasive, come l’indicazione di mantenere una certa distanza o la cancellazione di grandi eventi. Tutte le altre misure, secondo il professore Giesecke, sembrano essere eccessive e ingiustificate. Chiaramente, è ancora troppo presto per poter dire chi ha ragione. Ma la realtà è certamente più complessa di come vogliono farci credere, giornali e televisioni italiane, intente a lodare l’operato salvifico del governo italiano. Anche solo fingendo di dimenticare per un attimo gli effetti nefasti dal punto di vista economico, sociale e psicologico del lockdown italiano, questa scelta potrebbe non essere stata la più efficiente anche per contenere l’epidemia. Sono ormai svariati, infatti, gli esperti che indicano come forme di lockdown più “smart” e finalizzate a proteggere i più vulnerabili siano non solo più sostenibili ma anche più efficaci.

Contro il Conte-Mao: la tanto agognata “Fase 2” non esiste e noi #VogliamoRipartire

Conte non è proprietario delle nostre vite e delle nostre libertà. Nel rispetto di precauzioni e distanze, Torniamo Liberi. Vogliamo uscire, lavorare, vivere, con libertà e responsabilità. 

Ora basta! Dopo l’ennesimo inconcludente show andato in onda durante la conferenza stampa del Presidente del Consiglio in cui si doveva annunciare la tanto agognata “Fase 2non è più possibile restare in silenzio. L’intera popolazione italiana è prigioniera di un governo incapace e pericoloso che sta trascinando il paese verso la rovina.

La tanto agognata “Fase 2” non esiste. Dopo oltre sette settimane di lockdown, è chiaro che non è stato fatto nulla per prepararsi alla convivenza con il virus. I dispositivi di protezioni individuale non sono sufficienti, mancano tamponi e reagenti per effettuare test di massa, unica vera arma contro il virus. Non sono state approntate sufficienti strutture per una vera ed efficace quarantena, in grado di accogliere gli infetti e in tal modo separarli dai sani. Tutti i sacrifici compiuti dagli italiani sono stati, sostanzialmente, inutili.

Il governo non ha fatto ciò che doveva e continua a scaricare colpe e responsabilità sui cittadini, che ormai sono sempre più sudditi. Le nostre libertà continuano ad essere soppresse attraverso i Dpcm, il Parlamento è “tenuto al corrente” ma non decide. Le opposizioni non vengono coinvolte. Il Presidente del Consiglio usa le comunicazioni istituzionali per fare vuota retorica e propaganda personale, come nel peggiore dei regimi.

Come se non bastasse la totale e discrezionale limitazione delle libertà individuali, il governo sta distruggendo l’economia del paese. Interi settori vengono condannati alla rovina e al fallimento tramite decreto. Perché non dare la possibilità a commercianti, negozianti e imprenditori di aprire i propri esercizi se in grado di rispettare le regole del distanziamento sociale? Non esiste una dicotomia tra salute e ricchezza. Solo i paesi ricchi possono permettersi sistemi sanitari solidi e funzionanti. Più un paese è ricco ed evoluto più può investire in sanità. Quando ce ne accorgeremo? Solo quando sarà necessario togliere fondi alla sanità per darli alle persone che hanno bisogno di mangiare dopo aver perso il lavoro a causa del lockdown?

È evidente che ormai il lockdown non è più sostenibile e necessario, sempre che lo sia mai stato. È chiaro che le scelte del governo non sono basate su solide considerazioni scientifiche e di buon senso. Discrezionalità ed arbitrarietà, non trasparenza e non proporzionalità caratterizzano le decisioni prese fino ad ora. Il governo continua a seguire la strada della repressione invece che quella della collaborazione.

Buon senso, responsabilità individuale e razionalità distinguono il cittadino dal suddito. A questo punto disobbedire a leggi ingiuste, sbagliate e dannose diventa un dovere morale, un dovere per preservare lo stato di diritto, la democrazia e il benessere.

“Dovete stare a casa” “C’è ancora troppa gente che esce”: gli slogan #restoacasisti smentiti da Google

Google, tramite i Community Mobility Reports, ha tracciato nel tempo le tendenze dei movimenti per area geografica. Ne è emerso che gli italiani hanno fatto meglio (in termini di compliance con il lockdown) anche di britannici, francese, austriaci, americani e tanti altri.

“Dovete stare a casa” “C’è ancora troppa gente che esce”. Queste, e tante altre, sono le frasi che continuiamo a sentirci ripetere da oltre un mese. La politica, il governo, le regioni, i media e benpensanti vari hanno già trovato il “colpevole”, il “capro espiatorio” a cui addossare la colpa delle migliaia di contagi e decessi causati dal Coronavirus: i cittadini che non rispettano le regole.

Quindi, se dopo oltre un mese di lockdown i contagi continuano ad essere nell’ordine delle migliaia al giorno ed i decessi giornalieri non diminuiscono come dovrebbero, la “colpa” è degli Italiani che non rispettano le regole. Non certo di chi doveva proteggere gli anziani e non è stato in grado di farlo, permettendo il dilagare del virus nelle RSA. Non di chi doveva proteggere medici, infermieri e personale sanitario, fornendo loro materiale protettivo e non è stato in grado di farlo. Non di chi aveva come unico compito quello di agevolare la produzione di mascherine e di kit per i test. La “colpa” è di chi continua ad uscire, infischiandosene delle regole, mettendo a rischio la propria vita e quella degli altri. La colpa è dell’italiano, anarchico ed incapace di rispettare le regole per natura.

Ma è davvero così? Davvero gli italiani continuano ad uscire in massa, affollare parchi, strade, spiagge e autostrade in direzione del mare?

Google, tramite i Community Mobility Reports, ha tracciato nel tempo le tendenze dei movimenti per area geografica, attraverso diverse categorie, come negozi e attività ricreative, negozi di generi alimentari e farmacie, parchi e luoghi pubblici, uffici e tanto altro. Google fornisce questi dati per ogni paese. Per capire se gli italiani sono davvero così indisciplinati e continuano imperterriti a violare gli arresti domiciliari a cui sono sottoposti da oltre un mese, basta controllare il report a questo link.

Basta confrontare questi dati con quelli della Germania per vedere che la realtà è un’altra. Gli italiani sono quelli che meno di tutti si stanno muovendo. Gli spostamenti verso i negozi sono diminuiti del 86%, contro il 56% della Germania. Quelli verso i supermercati segnano -42%, mentre in Germania non vi sono differenze rispetto alla situazione pre-lockdown. E così per tutto il resto: -83% per i parchi, con la Germania che addirittura vede un incremento del 35%; -78% per le stazioni di transito (del trasporto pubblico) contro il -48% tedesco. E ancora, gli spostamenti verso i luoghi di lavoro sono diminuiti del 62% in Italia e solo del 29% in Germania.

Dati Google
Dati Google

Gli italiani hanno fatto meglio (in termini di compliance con il lockdown) anche di britannici, francese, austriaci, americani e tanti altri. Solo i numeri spagnoli sono simili, ma pur sempre inferiori, a quelli italiani.

Insomma, gli italiani hanno dimostrato ancora una volta, di essere seri, rispettosi e ligi al dovere. Hanno fatto la loro parte, rispettando le regole, e continueranno a farlo. E non saranno più disposti ad accettare patetiche scuse e vili accuse nei loro confronti, da chi non è stato in grado di fare ciò che gli spettava.

Coronavirus, “caccia al disinfettante”. Prezzi alle stelle per mascherine e prodotti igienizzanti.

In seguito all’ansia generalizzata derivante dai primi casi di CoronaVirus COVID19 nel nostro Paese, gli Italiani hanno preso d’assalto i supermercati e cercato di acquistare quanti più beni di prima necessità possibili, per anticipare una possibile quarantena.

Inoltre, gli acquisti di prodotti igienizzanti come i gel per le mani o le mascherine per evitare il contagi sono aumentati, provocando un conseguente aumento dei prezzi. Tale incremento ha portato numerose persone a lamentarsi di un presunto sciacallaggio da parte dei produttori e distributori di questi beni, che dovrebbero evitare di lucrare in queste situazioni complicate.

Ma è davvero così? L’aumento del prezzo dei gel igienizzanti e delle mascherine è derivante da un comportamento disdicevole dei produttori oppure è semplicemente un naturale effetto del mercato che tenta di allocare più efficacemente le risorse scarse?

L’aumento della domanda di un bene spinge il prezzo del bene stesso ad aumentare. L’extra profitto derivante aumento del prezzo segnala alle aziende produttrici che è arrivato il momento di produrre una quantità maggiore del bene e gli fornisce le risorse e gli incentivi per farlo. Nel breve periodo l’aumento del prezzo ridurrà le vendite, in modo da evitare la totale scomparsa del bene dal mercato. L’allocazione è efficiente in quanto il bene verrà acquistato solo da chi davvero lo desidera, ma ovviamente non equa, in quanto consumatori con maggiore disponibilità di denaro potranno acquistarlo più facilmente. Ma le aziende nel frattempo, grazie al segnale mandatogli dal prezzo, avranno aumentato la produzione, e presto saranno in grado di offrire la giusta quantità di bene, portando il prezzo a diminuire nuovamente.

Se questo vi sembra comunque non equo e corretto, pensiamo alle alternative.

Lo Stato potrebbe imporre un “calmiere”, quindi scegliendo un ‘tetto massimo’ per il prezzo del bene, o un ‘razionamento’, scegliendo quindi la quantità massima acquistabile da ogni consumatore. In entrambi i casi, le aziende non riceveranno nessun segnale dal mercato che li spinga ad aumentare la produzione o extra-profitti che l’incentivino a farlo. Così facendo, l’allocazione del bene non sarebbe né equa né efficiente, in quanto vigerebbe la regola del “chi prima arriva meglio alloggia”. Cioè, i primi ad acquistare il bene ne avrebbero a sufficienza, mentre quelli che si sono “mossi in ritardo” rimarrebbero a mani vuote. Anzi, ad un certo punto, il bene potrebbe scomparire del tutto dal mercato.

Per chi non credesse a ciò che abbiamo scritto su, dovrebbe sovvenire facilmente alla memoria l’immediata analogia con il Capitolo XII de “I Promessi Sposi”, quello in cui Alessandro Manzoni ci narra delle conseguenze dell’introduzione di un calmiere del prezzo del pane in seguito a una scarsità di offerta derivante da un raccolto insufficiente. Il Manzoni, già nel XIX secolo aveva capito le conseguenze nefaste della manomissione del sistema dei prezzi nel circuito del mercato.

Purtroppo molti oggi stentano a capire (o fanno finta di non capire) questi semplici meccanismi.

Tassare le merendine per finanziare l’istruzione? Ecco l’ennesima bugia a danno di studenti, genitori ed … insegnanti!

La scuola pubblica nel nostro paese versa, di anno in anno, in una situazione sempre più critica. Sono già suonate le campanelle che annunciano il nuovo anno scolastico in tutta la penisola. Nuovo anno ma problemi vecchi. 

Tra precari e supplenti è sempre più emergenza personale. Nonostante le oltre 180 mila assunzioni a tempo indeterminato effettuate negli ultimi 4 anni, anche quest’anno molte cattedre rimarranno scoperte e sarà necessario ricorrere ai supplenti. Si stima, infatti, che vi saranno tra le 150 e le 200 mila supplenze per l’anno in corso. A completare il quadro – non proprio roseo – della situazione della scuola pubblica, si aggiunge una retribuzione media, per docente, inferiore a quella dei propri pari europei. 

Per questi motivi, da molti anni e da più parti politiche, istituzionali e sindacali, provengono pressanti e unanimi richieste di aumento della spesa statale nell’istruzione, che ad oggi si colloca tra le più basse in Europa. Come sempre, in questi casi, il problema è però dove trovare i soldi per finanziare questo aumento di spesa.

La soluzione di ciò si troverebbe nella proposta del nuovo Ministro dell’Istruzione, che appare, ad un primo sguardo, logica ed equa:

Vorrei delle tasse di scopo: per esempio, sulle bibite gassate e sulle merendine, o tasse sui voli aerei che inquinano. L’idea è: faccio un’attività che inquina (volare), oppure ho uno stile di alimentazione sbagliato (merendine)? Metto una piccola tassa, e con questa ci posso finanziare delle attività utili, come la scuola o gli stili di vita più sani.

Il novello “Robin Hood” propone di togliere ai “ricchi” (cioè, oltre alle solite multinazionali che producono il c.d. “junk food” anche i genitori, che comprando le merendine prodotte industrialmente mettono a rischio senza accorgersene la salute dei propri figli) per dare ai “poveri” (cioè agli insegnanti che tengono in piedi il sistema scolastico italiano).

A chi, in fin dei conti, non sembra assolutamente corretto od equo un provvedimento del genere? Limitare l’assunzione di zuccheri e di cibi c.d. “spazzatura” da parte degli studenti e, contemporaneamente, aumentare lo stipendio dei docenti, semplicemente mettendo una tassa sulle merendine … sembra una grande vittoria! Sia per il nuovo ministro che per il governo appena insediato!

Capite bene, però, che ottenere una riduzione dei consumi e, allo stesso tempo, un maggiore gettito per finanziare l’istruzione, sono due cose contrastanti ed inconciliabili tra di loro! L’obiettivo della tassazione su dei beni potenzialmente dannosi per la salute, come le merendine ed i cibi o le bevande zuccherate, è quello di scoraggiarne il consumo tramite un aumento del prezzo. Se questo disincentivo funziona, le abitudini di acquisto dei consumatori si modificheranno, causando una diminuzione delle vendite del bene considerato poco salutare. In sintesi, più il disincentivo ha successo, minori saranno, dunque, le vendite; di conseguenza, il gettito derivante non potrà che diminuire! Ma così, come risultato finale, si avranno per forza meno risorse per finanziare l’istruzione! E non di più, come invece è stato detto.

Insomma, una tassa, magari con un aliquota abbastanza alta che sia in grado di scoraggiare l’acquisto di cibi potenzialmente dannosi, non sarebbe una soluzione alla mancanza di fondi per la scuola, ma l’esatto contrario!

A conferma di ciò, vediamo come nei Paesi in cui questa tassa è stata introdotta, si è verificata proprio la riduzione delle vendite ed il conseguente calo del gettito fiscale.

In Messico, dove questa tassa è stata introdotta nel 2014 con un’aliquota del 10%, si è registrato un calo delle vendite del 6% ed una conseguente diminuzione del gettito.

Nel 2011, nella civilissima e iper-progressista Danimarca, il governo ha introdotto un’imposta sugli alimenti che contengono troppi grassi saturi. Gli effetti sono stati disastrosi. I Danesi hanno iniziato ad acquistare gli stessi alimenti, ma nei paesi confinanti! E, per di più, l’occupazione nel settore è diminuita di oltre 1.000 unità. Il governo è stato quindi costretto a fare retromarcia e a cancellare la tassa.

Dunque, non solo la tassa sul c.d. “cibo spazzatura” non sarebbe affatto utile per aumentare gli stipendi dei docenti, ma rischierebbe, infine, di mettere in difficoltà o addirittura in crisi il settore, danneggiando le imprese ed i lavoratori che operano nel campo della vendita alimentare, oltre che ovviamente le stesse famiglie che, qualora non dissuase dall’aumento della tassazione, si troverebbero a dover spendere comuqnue di più per comprare le stesse cose. Tanto più se si considera che si è deciso di mentire anche agli insegnanti, promettendogli aumenti di salario con un sistema che, come si è visto, va a sottrarre risorse e non ad aggiungerne!

Già nel 1800, Frederic Bastiat ci metteva in guardia da questo tipo di politiche, spingendoci a notare non solo “ciò che si vede” ma anche “ciò che non si vede”. Le nuove leggi non provocano un solo effetto (quello desiderato da chi le promuove), ma una catena di eventi. Il primo effetto è immediato ed è il più facile da valutare; mentre i successivi verranno allo scoperto solo con il passare del tempo. Un bravo “policy-maker”, sia esso ministro, sia esso economista, deve essere in grado di valutare non solamente il primo, il più evidente e manifesto, effetto, ma tutta la catena ad esso conseguente, per stabilire la validità e la correttezza di un nuovo provvedimento.

Troppo spesso ci si ferma all’apparenza, concentrandosi solo su “ciò che si vede” e tralasciando, invece, proprio “ciò che non si vede”. La lezione di Bastiat, circa 200 anni dopo, è più che mai attuale, ed è necessario tenerla a mente, per evitare di essere presi in giro da una classe politica che, troppo spesso, tratta come ‘sudditi’ i cittadini, in questo caso i genitori e gli studenti.

Giù le mani dai nostri risparmi

“Giù le mani dai nostri risparmi”. Condividiamo uno saggio del nostro National Coordinator per l’Italia, Giacomo Messina pubblicato su #LeoniBlog.

L’Euro e l’Europa avranno mille difetti e problemi, ma non sono la causa dei malesseri del nostro paese. Essi sono totalmente ed assolutamente autoinflitti. Essi sono causati da una classe dirigente che ha usato la politica economica ed i soldi dei cittadini Italiani per comprare voti e distribuire mance e favori ad amici ed elettori e da uno stato elefantiaco ed inefficiente che distrugge tutto ciò che i cittadini costruiscono e producono con sudore e fatica. Chi propugna soluzioni a suon di più debito e più deficit non sta proponendo nulla di nuovo, ma la solita ricetta trita e ritrita, che abbiamo avuto modo di vedere fallire nel corso degli ultimi 40 anni.

➡️ Leggi su Leoni Blog.it

La CONSOB è l’Autorità Italiana per la vigilanza sui mercati finanziari. Di conseguenza, dalla relazione finale del Presidente di suddetta autorità, mi aspetterei una visione d’insieme sulle performance passate, e sugli scenari futuri dei mercati finanziari e degli istituti di credito nel nostro paese. Al contrario, nella relazione del Presidente Paolo Savona, faccio fatica a trovare un riferimento al ruolo svolto dall’autorità che presiede e noto una preminenza di analisi e proposte di politica economica. Pertanto, il suddetto discorso, suona, alle mie orecchie, molto più simile alle “Considerazioni Finali” che una volta l’anno spettano al presidente della Banca d’Italia. Una sorta di “Contro-Considerazioni Finali” da parte del massimo esponente del “Contro-Apparato” che il governo gialloverde sta, chiaramente, tentando di costruire.

Detto quindi dell’incoerenza e dell’estraneità del discorso di Savona, rispetto alle funzioni che il suo organo dovrebbe svolgere, veniamo alla sostanza di quanto dichiarato dall’ex Ministro per gli Affari Europei del governo Salvini-Di Maio.

Pronti via e subito sentiamo di nuovo la storiella del gigantesco risparmio privato delle famiglie Italiane. Anche qui mi sorge subito un dubbio. Dove, di grazia, il Professore avrebbe preso il dato che afferma che il risparmio italiano sia pari a 16 mila miliardi di euro? La relazione di Banca d’Italia ed Istat parla di un ammontare pari a 9.743 miliardi di euro (Fonte: Banca d’Italia, PDF), di cui, oltre 5 mila miliardi investiti in abitazioni. Ora, andando oltre la prima imprecisione – di una lunga serie – del Presidente Savona, cosa ha a che fare il risparmio privato con il debito pubblico di cui si parla successivamente? Quando vi dicono che il debito non è un problema perché le famiglie italiane hanno un immenso risparmio, stanno paventando due ipotesi

La prima è quella di una patrimoniale. Lo stato si indebita, usa i nostri soldi per ingigantire sempre di più la già elefantiaca macchina statale, la già iper-inefficiente pubblica amministrazione, per elargire prebende e regali elettorali a destra e manca come fa da oltre 40 anni. Ma non c’è nessun problema state tranquilli! Appena la situazione dovesse divenire insostenibile, la soluzione sarà una patrimoniale. Cioè una tassa (ennesima) sul risparmio degli Italiani. Capito? Non solo finanziate tramite tasse ed imposte, giornalmente, lo stato ladro ed inefficiente, ma dovrete essere poi voi a mettere una pezza sui buffi fatti da chi ragiona come Savona e Co. rinunciando ai soldi che avete messo da parte, risparmiando ed investendo, per il vostro futuro e per quello della vostra famiglia.

La seconda soluzione non è molto diversa dalla prima. E prende la forma della cosiddetta “Repressione Finanziaria”, di fatto una patrimoniale mascherata sotto forma di “oro alla patria” di fascistissima memoria. Invece di imporci una tassa, lo Stato ci obbligherà ad investire esclusivamente in titoli del tesoro Italiani per finanziare, ancora una volta, il debito pubblico. 

Veniamo poi a quella che ritengo la principale contraddizione del discorso di Savona. Il Presidente della Consob ritiene che non vi sia un legame ottimale tra debito pubblico e Pil. L’importante è che, cito testualmente: “… il suo (del rapporto Debito/Pil, ndr) saggio di incremento deve restare mediamente al di sotto del saggio di crescita del Pil”.

Vi è una incredibile incoerenza di fondo. Se il saggio di incremento del Debito è inferiore a quello del Pil, allora il debito sta riducendosi. Quindi stiamo producendo surplus e non deficit (i.e. austerity).

Ma credo che qui il Professor Savona voglia dirci che non vi è, secondo lui, altra alternativa alla crescita economica che quella di accumulare debito e ribaltare così la dinamica esplosiva del rapporto Debito/Pil, agendo sul denominatore. Dinamica ampiamente smentita a livello teorico e pratico, potenzialmente devastante per il nostro Paese. Superfluo, poi, sottolineare che non esiste nessun paese che abbia ridotto il rapporto Debito/Pil facendo altro deficit – ma va!

Secondo tema che tengo ad approfondire è quello sulla, presunta, austerity e “virtuosità” fiscale del nostro paese. 

La spesa pubblica in Italia, al netto degli interessi, è aumentata in maniera costante e continua dal 1995 al 2018. Solo un paese ha fatto peggio di noi, la Grecia. Faccio fatica a considerare “virtuoso” un paese che ha ormai raggiunto e sfondato il tetto del 48% di spesa pubblica in rapporto al Pil. È vero, l’Italia è il paese che più tra tutti ha prodotto avanzi primari dagli anni 90 ad oggi. Ma ciò è dovuto principalmente a due fatti. Innanzitutto, negli anni ‘80 l’Italia ha prodotti ingenti disavanzi primari, mentre gli altri paesi spendevano meno di quanto guadagnassero. Ciò ha fatto si che si creasse un enorme stock di debito pubblico e, di conseguenza, la necessità di pagare sempre maggiori interessi sul debito. Da qui la necessità, negli anni ’90, di produrre avanzi primari, comunque mai sufficienti ripagare gli interessi. 

Glisso sul tema titoli di stato europei, che richiederebbe una trattazione a parte. Ci terrei, però, a far notare che l’Italia è stata una delle principali beneficiarie del programma di acquisti di titoli di stato dalla tanto vituperata, odiata ed antitaliana BCE. Nonostante questo enorme stimolo monetario, i rendimenti dei titoli di stato italiani sono rimasti molto alti. Praticamente gli unici in tutta la zona euro. Facciamoci due domande.

Faccio finta di non leggere un riferimento al fatto che l’IRI rappresentasse il fondo sovrano italiano, cosa che è chiaramente falsa, e vado alle conclusioni.

L’Euro e l’Europa avranno mille difetti e problemi, ma non sono la causa dei malesseri del nostro Paese. Essi sono totalmente ed assolutamente autoinflitti. Essi sono causati da una classe dirigente che ha usato la politica economica ed i soldi dei cittadini Italiani per comprare voti e distribuire mance e favori ad amici ed elettori e da uno stato elefantiaco ed inefficiente che distrugge tutto ciò che i cittadini costruiscono e producono con sudore e fatica. Chi propugna soluzioni a suon di più debito e più deficit non sta proponendo nulla di nuovo, ma la solita ricetta trita e ritrita, che abbiamo avuto modo di vedere fallire nel corso degli ultimi 40 anni.

Per una Pensione Felice

Libertà di scelta, concorrenza, competizione, mercato, sono alcuni tra i principi che dovrebbero l’agire politico di chi ritiene di essere un liberale (o liberista, o libertario, a voi la scelta dell’aggettivo che preferite). Concetti visti, troppo spesso, con diffidenza, sospetto e financo paura nel nostro Paese.

Frequentemente, lo Stato viene ritenuto l’unica possibilità per risolvere le difficoltà ed i problemi dei propri cittadini, e se ne auspica l’intervento come fosse il “Deus ex machina” delle tragedie greche. In realtà, le cose stanno in maniera diversa, spesso (parafrasando Ronald Reagan) lo Stato è la causa del problema ed il mercato la soluzione ad esso.

Un esempio chiaro e lampante proviene dal sistema pensionistico italiano di cui tutti ne riconoscono l’inefficienza e la non sostenibilità nel lungo periodo, ma nessuno è in grado di presentare delle proposte in grado di riformarlo in maniera radicale. Politicamente, il capitolo pensioni è uno dei più caldi e difficili da affrontare.

Negli ultimi 30 anni, nessun governo politico è riuscito a riformare il sistema pensionistico, lasciandone l’incombenza ai governi tecnici, costretti o ad aumentare l’età pensionabile, o il carico contributivo a capo al lavoratore o a diminuire l’importo delle pensioni per preservarne la sostenibilità. Questi interventi hanno creato disagi e malumori nella popolazione più anziana, che ha visto allontanarsi il traguardo della pensione, rafforzando ulteriormente lo scontro intergenerazionale che già dilaga in Italia. Scontro che si infiamma ulteriormente nel momento in cui i governi politici tentano di disfare tali interventi per compiacere una parte dell’elettorato.

Il sistema pensionistico italiano è – principale fonte di scontro tra giovani ed anziani – uno dei primi elementi di propaganda dei politici e, soprattutto, la prima e più importante fonte di spesa – e debito – dello Stato. La spesa per pensioni in Italia ha superato il 15% del PIL e viaggia, a vele spiegate, verso il 20%, risultando la prima voce di spesa, di gran lunga maggiore rispetto all’istruzione, alla sanità e alla protezione sociale.

Gli interventi “lacrime e sangue” che consistono in aumenti di età pensionabile o di contributi non hanno risolto il problema, ma solo posticipato il giorno del collasso del sistema. Bisogna tenere conto che, già oggi, i contributi previdenziali sono la principale componente del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo del lavoro pagato dalle imprese e il salario guadagnato dal lavoratore, ritenuto una delle principali cause dell’elevata disoccupazione in Italia. Auspicare un aumento degli stessi non sembra la migliore delle soluzioni per il lungo periodo.

In Italia viene utilizzato un sistema pensionistico a ripartizione, o “unfunded pension system” per usare i termini inglesi – che in questo caso ci vengono in aiuto per capirne meglio la natura. Perché “unfunded”? Diversamente da quanto viene fatto credere, il lavoratore che versa i contributi presso il monopolista statale INPS non sta creando un tesoretto da utilizzare per la sua futura vecchiaia ma, invero, per finanziare le pensioni attuali, cioè dei lavoratori attualmente in pensione.

Il sistema si regge su di un ‘patto intergenerazionale’ per cui i giovani lavoratori pagano i contributi che si tramutano in assegni per chi è già in pensione. Il sistema funziona in maniera ottimale, ed è in grado di offrire pensioni estremamente generose, fintanto che il tasso di crescita della popolazione rimane elevato. Le prime generazioni di pensionati sono quelle che più ci hanno guadagnato da questo meccanismo.

Ma la dinamica demografica che sta vivendo l’Italia da qualche decennio a questa parte, caratterizzata da un invecchiamento progressivo della popolazione, non rende più conveniente l’utilizzo di tale sistema.

All’inizio del secolo la quota di popolazione oltre i 65 anni rappresentava il 18,1% del totale e quella oltre gli 80 il 4%. Nel 2013 queste erano già passate rispettivamente al 21,2% e 6,3%. (fonte: “Rischi e proposte per il finanziamento del welfare italiano”; IBL). Le previsioni per il futuro non sono certo più rosee, l’ISTAT prevede un aumento della popolazione anziana del 47% entro il 2050 e nel 2065 la popolazione ultra 65enne sarà pari al 33%. Oggi il rapporto lavoratore pensionato è di 3 a 2, ma la previsione per il 2050 è di 1 a 1.

Come detto l’ammontare dell’assegno previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati dal lavoratore in percentuale al suo salario. La principale componente che determina il salario è la produttività del lavoro. Altra nota dolente per il nostro Paese è che, secondo dati OCSE, ha il peggior dato per quanto riguarda l’aumento della stessa, secondo solo alla Grecia. Insomma, con una produttività stagnante, salari che non aumentano ed il progressivo aumento dell’età media la sostenibilità del nostro sistema pensionistico verrà messa a dura prova, e nuovi interventi a riguardo potrebbero inasprire il disagio sociale ed il conflitto intergenerazionale.

L’unica soluzione percorribile è quella di una “Rivoluzione Copernicana” del nostro sistema pensionistico, e cioè passare da un sistema “unfunded” ad uno “funded”, ovvero “a capitalizzazione”

In questo caso il lavoratore versa i contributi, che vengono accumulati in un fondo e serviranno poi interamente per pagare la propria pensione, eliminando dunque la necessità di un monopolista statale e stimolando la partecipazione ai fondi pensione, in concorrenza ed in competizione tra di loro per offrire la migliore soluzione al lavoratore. Inoltre, essi investirebbero la parte di contributi versati in attività finanziarie a basso rischio, determinando così un incremento reale di quanto accumulato nel proprio fondo a beneficio di tutti, cosa che non accade con l’INPS, che non investe o investe male, e gli incrementi sono solo quelli previsti dal governo a favore delle pensioni minime; in più, tali contributi, rimanendo nella gestione separata, rimarrebbero a riparo anche in caso di fallimento del proprio fondo. Invece oggi, se l’INPS dichiarasse “bancarotta”, per finanziare le erogazioni si dovrebbe ricorrere alla tassazione generale, con conseguente e sostanziale decurtazione del valore reale del proprio assegno.

In Cile questo sistema è già in vigore da circa 40 anni, e nessun governo si è mai sognato di tornare indietro, eliminando quanto di buono era stato fatto. In questi anni il rendimento medio dei conti di risparmio previdenziale è stato pari a circa il 10%.

L’OCSE, in uno studio del 2009 (“Reviews of labour market and social policies: Chile. The normalisation of Chile’s Pension system”. OECD) ha confermato il successo di tale riforma, indicando alcuni elementi particolarmente positivi tra cui: l’aver ristabilito la fiducia pubblica nel risparmio previdenziale; aver contribuito allo sviluppo del mercato finanziario e della crescita economica; ridotto la spesa pubblica attuale e futura del Paese.

Josè Pinera, principale artefice di tale riforma, ha affermato che

“La privatizzazione delle pensioni ha prodotto una radicale redistribuzione del potere dallo Stato alla società civile e, trasformando i lavoratori in proprietari a titolo personale del capitale complessivo del Paese, ha creato un’atmosfera politica e culturale più adeguata ad un mercato e ad una società effettivamente più liberi”.

Con questo sistema, che dovrebbe essere introdotto anche in Italia, ognuno avrebbe la possibilità di scegliere: ovvero sia l’ente a cui affidare i propri contributi, sia l’ammontare degli stessi. Non si sarebbe più costretti ad andare in pensione quando lo “permette” lo Stato e alle sue condizioni, ma ognuno deciderebbe per sé. 

Al netto degli evidenti vantaggi in termini di sostenibilità di spesa e debito nel lungo periodo, tale sistema aumenterebbe la libertà di scelta dei cittadini, consegnandogli le chiavi del proprio futuro, e togliendole dunque dalle mani di politici e burocrati. I politici non potrebbero più usare il denaro dei contribuenti per comprare il voto dei pensionati, inasprendo il conflitto tra generazioni ed il disagio sociale. 

La transizione tra l’attuale sistema ed uno a capitalizzazione non sarebbe ovviamente privo di costi e di facile implementazione, ma data l’attuale situazione e gli sviluppi futuri sembra opportuno fare un tentativo in questa direzione. Ricordandosi che qualsiasi intervento dello Stato vale finchè ci saranno dei soldi da spendere… ma quando finiranno? Solo un sistema basato sulla libertà di scelta del cittadino ed una sana concorrenza tra fondi pensione può risolvere l’annosa questione previdenziale del nostro Paese.

Liberiamo il 25 Aprile!

Il 25 Aprile è la ricorrenza che più divide gli Italiani. Ma la festa della Liberazione, ormai da molti anni, ha perso il suo valore originario e continua ad essere monopolizzata e strumentalizzata sia da quei nostalgici della dittatura nera che fu, sia da quelli che ne hanno sempre sognata una di rossa. 

Fascismo e Comunismo, due facce della stessa medaglia. Fascismo e Comunismo, due diverse declinazioni degli stessi concetti: statalismo, autoritarismo, supremazia dello stato sull’individuo, dei burocrati di stato sulla persona. Fascismo e Comunismo hanno soppresso l’eccezionalità e la specificità dell’individuo, sublimandolo all’interno di concetti vuoti e retorici come lo stato, la nazione, la società. Fascismo e Comunismo sono stati e continuano ad essere, allo stesso modo, causa di guerre, morte e devastazione in Italia, in Europa e nel Mondo, in questo come nel secolo scorso. 

Il 25 Aprile non può e non deve essere una ricorrenza degli uni o degli altri, di una dittatura contro l’altra, ma una festa per tutti gli Italiani che amano la libertà e cercano di ottenerne sempre di più ogni giorno. Il 25 Aprile deve essere la festa in cui si ricordano tutti coloro che, da una parte e dall’altra, sebbene obnubilati dalle ideologie stataliste e dagli autoritarismi, hanno dato la vita combattendo per difendere sé stessi, i propri cari e la propria famiglia prima ancora che la Patria o lo Stato. Senza nessuna distinzione di colore politico o appartenenza religiosa. 

Il 25 Aprile deve essere la festa in cui ringraziamo gli Alleati per essere arrivati in soccorso dell’Italia, ed averci regalato 70 anni di pace e prosperità grazie alle istituzioni democratiche ed al libero commercio. Il 25 Aprile deve essere il giorno della memoria di tutti quelli che hanno dato la vita per la nostra libertà, e non solo di alcuni di loro; si pensi ai partigiani della Brigata Ebraica, che ad ogni 25 Aprile sfilano in corteo perché sentono questa giornata anche come loro, ma che vengono puntualmente presi a male parole, insulti e sputi da quegli eredi dei partigiani che vedono questa ricorrenza come una loro proprietà intellettuale.

Il 25 Aprile deve essere il giorno in cui ricordiamo il male che uno Stato forte, autoritario, che ha il pieno controllo di ogni attività, può fare ad un Paese e a un Popolo. Il giorno in cui ricordiamo i danni creati dalle ideologie collettiviste. In cui ricordiamo che l’unico antidoto al fascismo è la difesa della libertà individuale in tutte le sue forme. 

Perché come diceva Ennio Flaiano esistono due tipi di Fascisti: i Fascisti e gli Anti-Fascisti, non permettiamo a nessuno dei due di prendersi ciò che non gli appartiene, la libertà e la liberazione da ogni forma di autoritarismo.

Speriamo che qualcuno si renda conto del vero valore di questo giorno, così che non sembri che le vite dei nostri nonni siano state sacrificate invano.

School Strike 4 Climate

Il 15 marzo è andata in scena la mobilitazione in tutto il mondo di giovani studenti che hanno chiesto a i governi di agire sul fronte del “Climate Change”. “Non c’è più tempo” affermano i manifestanti, “ci state rubando il futuro” è lo slogan più toccante, che rinforza l’ennesimo conflitto generazionale tra le élite che ci governano e coloro che il pianeta dovranno abitarlo per i prossimi anni. La grande mobilitazione nasce dall’iniziativa di una ragazza svedese di 16 anni, Greta Thunberg, che ha iniziato una battaglia di sensibilizzazione sui temi ambientali in grado di penetrare le coscienze di giovani e meno giovani di tutto il mondo.

Il volto della giovane Greta, mossa da sentimenti onorevoli e nobili, è stato però strumentalizzato da chi da sempre ha usato la – sacrosanta – battaglia contro l’inquinamento per motivi ideologici. Forse sarebbe il caso di analizzare in maniera più complessa e profonda il problema: la difesa e la sopravvivenza del nostro pianeta sono temi molto complessi, non esplicabili tramite slogan e manifestazioni.

La terra ha oltre 4 miliardi di anni, e pensare di avere una conoscenza completa delle sue dinamiche, è una delle tante dimostrazioni di egocentrismo e “superomismo” della razza umana, che ormai, tronfia delle sue conquiste in campo scientifico, pensa di poter spiegare tutto lo scibile umano grazie alla propria mente ed ai propri strumenti tecnici.Ma non è mia intenzione discutere riguardo la natura antropogenica del cambiamento climatico, lascio il discorso a chi è più qualificato di me, augurandomi che essi siano mossi dagli stessi nobili sentimenti di Greta, più che da ideologie e convinzioni personali. Voglio focalizzarmi su due temi principali: il presunto egoismo dell’Occidente e le colpe del sistema produttivo capitalista.

Il presunto egoismo dell’Occidente e le colpe del Capitalismo

“La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.”_ Greta Thunberg

Ancora una volta sono i ricchi, i potenti e l’egoismo occidentale a distruggere il pianeta? Davvero stiamo sacrificando la biosfera per garantire a pochi di vivere nel lusso? La retorica pauperista e terzomondista ha sempre una grande presa sulle coscienze del mondo Occidentale.Ma no, cara Greta (o meglio, le organizzazioni che ci stanno dietro) non è così! Tra i principali paesi produttori di CO2 vi sono numerosi paesi in via di sviluppo: Cina, India, Iran, Messico e Brasile tra gli altri. E ancora, basti vedere qualsiasi mappa dell’inquinamento mondiale per rendersi conto che sono proprio i paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo ad inquinare di più. E sono proprio questi Paesi i maggiori nemici dei progressi sul riscaldamento globale. Essi infatti non sono intenzionati a ridurre le proprie emissioni, o ad ammodernare i loro impianti, in quanti ne hanno la necessità per crescere economicamente e continuare a ridurre il numero dei loro poveri.

La sola Cina, negli ultimi 30 anni, ha vissuto un progresso economico vertiginoso, che, vero, l’ha portata ad essere uno dei paesi più inquinanti ed inquinati del mondo, ma ha anche fatto sì che svariate decine di milioni di persone uscissero dalla soglia della povertà assoluta, migliorandone le condizioni di vita. I Paesi che più hanno fatto progressi nella riduzione delle emissioni sono, invece, proprio i Paesi Occidentali ed Europei in particolare.

L’egoismo mal celato dei “Verdi” di professione

Dietro le buone intenzioni nel limitare il cambiamento climatico globale, si cela invece un velato egoismo: chiedere ai Paesi più poveri di ridurre la produzione e le emissioni e quindi di rimanere poveri, o ritardare la loro crescita, affidandosi a fonti di energia che ancora non sono in grado di sostenere elevati standard produttivi.Non è la prima volta che gli occidentali, mossi da buone intenzioni e dal sentimento ecologista, provocano l’effetto opposto sulle popolazioni più arretrate e povere. Come nel caso del DDT, un insetticida capace di debellare la malaria e ridurre in maniera drastica il numero di morti causati dalla zanzara anofele.

Questo fino a che, nel 1962, è iniziata una demonizzazione della sostanza, ritenuta nociva e dannosa per la salute e addirittura cancerogena. Per questo motivo i Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, hanno deciso di metterla al bando. Da quel momento le morti per la malaria sono aumentate – ma ovviamente non in Nord America o Europa – bensì in Africa ed in Asia, nei paesi più poveri dove la malattia ha iniziato a mietere fino a 2 milioni di vittime l’anno. Nel 2006 l’OMS ha dichiarato che il DDT non comporta danni per la salute umana e che dovrebbe essere ripristinato il suo uso nella lotta contro la malaria.

Ma nel frattempo, oltre 40 anni di lotta ambientalista su questo tema hanno causato, qui sì, svariati milioni di morti, per un dubbio, un timore, un sospetto non verificato, che esso potesse causare danni per la salute dell’uomo.Un’altra campagna degna di menzione è quella contro gli OGM, giudicati dannosi e pericolosi da numerosi Paesi occidentali – tra cui l’Italia – che ne vietano o limitano la produzione. Nel frattempo, milioni di persone muoiono o soffrono di malattie legate alla malnutrizione, che i cibi OGM potrebbe evitare o comunque limitare.

Ancora una volta, l’egoismo ambientalista che prospera nei Paesi occidentali, mascherato dalle buone intenzioni e dai timori per la salute umana, miete vittime nei paesi più poveri e meno sviluppati del mondo.

I falsi miti degli ambientalisti

Quasi tutta la campagna di sensibilizzazione sul tema cambiamento climatico pone come obiettivo e “nemico” l’industria, rea di immettere il maggior numero di sostanze inquinanti per soddisfare le smanie di ricchezza dei capitalisti. Ma anche questo è un falso mito.

Numerosi studi dimostrano come gli impianti termici per i riscaldamenti degli edifici producono una quantità di CO2 maggiore di circa 3 volte rispetto gli impianti industriali e 6 volte rispetto la circolazione dei veicoli. Il primo passo, di chi ha a cuore il futuro del nostro Pianeta, dovrebbe essere quello di spingere per l’ammodernamento degli impianti di riscaldamento nelle nostre case – attraverso incentivi, o meglio, detassazioni totali – più che chiedere ai governi di agire con disincentivi fiscali nei confronti di chi produce o usa auto nei centri urbani.

I combustibili fossili restano comunque, allo stato attuale – piaccia o non piaccia – una fonte di energia non rinunciabile. Per quanto sia positivo tentare di sviluppare forme alternative quali l’eolico ed il fotovoltaico, pensare che esse possano, nel breve periodo, soppiantare i combustibili fossili è improbabile, oltre ad avere un costo spropositato. Dal 2007 in poi l’Italia ha iniziato ad investire nelle energie alternative. In circa 10 anni il costo della bolletta è più che raddoppiato. A questi investimenti di denaro pubblico non sono conseguiti risultati degni di nota: le energie alternative non si sono rivelate utili per soppiantare gli impianti tradizionali.

Il fotovoltaico e l’eolico ad oggi sono una fonte utile a risparmiare combustibile convenzionale, ma non ancora in grado di sostituirlo.L’unica fonte che in maniera chiara è in grado di produrre energia sufficiente emettendo meno CO2 degli impianti convenzionali è il Nucleare. Demonizzato ed avversato da tutti i movimenti ambientalisti globali. In Italia neanche a parlarne!

Conclusioni

L’argomento inquinamento e cambiamento climatico è estremamente complesso, e nessuno può avere certezze a riguardo. È bene avere a cuore il futuro del nostro pianeta, ma bisogna farlo superando gli steccati ideologici e i facili slogan approfondendo la questione.

La soluzione non è fermare il progresso e stravolgere il capitalismo. Sono proprio i paesi più ricchi e sviluppati che si stanno muovendo per trovare una soluzione. Sono le imprese più grandi e moderne quelle che producono meno emissioni e che promuovono campagne di sensibilizzazione sul tema. Progresso e sviluppo non sono nemici dell’ambiente, ma i suoi più preziosi alleati.

Basta con la “Guerra alla Droga”

Il Governo ha annunciato un nuovo giro di vite nella “guerra alla droga” ma, ancora una volta, si fa confusione tra spaccio e consumo di sostanze stupefacenti, presentando un disegno di legge volto a modificare la normativa vigente in tema di “modica quantità”.

L’attuale legislazione riguardo alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti nel nostro Paese è già abbastanza aggressiva e punitiva, soprattutto per quanto concerne le droghe c.d. ‘leggere’. Se siete in possesso di più di 5 g di Hashish o Marijuana lo stato vi considera a tutti gli effetti spacciatori, ma potrebbe bastare una quantità minore per essere accusati di traffico di stupefacenti, qualora, ad esempio, essa fosse in piccole dosi, o foste in possesso di bilancini di precisione. Le pene previste per questo reato comportano da 2 a 6 anni di reclusione e una multa.

Grazie a questa normativa, la popolazione carceraria italiana è composta per circa il 35% da detenuti per reati connessi e/o collegati alla droga. La Grande maggioranza è composta, però, da piccoli consumatori abituali e non dai Signori del narcotraffico che siamo abituati a vedere nelle serie TV dedicate.

Il co. 5 dell’art. 73 del ‘Testo Unico sugli Stupefacenti’, prevede pene minori per i casi di “lieve entità”, caratterizzati dal possesso di una modica quantità di sostanza, infliggendo la reclusione da 6 mesi a 4 anni e una multa. Il DDL propone, invece, l’abolizione della categorizzazione della “lieve entità” e l’aumento delle pene per questi casi – ricalcando una scelta che contraddistingueva la legge ‘Fini-Giovanardi’.

Nel 2006 il concetto di “modica quantità” era infatti stato abolito dalla legge ‘Fini-Giovanardi’ e reintrodotto nel 2013 dopo la ‘Sentenza Torreggiani’, con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia per il sovraffollamento delle carceri, causato, principalmente, da una legislazione estremamente stringente sul tema. 

Il concetto di “modica quantità” è legato al consumo personale e non ha nulla a che vedere con i “venditori della morte”, bensì punirà i consumatori, producendo una ennesima ondata di arresti che non porterà ad alcun risultato che non sia il sovraffollamento delle carceri, distogliendo l’attenzione dal vero problema: la lotta ai padrini del narcotraffico che, con la droga, ha fatto le proprie fortune nonostante leggi severe in materia di stupefacenti.

Ancora una volta l’Italia ha imboccato la strada sbagliata, scegliendo di perseverare nella “guerra alla droga” che non ha condotto ad alcun beneficio, invece di provare a seguire la via della depenalizzazione e della liberalizzazione delle sostanze stupefacenti, accompagnata da campagne di informazione, prevenzione e da programmi di assistenza nei confronti di chi soffre di dipendenza.