Finalmente è finita la “Communist Week”

Oggi, Primo Maggio, anche quest’anno, si chiude solennemente – sulle note del “Concertone” in Piazza San Giovanni a Roma – la “Communist Week”. 

Finalmente, anche quest’anno, è andata. Perché la settimana dei comunisti, che inizia il 25 Aprile, Festa della Liberazione, si apre – con i cortei e le manifestazioni per gridare, più che alla libertà riconquistata, allo stato di “Resistenza” permanente – come si chiude, con gli altrettanti colorati, di rosso, s’intende, cortei del Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. E anche quest’anno, puntuali, le cerimonie e le celebrazioni si sono svolte come gli altri, in un ritorno uguale dell’identico. Le cose cambiano, si evolvono, ma si può star certi che i riti della “Communist Week”, come i discorsi e i comizi, ce li ritroveremo sempre uguali anche da vecchi.

Libertà e Lavoro. La Costituzione, nata dalla resistenza e fondata sul lavoro, trova in questi giorni i suoi due capisaldi e “vestali” (pardon, difensori). È la settimana in cui la Sinistra rispolvera e riaffila le armi della dialettica, reboante e stentorea. 

Le celebrazioni della “Liberazione” dovrebbero servire come un momento di riconciliazione, di condivisioni di valori fondamentali. Ma non è così. C’è sempre bisogno del nemico, contro il quale urlare la propria superiorità. Ma a chi giova? Cosa c’entra con la Liberazione con i violenti attacchi alla Brigata ebraica da parte dei filopalestinesi, sempre presenti al corteo? La ricerca del nemico, che sia il fascismo o Israele e gli ebrei (che per loro sono la stessa cosa) è un’ossessione dei comunisti. E del nemico si alimenta allo stesso modo anche il Concertone del Primo Maggio. 

Se alla Liberazione sono i dunque i “fascisti”, con cui i comunisti condividono peraltro parecchie cose (tra le quali anche l’amore verso Maduro e per il “bastone di Stato”) il Primo Maggio alla gogna ci sale il “Capitalismo”: ad aizzare le polemiche contro i “padroni”, il solito giovane idolo musicale a rotazione, ogni anno, il nuovo arruffapiazze, quello insomma da “cui ripartire”. 

Vagli a spiegare che l’economia capitalista – sebbene in Italia non all’ennesima potenza, tra legacci e legacciuoli delle normative, tra le tasse e i balzelli che soffocano le imprese – ci ha portato comunque ad essere uno dei paesi più industrializzati del Mondo e con una aspettativa di vita e ricchezza pro-capite superiore a quella dei nostri nonni o dei nostri genitori quando avevano la nostra età. Impossibile.

Nella settimana della “Communist Week”, della faziosità ideologica, in cui il Paese deve sentirsi grato alla Sinistra e ai Comunisti di tutto, meglio staccare la spina e festeggiare con i propri amici in campagna o al fiume con una bella grigliata. 

Ci ritroviamo fra un anno commentando, inevitabilmente, gli stessi eventi.

Ma tranquilli, il 2 maggio è vicino. #Resistete

Liberiamo il 25 Aprile!

Il 25 Aprile è la ricorrenza che più divide gli Italiani. Ma la festa della Liberazione, ormai da molti anni, ha perso il suo valore originario e continua ad essere monopolizzata e strumentalizzata sia da quei nostalgici della dittatura nera che fu, sia da quelli che ne hanno sempre sognata una di rossa. 

Fascismo e Comunismo, due facce della stessa medaglia. Fascismo e Comunismo, due diverse declinazioni degli stessi concetti: statalismo, autoritarismo, supremazia dello stato sull’individuo, dei burocrati di stato sulla persona. Fascismo e Comunismo hanno soppresso l’eccezionalità e la specificità dell’individuo, sublimandolo all’interno di concetti vuoti e retorici come lo stato, la nazione, la società. Fascismo e Comunismo sono stati e continuano ad essere, allo stesso modo, causa di guerre, morte e devastazione in Italia, in Europa e nel Mondo, in questo come nel secolo scorso. 

Il 25 Aprile non può e non deve essere una ricorrenza degli uni o degli altri, di una dittatura contro l’altra, ma una festa per tutti gli Italiani che amano la libertà e cercano di ottenerne sempre di più ogni giorno. Il 25 Aprile deve essere la festa in cui si ricordano tutti coloro che, da una parte e dall’altra, sebbene obnubilati dalle ideologie stataliste e dagli autoritarismi, hanno dato la vita combattendo per difendere sé stessi, i propri cari e la propria famiglia prima ancora che la Patria o lo Stato. Senza nessuna distinzione di colore politico o appartenenza religiosa. 

Il 25 Aprile deve essere la festa in cui ringraziamo gli Alleati per essere arrivati in soccorso dell’Italia, ed averci regalato 70 anni di pace e prosperità grazie alle istituzioni democratiche ed al libero commercio. Il 25 Aprile deve essere il giorno della memoria di tutti quelli che hanno dato la vita per la nostra libertà, e non solo di alcuni di loro; si pensi ai partigiani della Brigata Ebraica, che ad ogni 25 Aprile sfilano in corteo perché sentono questa giornata anche come loro, ma che vengono puntualmente presi a male parole, insulti e sputi da quegli eredi dei partigiani che vedono questa ricorrenza come una loro proprietà intellettuale.

Il 25 Aprile deve essere il giorno in cui ricordiamo il male che uno Stato forte, autoritario, che ha il pieno controllo di ogni attività, può fare ad un Paese e a un Popolo. Il giorno in cui ricordiamo i danni creati dalle ideologie collettiviste. In cui ricordiamo che l’unico antidoto al fascismo è la difesa della libertà individuale in tutte le sue forme. 

Perché come diceva Ennio Flaiano esistono due tipi di Fascisti: i Fascisti e gli Anti-Fascisti, non permettiamo a nessuno dei due di prendersi ciò che non gli appartiene, la libertà e la liberazione da ogni forma di autoritarismo.

Speriamo che qualcuno si renda conto del vero valore di questo giorno, così che non sembri che le vite dei nostri nonni siano state sacrificate invano.