Come la “Cannabis light” ha danneggiato gli spacciatori

I ricercatori delle Università di Salerno e di York hanno provato a stimare quanto la concorrenza del prodotto “Cannabis light” abbia strappato fatturato al mercato illegale.

Sulla carta, la “Cannabis light” in vendita in Italia può essere usata solo per scopi “tecnici” o “collezionistici”. Di fatto, è abbastanza ovvio che quasi tutti gli acquirenti la fumino. Con livelli di Thc (il principio attivo psicotropo) inferiori allo 0,6%, ma livelli di Cbd (che ha effetti rilassanti, ma non ‘sballa’) a volte superiori al 20%, il prodotto non può essere considerato una droga ma offre comunque quello che molte persone cercano nella marijuana, come ad esempio combattere l’insonnia o l’ansia.Con tutti i vantaggi di evitare effetti stupefacenti – magari sgraditi – e di non doversi rivolgere al mercato illegale.

A questo proposito, bisogna chiedersi quanto grande sia il giro d’affari che la Cannabis light ha strappato agli spacciatori. Alcuni episodi, come quello di Monterotondo, dove alcuni mesi fa un pusher ha incendiato un negozio di canapa, colpevole di fargli concorrenza, dimostrano che la questione c’è e va posta!

Tre ricercatori italiani hanno provato a dare una risposta con quello che è il primo studio mai attuato in merito.

La Ricerca

Vincenzo Carrieri e Francesco Principe, del dipartimenti di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Salerno, e il collega Leonardo Madio, dell’Università di York, hanno incrociato i dati forniti dalla polizia sui sequestri dei derivati illegali della cannabis su base provinciale con quelli sulla presenza dei negozi che vendono la Cannabis light a partire dal dicembre 2016, quando è entrata in vigore la legge che ha consentito la vendita di infiorescenze con una percentuale di Thc tra lo 0,2% e lo 0,6%.

I dati sono stati ponderati sulla base di fattori come la presenza di porti, dove avvengono i sequestri più ingenti, e condizioni ambientali che favoriscono la coltivazione di Cannabis e quindi l’approvvigionamento, a partire dalla presenza di corsi d’acqua. I numeri che contano sono soprattutto quelli raccolti a partire dal maggio 2017, quando era diventato disponibile il primo raccolto successivo a quella che lo studio definisce “liberalizzazione involontaria” e la vendita si era allargata dai negozi specializzati ai tabaccai e alle erboristerie, rendendo il mercato più omogeneo.

LINK ALLO STUDIO

Di quanto è calato il mercato illegale?

“L’Italia è un caso di studio interessante per via della presenza di una forte criminalità organizzata”

Come sappiamo, la criminalità organizzata trae la maggior parte dei suoi guadagni dalla vendita di stupefacenti, un mercato dove marijuana e hashish contano per il 91,4% del totale delle sostanze spacciate, per un giro d’affari di 3,5 miliardi.

Ancor più interessante è che la Cannabis light sia un “sostituto imperfetto” della Cannabis psicoattiva ma, nondimeno, è riuscita lo stesso a diminuire il giro d’affari dello spaccio in un Paese che ha tra i consumi più elevati d’Europa (il 19% dei giovani adulti, ovvero le persone tra i 18 e i 34 anni, contro una media UE del 13,9%)

“Abbiamo scoperto che la legalizzazione della cannabis light ha portato a una riduzione tra l’11% e il 12% dei sequestri di marijuana illegale per ogni punto vendita presente in ogni provincia e a una riduzione dell’8% della disponibilità di hashish […] i calcoli su tutte e 106 le province prese in esame suggeriscono che i ricavi perduti dalle organizzazioni criminali ammontino a circa 200 milioni di euro all’anno”

In una forbice stimata tra i 159 e i 273 milioni.

Si calcola inoltre che ad ogni negozio che vende la Cannabis light corrisponda un calo dei sequestri di Cannabis illegale pari a 6,5 chili all’anno. 

Una “sostituzione” inattesa

I numeri possono sembrare non così significativi, se paragonati a un mercato da 3,5 miliardi. I ricercatori sottolineano però che il vero impatto potrebbe essere molto più vasto, dal momento che la marijuana sequestrata rappresenta solo una parte minoritaria di quella disponibile sul mercato e che la Cannabis light è un “sostituto piuttosto imperfetto della marijuana disponibile sul mercato illegale”, avendo una percentuale di Thc minima e, quindi, “effetti ricreativi molto più bassi”.

Nondimeno…

“Le stime indicano che anche una forma lieve di liberalizzazione può soddisfare lo scopo di ridurre la quantità di marijuana spacciata e i relativi ricavi delle organizzazioni criminali”. 

Ecco quindi – inatteso – l’“effetto di sostituzione” nella domanda tra “Cannabis light” e “Cannabis di strada”, il cui contenuto di Thc è aumentato negli ultimi anni, con una media del 10,8% e picchi del 22%. Ciò lascia intendere che ci sono consumatori che preferiscono il prodotto legale proprio in virtù degli effetti più blandi.

Questo, affermano i ricercatori…

“Suggerirebbe alla politica un approccio misto alla legalizzazione, che da una parte dirotti i consumi illegali verso quelli legali, danneggiando il mercato nero, e dall’altra riduca le esternalità negative associate con l’uso e l’abuso di queste sostanze”.

Dove orientare la Ricerca

La ricerca sul settore è però appena iniziata e non offre elementi sufficienti a stimare i possibili benefici di una legalizzazione più ampia, sul modello di Canada e alcuni Stati degli Usa, fanno sapere i ricercatori.

Studi futuri, conclude il rapporto…

“… potrebbero indagare, nel contesto italiano, l’efficacia di questa blanda forma di legalizzazione sui crimini violenti e non violenti. Questo aspetto assume, per esempio, una rilevanza nel lungo termine, con una più efficiente allocazione delle risorse della polizia verso la repressione e la prevenzione di altri crimini”.

Ed infine…

“… sarebbe positivo stimare le entrate fiscali potenzialmente perdute, il che potrebbe essere un altro argomento a favore della liberalizzazione soprattutto in tempi, come quelli attuali, di stretti limiti alla politica di bilancio.”

Tratto da agi.it

Conclusioni

Ancora una volta, vogliamo sottolineare che il problema “droga” non si sconfigge con la proibizione. E questo studio lo ha ampiamente dimostrato, seppur analizzando una liberalizzazione “minima”.

Con il proibizionismo, invece, si può restare a guardare solo come si alimentino le mafie ed il narcotraffico.

Ecco perchè non bisogna punire chi commercia onestamente e segue le regole; e la lotta alle mafie non può passare attraverso la punizione di innocenti che con le mafie nulla c’entrano.

C’è un mercato nero, a cui nessuno riesce a mettere i sigilli, e che è aperto tutti i giorni, anche di notte, per vendere un prodotto “che sballa” e che fa male. Ma chi compra la “Cannabis light” sta cercando altro. Sono persone adulte, con piccoli problemi di salute, insonnia, dolori muscolari, persone che vogliono smettere di fumare sigarette, o persone che hanno un cattivo rapporto con il thc. Perchè punirle?

Everest S.p.a.

“Solo tra mercoledì e giovedì scorso almeno due persone, un uomo e una donna, sono morte sull’Everest per le troppe persone presenti sulla montagna, che hanno causato lunghe code costringendo centinaia di alpinisti a passare ore fermi in attesa al gelo prima di poter proseguire con la salita o la discesa. Donald Lynn Cash, americano di 54 anni, e Anjali Kulkarni, indiana della stessa età, sono morti entrambi durante la discesa, dopo aver passato ore in fila a più di ottomila metri: la cosiddetta “zona della morte”, dove l’aria è così rarefatta che ogni piccolo sforzo richiede un enorme dispendio di energie.

L’affollamento della montagna è un problema vecchio e noto, ma il governo nepalese non è ancora riuscito a risolverlo. 

Ogni alpinista che vuole scalare la montagna deve richiedere un permesso al governo pagandolo circa 11 mila dollari. Moltiplicati per le centinaia di richieste annuali, i permessi sono una notevole fonte di introiti per il paese, che è sempre stato restio a fare l’unica cosa che secondo molti risolverebbe il problema: ridurli drasticamente. 

Ma in realtà, c’è una soluzione alternativa

Anche in Nepal, lo scopo principale di chi governa non è fare poco per creare le migliori condizioni possibili, ma arricchirsi sulle spalle di chi ci vive e transita. 

Ebbene, noi abbiamo trovato una soluzione per evitare nuove morti e risolvere la situazione dal punto di vista economico: privatizzare l’Everest! 

Questa soluzione condurrà inevitabilmente ad un aumento del prezzo dei permessi, al fine di non congestionare la scalata. Questa minore congestione diminuirà anche le possibilità che chi affronta l’Everest muoia nell’attesa.

Stiamo proponendo qualcosa di folle? Niente affatto! 

Nel governo nepalese, infatti, c’è chi questa proposta la porta avanti da anni: qualche voce all’interno del Ministero del Turismo che, però, finora è rimasta inascoltata. E l’idea non sarebbe la privatizzazione del solo Everest, ma delle più di 1300 vette presenti sul territorio Nepalese.

Link della proposta

Cassazione: E’ reato vendere la Cannabis light. E ora chi paga?

Brusco stop alla crescita della filiera della cannabis sativa: la Cassazione ha dato l’alt! alla vendita di olio, resina, inflorescenze e foglie, ed ora a pagare è un settore nato da pochi anni ma che già impiega, lungo tutta la filiera, dal campo al negozio, circa 10.000 persone, e crea un un fatturato da 150 milioni di euro l’anno (un settore ancora di “nicchia”, ma in veloce crescita). A rischio chiusura dunque non solo negozi e rivenditori online, ma l’intera filiera dei prodotti derivati dalla “cannabis sativa L” (che deve avere un tasso di Thc tra lo 0,2 e lo 0,6%).

Tutto questo perché la norma sulla coltivazione di questa pianta non li prevede tra i derivati commercializzabili: rimane, com’è giusto dire, “muta”. Ma non è il classico “nel silenzio della legge, tutto è concesso”, è un silenzio pericoloso, perchè, lo sappiamo bene, incombe l’ormai noto a tutti “Testo Unico sulle droghe” del ’90. 

Che cosa ha detto la Cassazione?

Il punto di partenza di questa pronuncia a Sezioni Unite della Cassazione è stato proprio la legge sulla coltivazione della canapa (legge n. 242/2016), che mirava a facilitarne la coltivazione al fine di consentire l’uso di alcune parti ma, nel fare ciò, veniva aperta la possibilità (a quanto pare solamente in via interpretativa) di commercializzare parti della pianta notoriamente contenenti “principi attivi droganti”, fissando un limite specifico di principio attivo entro il quale la coltivazione era da ritenere lecita. Per effetto immediato di questa nuova legge, sono sorti molti negozi di ‘canapa light’. 

La pronuncia delle Sezioni Unite chiude un dibattito giurisprudenziale che si era sviluppato attorno a questa legge (a colpi di sentenze tra loro discordanti); e lo chiude in maniera assai netta e di estrema chiusura:

“La commercializzazione di cannabis sativa e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della […] canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole […] e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”. Il fatto però che questi derivati non fossero espressamente vietati ha spinto alcuni negozi a iniziare le vendite.

Di conseguenza, “integrano il reato di “produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope”, le condotte di cessione, di vendita e in genere la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa, salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante”. Un passaggio questo che farà discutere.

Cosa succederà adesso?

Teoricamente in base alla decisione della Cassazione, che deve ancora depositare la motivazione, già da oggi le forze dell’ordine possono sequestrare nei negozi i prodotti della cannabis sativa vietati e denunciare chi li vende. Il Testo di riferimento non torna dunque ad essere (come alcuni dicono) bensì rimane sostanzialmente quello Unico sulle droghe, il “famoso” dpr 309/1990.

Altre info qui

La politica dovrebbe adeguarsi alla società

Merita citare a riguardo il pensiero di Alberto Mingardi (IBL) (La Stampa, 31 maggio 2019)

L’unica cosa certa, in questo momento, è l’incertezza. In Italia ci sono migliaia di esercizi commerciali che hanno aperto presumendo di non commettere alcun illecito.

Esiste una filiera, che d’improvviso si scopre in una terra di nessuno. Che dirà la politica a chi ha impiegato, in perfetta buona fede, i propri risparmi per aprire un’attività di questo tipo? Il nostro è un Paese nel quale la classe dirigente chiama “vittime” individui adulti che avevano investito nelle sei banche fallite e decide di indennizzarli, a carico della collettività. Che fare allora con persone che si sono convinte che le regole del gioco siano cambiate a partita iniziata?

Non avrebbero, paradossalmente, più titolo loro ad essere rimborsate? In tutto l’Occidente, la tendenza generale va nella direzione di una depenalizzazione della marijuana. Negli USA l’uso della cannabis per scopi medici è legale in trentatré stati, l’uso a scopo ricreativo è permesso in dieci, fra cui Washington DC, la capitale dell’impero. Questo riflette un cambiamento profondo nelle abitudini delle persone, che in larga misura ormai considerano questo “vizio” fra quelli ammissibili, persino meno disapprovato del fumo di sigaretta.

In Italia l’uso a scopo ricreativo è vietato ma proprio la moltiplicazione dei negozi di “cannabis light” testimonia forse come la sensibilità al tema è mutata. Ci sono momenti nei quali le regole formali debbono adeguarsi alle norme sociali. È improbabile che questo avvenga nel nostro Paese, dove la cannabis segna l’ennesima frattura fra i due partiti di governo. I quattrini, le aspettative, le speranze di quei quindicimila appaiono un dettaglio trascurabile. Del resto, si tratta solo d’imprenditori privati.

Conclusioni

I complimenti (sarcastici) vanno fatti a chi ha scritto la legge del 2016. D’altronde dalla Suprema Corte di Cassazione non ci si poteva aspettare altrimenti: troppo spesso, infatti, è chiamata a “fare politica” e a supplire, prendere il posto, del legislatore per colmare i vuoti, pur non rivestendo (formalmente) i panni del potere legislativo, specialmente nei settori che hanno a che fare con le scelte individuali di ciascuno e che vengono colpevolmente dimenticati o deliberatamente trascurati dal nostro legislatore. 

La lacunosa legge intorno alla quale è fiorito questo mercato nulla dice sulla commercializzazione dei derivati della canapa e, inoltre, non interviene sull’uso ricreativo della sostanza – tema che in Italia non si è mai voluto affrontare in maniera decisiva – e che, ça va sans dire, rappresenta il “carburante” di questo genere di commercio.

In un quadro normativo del genere, la Cassazione non ha potuto non prendere una posizione, complici anche il disordine portato da una serie di sentenze, contrastanti tra loro, provenienti da delle sue singole sezioni (ecco perché l’intervento della Sezioni Unite).

E, tuttavia, non possiamo dimenticare, come ci ricorda Mingardi, che è stato proprio lo Stato a consentire a questi negozianti di aprire, nonostante una legge lacunosa, a cui hanno anche cercato – invano – di porre rimedio con codici di autoregolamentazione.

Giusta la conclusione a cui approda Simone Cosimi di Wired.it

“Ma l’altro lato della questione è esattamente questo: perché in Italia dev’essere tutto appeso alle sentenze? È mai possibile che interi pezzi di business per un certo periodo di tempo tollerati e per certi versi promossi possano saltare perché chi dovrebbe scrivere le leggi non ne cura l’impatto, la qualità, gli effetti sul medio-lungo periodo, le parti volutamente o meno lasciate in silenzio?”

[Speciale] DIBATTITO SULL’UNIONE EUROPEA

Introduzione

++ … ARTICOLO IN COSTANTE AGGIORNAMENTO! ++

Manca meno di una settimana al voto delle europee.

L’Europa ed il futuro dell’Unione Europea hanno assunto un peso sempre più grande nel dibattito politico del Nostro Paese.

Le due visioni principali e contrapposte prevedono si posso riassumere, da una parte, in una maggiore integrazione e la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa” e dall’altra, in un ritorno ad un più elevato grado di sovranità nazionale, in una sorta di “Europa delle Nazioni”.

Al centro del dibattito che vogliamo fare non ci saranno però le posizioni “mainstream” dell’uno o dell’altro schieramento, che interessano ma relativamente, ma ci concentreremo su quali saranno le libertà ed i benefici che i cittadini europei potranno trarre dal proseguimento oppure dall’arretramento dell’integrazione multilivello del sistema politico ed economico europeo: quale sistema potrà valorizzare al meglio i diritti di libertà?

Posizioni e istanze pro-Libertà infatti possono trovare posto sia all’interno di uno schieramento che nell’altro… l’importante è comprendere come, quanto e in quale modo s’intenda valorizzarle.

Per questo sarà un dibattito interessante per chi come noi ha lo sguardo attento alle libertà individuali, e speriamo, nell’una come nell’altra metà campo, di portare idee, temi e proposte nuove che possano arricchire entrambe le squadre.

Le posizioni del #SI

“L’Unione la voglio elvetica” di @Giacomo Messina

Le elezioni Europee: una tornata elettorale definita da tutti come decisiva, una sorta di referendum pro o contro l’UE. Da una parte i partiti europeisti, che spingono verso una maggiore integrazione sia politica che economica, dall’altra i sovranisti, che chiedono di rispettare la sovranità e le specificità dei singoli paesi.

Opinione di chi scrive è che in realtà le prossime europee non saranno realmente importanti per il futuro dell’Unione quanto per gli equilibri interni dei singoli paesi, poiché potrebbero sdoganare i movimenti sovranisti come partiti di governo e non solo di lotta. Difficilmente ci saranno stravolgimenti nella natura, nella struttura e nei trattati dell’UE, difficilmente la maggioranza al Parlamento Europeo e quindi alla Commissione sarà diversa da quella degli ultimi anni. Certamente il messaggio politico di una forte affermazione dei partiti euroscettici è qualcosa con cui, i partiti tradizionali, dovranno fare i conti se vorranno continuare a sopravvivere.

L’Europa, come Comunità Economica prima e come Unione poi ha indubbiamente raggiunto svariati successi. La creazione di un mercato unico con le quattro libertà di circolazione di persone, capitali, merci e servizi hanno contribuito, insieme alla cooperazione politica tra stati membri, al periodo più lungo di pace nella storia del nostro continente. “Dove passano merci, non passano eserciti” diceva Frederic Bastiat, e così è stato. L’integrazione è continuata con la moneta unica, strumento che ha tolto il potere agli stati di battere moneta a proprio piacimento e creare inflazione, definita la più iniqua delle tasse da Luigi Einaudi, uno dei padri costituenti dell’Italia e del progetto di unificazione tra paesi europei. L’Euro ha tolto potere di imposizione fiscale ai singoli governi, spingendoli verso politiche necessariamente più responsabili e sostenibili nel lungo periodo. Questo è il principale successo della moneta unica, troppo spesso dimenticato, anche da chi si fa paladino della lotta contro le tasse e lo stato interventista. La moneta unica ed il mercato comune chiedevano necessariamente una maggiore integrazione delle economie degli stati che compongono l’Unione. Ecco quindi la necessità del trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, con i parametri introdotti come i famosi 3% di deficit o 60% di rapporto debito/Pil. Necessari per far si che l’Unione monetaria ed il mercato unico continuino a sopravvivere senza sfaldarsi nei momenti di difficoltà di un singolo membro, come nel caso Greco.

Ma l’Unione non è solo utile e necessaria per un migliore sviluppo economico quanto per gli equilibri geopolitici mondiali. Che l’Europa resti unita e forte politicamente è di fondamentale importanza se non si vuole rimanere soggiogati da potenze mondiali come Russia e Cina, o essere sempre subordinati al volere degli Stati Uniti. Non fraintendete, sono un Atlantista convinto e ritengo gli USA un partner fondamentale, oltre che un modello a cui guardare ed aspirare. Ritengo però che gli interessi strategici di USA ed UE possano talvolta divergere, come per la questione del Nord-Africa, soprattutto adesso che l’America sembra dirigersi verso un maggior isolazionismo ed un minor interventismo. Una unione forte economicamente, politicamente e militarmente, con obiettivi condivisi e chiari può fare gli interessi del popolo europeo meglio dei singoli stati e difendersi dalle mire espansionistiche ed egemoniche di Russia e Cina che rimangono ancora troppo lontane, e di fatto nemiche, del modello democratico, liberale e di mercato che caratterizza le nostre democrazie e le nostre economie. I popoli europei sono già estremamente integrati tra di loro per culture, tradizioni e storia, l’Europa è già la patria comune di milioni di persone, tanto quanto lo sono i singoli stati, regioni e comuni che caratterizzano la struttura del nostro continente.

Proprio da questa particolarità e da questa specificità derivano tutte le difficoltà e le problematiche riscontrate dall’UE nel corso degli ultimi anni. Non essere stati in grado di capire che l’Unione non può essere gestita centralmente ed unicamente da Bruxelles, Strasburgo o Francoforte, con direttive e leggi che valgono a tutti i livelli e per tutti gli stati, senza riconoscere l’unicità di ogni singolo territorio ha creato malcontento e delusione. Più un governo ed un parlamento sono lontani dal cittadino più è minore l’accountability e l’assunzione di responsabilità da parte dei politici. Più si è lontani dal territorio, minore è la conoscenza dello stesso e la capacità di legiferare in suo aiuto.

L’Unione soffre di un deficit democratico di non poco conto, i cittadini sono scarsamente rappresentati e le cariche decisive non sono elettive bensì per nomina. Gli organi e le istituzioni con poteri legislativi ed esecutivi sono proliferati nel corso degli anni: Commissione Europea, Consiglio dell’Unione Europea, Consiglio Europeo, Parlamento Europeo. Spesso con compiti simili o in contrasto tra di loro, con sedi multiple, e migliaia di dipendenti, tutto pagato dai contribuenti.

L’UE si sta, poco alla volta, trasformando in un superstato, centralizzato in cui tutto deve essere pianificato, controllato e regolamentato. Dove, ad esempio, la concorrenza fiscale tra paesi e territori è malvista. Continue sono in questo senso le richieste di armonizzazione fiscale tra stati. Chi si auspica questa convergenza fa il male tanto dei paesi virtuosi che verrebbero enormemente danneggiati per la sola “colpa” di essere più efficienti ed essere stati in grado di avere meno spesa ed uno stato più leggero, incoraggiando invece gli Stati che hanno accumulato nel corso degli anni spese clientelari e debito a cause delle inefficienze del settore pubblico e di regalie elettorali.

L’Unione Europea come tutti gli organismi composti da burocrati e politici che hanno perso il contatto con la realtà dei territori si è impegnata a legiferare e regolamentare il più possibile, aumentando il peso normativo in capo agli stati membri. Dalle PAC, alla Politica Comune della Pesca che si occupa persino di stabilire le quote di pescato per ogni paese, a concludere con leggi assurde che determinano le dimensioni e l’aspetto di frutta e ortaggi. Non c’è ambito in cui l’UE non si sia presa la briga di stabilire norme e regole. A questa invasività e pervasività che i cittadini europei si stanno ribellando, a partire dalla Brexit.

L’Unione Europea dovrebbe essere un grande organismo di collaborazione tra territori, ancora prima che tra stati, che condividono una politica estera e militare comune, mercato e frontiere comuni, con una politica migratoria condivisa, incoraggiando lo sviluppo delle economie di mercato e della democrazia liberale. Deve essere un baluardo della difesa delle libertà acquisite dai popoli occidentali, contro le minacce provenienti al resto del mondo. A questo scopo non è necessario avere decine di organi politici e migliaia di dipendenti e burocrati. Non è necessario avere leggi e norme che regolino ogni aspetto della vita umana.

L’esempio da prendere in considerazione per il futuro dell’Unione è un paese che fa parte dell’Europa, molto vicino a noi, ma spesso ignorato: la Svizzera. Uno dei sistemi più democratici e liberi al mondo, uno dei paesi più ricchi, con standard di vita più alti e minor disuguaglianze. Ricreare il sistema di governo Svizzero a livello continentale dovrebbe essere l’obiettivo da porsi per chi ha a cuore il futuro dell’Unione.

“Un’Unione Libertaria?” di @Mike Sciking

L’integrazione europea è un processo interessante e se ben applicato positivo. Tuttavia i partiti odierni lo fanno male: Chi dice sì vorrebbe spesso un Superstato assistenziale, con l’obiettivo di accedere alle ricchezze delle nazioni più sviluppate sulla falsariga della “solidarietà regionale” italiana, chi dice no spesso vuole Nazioni sovrane come quelle novecentesche: protezionistiche e che mettono l’Individuo al servizio dello Stato.

Bisognerebbe guardare al modello proposto dal Liechtenstein di Stato come pacifica impresa di servizi fortemente decentrata e al servizio dell’individuo, ma non potendo pretendere che tutto il mondo segua il nostro modello può avere senso un unico esercito europeo, affiancato da cittadini europei armati su modello USA o svizzero, come deterrente più forte rispetto ad un tot di eserciti nazionali, ma le restanti decisioni devono essere prese il più localmente possibile: Prima l’individuo, poi la famiglia, poi il comune, poi la provincia, poi la regione, poi lo stato, solo in ultima istanza, l’unione.

 … continua

Le posizioni del #NO

“L’Europeismo è il vero anti-europeismo”

Se le elezioni europee de 2014 avevano segnato (si può dire) “l’ultima” chiamata, l’ultima occasione concessa dai cittadini europei ai partiti tradizionali per provare a cambiare l’Europa, quelle del 2019, se non segneranno la “fine” dell’Unione per come la conosciamo, certamente rappresenteranno una “batosta” (almeno secondo i sondaggi) o comunque un “giro di boa” che imporrà una seria riflessione e più di un ripensamento per come si è fatta la politica in Europa, dal 1992 con Maastricht, fino ad oggi. 

In particolare – eppure già allora si parlava del “pericolo sovranista”, dell’“avanzata degli euroscettici” – i risultati emersi dalle urne del 2014 per i partiti “europeisti” furono ancora nettamente maggioritari. Tuttavia, quel consenso ancora forte è stato sprecato in questi cinque anni, che invece hanno visto il successo – prima con qualche buon risultato, poi con una rimonta sempre più incalzante – di formazioni euro-scettiche, che hanno anche nel frattempo conquistato parecchie cancellerie negli Stati membri. Chi pensa che questo non cambierà in alcun modo gli equilibri dell’Unione dopo il 26 maggio e che, bene o male, con una raffazzonata coalizione europeista post-voto, frettolosamente assemblata nell’emiciclo del Parlamento Europeo, si possa “tirare a campare invece che tirare le cuoia” in attesa di tempi migliori s’illude.

Data l’incapacità dei partiti, tradizionalmente europeisti, non solo di far fronte alle sfide e ai problemi dei popoli europei ma anche di portare a compimento gli stessi obiettivi che oggi ripropongono, non c’è modo di credere che, qualora fossero riconfermati per altri cinque anni, essi possano spenderli meglio di come hanno fatto con i precedenti cinque.

Forse il sovranismo ed il populismo (nei significati che vengono loro attribuiti oggi per la maggiore)  sono una risposta sbagliata, ma tuttavia sono la reazione ad un Processo di Unificazione europea totalmente irragionevole. E non è detto che, dall’altro lato, l’europeismo brilli per razionalità e lungimiranza.

Perché il processo di integrazione europea è irragionevole? Perché si è pensato di fare l’Europa contro la natura dell’Europa. 

Se si guarda l’Europa da lontano si vede solo un piccolo lembo estremo dell’Asia, sembrerebbe quasi una delle sue numerose protuberanze. Perché però non la identifichiamo con l’Oriente? Per la sua Civiltà, che noi chiamiamo, appunto, Occidental. E questa Civiltà è sempre stata caratterizzata, in tutta la sua lunga Storia – e da lì ha avuto il suo successo – dal pluralismo istituzionale, e cioè nel fatto che Roma era Roma, Firenze era Firenze, Venezia era Venezia, le città Anseatiche erano le città Anseatiche, le Fiandre erano le Fiandre, eppure così piccole ed insignificanti erano tutte realtà che consideravano il Mondo come il proprio Orizzonte, coltivavano grandi ambizioni e hanno fatto grandissime cose: l’Europa infatti esplode dal punto di vista culturale, economico, artistico e “parte” letteralmente alla conquista del Mondo proprio quando la competizione istituzionale è altissima.

L’Europa era questo, ed è stata per molto tempo questo: una grande complessità, un “piccolo e litigioso continente”, dove il potere politico era debole, ma questa debolezza era compensata da una società forte. Il Potere era sempre stato localizzato, quindi debole, ma la società era forte, una società fatta di mercanti, di banchieri, di intellettuali. 

Il processo di centralizzazione e di cartellizzazione del potere, cioè l’unificazione europea, è un processo anti-europeo, ed è un processo che non può che creare problemi e tensioni all’Europa. 

Forse populismo e nazionalismo sono anch’essi figli di questo processo: un processo che ha portato a concentrare sempre di più il potere, e che ha creato i grandi Stati-nazione… ma al tempo stesso lo è anche il processo “europeista”, che invece di fermarsi ad un certo punto, ha voluto proseguire, e che per questo non si discosta molto dal suo “rivale” (che è per questo solo virtuale): laddove c’è chi vede 27 Stati, c’è qualcuno che ne vede soltanto Uno. Possono essere poi tanto diversi?

Come poi si possa immaginare di vivere in un unica società politica di 510 milioni di persone, poco meno del 7% dell’intera popolazione mondiale, che non sono in grado di capirsi fra di loro… non è dato, ancora oggi, a sapere… Non abbiamo un “dibattito pubblico” a livello europeo, gli elettori nei vari Stati membri, e che qualcuno vuole “europei”, stanno sì parlando di Europa, ma lo stanno facendo tra di loro, senza più di tanto interscambiarsi con gli altri a livello europeo. Eppure, se si sposta lo sguardo a pochi secoli fa’, tra il ‘700 e ‘800, c’era un dibattito che poteva dirsi “europeo”, nelle Coffee Houses, nei Salotti, nelle Accademie intellettuali. Certo, un dibattito di un circolo ristretto di persone, di un elité altamente istruita, ma c’era un dibattito pubblico.

Ma oggi, con livelli di istruzione che non sono quelli del passato (che erano ristretti a poche persone), con la completa alfabetizzazione dei cittadini europei, con i social, internet… ci sono degli spazi di discussione pubblica europea veramente coinvolgenti e non targettizzati su gruppi di persone che, più o meno, la pensano esattamente allo stesso modo? No! E come potrebbe essere? Non ci sono nemmeno i giornali europei! Gli “europei” non leggono gli stessi giornali, non guardano le stesse televisioni, vivono in universi separati.

E dunque alla fine, non è forse vero che tutte le costruzioni “europee”, che vogliono una Grande Europa Unita, non sono forse tutte costruzioni elitarie, calate dall’alto, che pretendono di essere un fattore di liberazione e di apertura, ma che in realtà non lo sono? Nel momento in cui si instaura un Potere così lontano e così fuori dal nostro controllo, finisce inevitabilmente per essere qualcosa di molto pericoloso, anche se magari così non lo percepiamo (anche perché, di solito, lo si percepisce quando è già troppo tardi). 

Il problema è che, quando si ha una costruzione unitaria e monolitica, con la stessa legge, la stessa politica… dov’è che si può trovare un luogo per uscire da una situazione infelice, in cui non ci si trovi bene? Oggi molti dicono “Ma io espatrio, vado via dall’Italia, qui non mi trovo più bene!” Ok, ma se poi l’Unione europea è uno Stato Unico, e magari non ti trovi più bene, dove te ne vai? In Russia? In Egitto? Ecco perché è importante la concorrenza tra giurisdizioni, la concorrenza tra sistemi, e non l’armonizzazione, la centralizzazione.

In Economia si definisce “cartello” un gruppo di imprese che si coalizza per poter più facilmente controllare tutto il Mercato; succede la stessa cosa in politica! I Governi, sempre più in difficoltà nel loro controllo locale-nazionale, stanno tentando di cartellizzarsi. Dal Walfare (“Salario Minimo europeo”, “Reddito di cittadinanza europeo”) al Fisco (“Ci vuole l’armonizzazione fiscale! Non è possibile che l’Olanda potrà continuare a farci concorrenza attirando capitali con tasse sui profitti ultra basse”) ai Commerci (“L’UE deve restare Unita! Altrimenti ci compreranno i Cinesi!”).

Ma un “cartello” è efficace se punta a monopolizzare il Mercato… e con il 7% della popolazione, il 15% dell’import-export globale, il 30% del PIL mondiale cosa si vuole cartellizzare precisamente? C’è la Cina, la Corea, il Giappone, l’Asia intera, gli USA, le Americhe, e nessuno può prevalere più di tanto sull’altro perché viviamo in un mondo Globalizzato, e ciò significa che tutto quello che noi usiamo e acquistiamo, di fatto, è il risultato di un’interazione globale, dove noi, gli “europei” abbiamo un nostro ruolo, certo, ma siamo TRA i player globali, non IL player globale. Al più si può fare un cartello piccolo, e quindi del tutto inutile, se non, nel caso europeo, pure costoso.

Le leadership europeiste si lamentano per il riemergere di vecchi nazionalismi, ma non si chiedono IL perché: e la colpa è da attribuire a quella stessa leadership politico-culturale che ha voluto e che esce da Maastricht e Lisbona: il “luogo-comunismo” fatto e finito, i “luoghi comuni” puri e semplici, per cui: “l’Europa è una buona cosa!”, “Più poteri all’Europa!”, “Facciamo uno Stato Europeo!”. Slogan che alla fine, accumulandosi i problemi sotto i colpi di una lenta ripresa economica, hanno presentato il conto. 

Un’Europa che si è voluta allargare, prima 6, poi 15, infine 27-28, domani facciamo pure 30… finché non arriviamo alla Turchia… e perché la Turchia non la vogliono far entrare né i sovranisti né gli stessi europeisti? Eppure è sempre stata presente nella Storia europea! La sua città più grande, Istanbul (l’abbiamo chiamata per secoli Costantinopoli) è pure in Europa! Più si allarga e più la si vuole allargare, più questo progetto non può funzionare! E se i primi segnali di cedimento sorgono già con un allargamento a 27-28 paesi, figuriamoci cosa potrà accadere se il processo dovesse estendersi non più in orizzontale ma in verticale, in un solo Super-Stato…

Certo, non dobbiamo per forza essere isole nel deserto, non accadrà che gli Stati Europei dopo il 26 maggio si chiuderanno dentro i propri confini: ma l’Europa non può che essere solo uno spazio, con identica cultura, di mercati, di cooperazione tra popoli (considerati sia come privati che come amministrazioni pubbliche) ma niente di più. E non c’è nulla di misero in questo, anzi, per secoli è stata proprio la base della nostra forza e della nostra supremazia: è quello che siamo e che siamo sempre stati.

Non saranno certo i famosi “Stati Uniti d’Europa” che – come progetto – già oggi nulla ci offre in garanzia per ritenere che il pluralismo istituzionale, che ci ha sempre contraddistinti e che è stata la nostra forza nonostante fossimo il “piccolo e litigioso continente” verrà rispettato.

“Sognate la Svizzera ma avrete il Soviet”

In un bell’articolo scritto da Alberto Mingardi (IBL) di qualche tempo fa si trova una delle migliori immagini di cosa sia diventata l’Europa: “L’Europa doveva nascere come una Svizzera, è diventata come una Francia e rischia di diventare quello che è l’Italia”.

Doveva essere uno spazio di mercato fra realtà istituzionali in concorrenza, è diventato un super-stato e rischierà di finire spaccata tra un Nord più produttivo ed un Sud invece meno, ma comunque tra culture troppo distanti l’una dall’altra.

Analizzando l’unificazione europea partendo a quella italiana, che è stata un disastro, si può ragionevolmente prevedere quale tipo di disastro sarà l’unificazione europea se mai verrà fatta;

Pensiamo anche solo al perché i nostri imprenditori, italiani ed europei, vadano in Romania o in Bulgaria ad investire, e non lo facciano invece da noi? Perchè? Perché a causa del meccanismo italiano, il Sud assume le difficoltà di tutte quelle zone che hanno sì delle difficoltà – ma che hanno però dei buoni livelli di sviluppo – ma senza averne i rispettivi benefici. Infatti, se si va in Romania si trova una tassazione bassissima, una regolazione bassissima, un costo del lavoro che è calibrato su quello che è quel tipo di società, economia, produttività;

Ma se andiamo invece in Calabria, cosa troviamo? Regolamentazione, pressione fiscale e costo del lavoro pensati per il centro-nord. Andreste dunque ad investirci? No! E questo anche senza considerare un’altro fatto cruciale, cioè il meccanismo della redistribuzione della ricchezza, di cui l’Italia rappresenta efficacemente un esempio di “trappola”: perché una parte del Paese subisce una pressione fiscale altissima, una sottrazione di risorse, che la penalizza, e l’altra parte, che viene distrutta dall’afflusso di risorse. Due situazioni complementari, e che non sono positive né per una parte né per l’altra.

Se pensando all’Italia guardiamo all’Unione Europea che prospettive possiamo aspettarci? Quella di essere tutti assieme (il Nord come il Sud) il “Mezzogiorno d’Europa” (assieme ad altri paesi come Grecia, Spagna e Portogallo), e non servirà attendere gli “Stati Uniti d’Europa” per vederlo. Di fatto ci stiamo già avviando verso questa prospettiva, perché le istituzioni europee ci hanno dato e ci stanno progressivamente promettendo tutta una serie di sostegni riguardanti il nostro debito pubblico, e così via. Poiché noi non possiamo affrontare i problemi da soli alle difficoltà, perché sarebbero troppo gravosi, allora saremo accompagnati per mano, in maniera assistenziale e alla fine improduttiva, dall’Unione Europea, attraverso operazioni legate alla moneta, al debito, ecc.

Suona bene, certo, però non funziona e non funzionerà, perché non esiste Società che sia cresciuta attraverso l’intervento pubblico, statale o “europeo” che si voglia.

E’ bello “sognare” un’integrazione europea su modello svizzero, ma è appunto un “sogno” ad occhi aperti: innanzitutto perché le forze politiche che, concordi in un’Unione più integrata politicamente o anche a formare un unico Super-Stato, che vogliono realmente la “Svizzera” sono poche, minoritarie e relegate ai margini dei Grandi Giochi che si svolgono a livello europeo. Dal punto di vista culturale, economico, religioso, linguistico, anche geografico la Svizzera è tale perché è la Svizzera (tautologia voluta), rappresenta un “unicum” difficilmente replicabile negli altri paesi continentali. Pensare che l’UE possa diventare una “Svizzera, ma più in Grande” è di per sé antitetico. Svizzera ed Europa sono un ossimoro fra di loro: non a caso la Svizzera si è sempre posta, nonostante la contiguità geografica, fuori dall’Europa e dai processi che per secoli l’hanno governata. E non a caso, quando anche la Svizzera (di cui si vorrebbe copiare il modello) dovette decidere se entrare nello Spazio Economico Europeo nel 1992 votò contro (sia i cittadini che la gran parte dei cantoni). Da lì si sono certo sviluppate forme di intesa, ma tramite normalissimi accordi bilaterali, che si sono sempre fatti tra gli Stati.

Molto più probabile che finisca come è iniziato l’articolo: “L’Europa doveva nascere come una Svizzera, è diventata come una Francia e rischia di diventare quello che è l’Italia”.

… continua

Perché i Poveri devono vivere in Case Brutte?

Uno dei tanti temi che ha più riempito i notiziari in questi ultimi tempi è quello dell’edilizia residenziale pubblica, ovvero edilizia popolare, e cioè quelle operazioni di edilizia che vedono l’amministrazione pubblica offrire ai cittadini delle soluzioni abitative a basso costo.

Nel giro di una settimana si sono susseguiti due fatti eclatanti: ovvero, le proteste da parte dei residenti del quartiere di Casal Bruciato a Roma, cui si è aggiunta una mobilitazione da parte di un gruppo fascistoide, contro una famiglia di origine rom a cui era stato assegnato, attraverso un bando del Comune, un alloggio popolare; ed il gesto del card. Konrad Krajvesky – elemosiniere del Santo Padre (ufficio della Santa Sede che ha il compito di esercitare la carità verso i poveri a nome del Papa) – che ha rischiato la propria incolumità per riattaccare l’elettricità in un edificio occupato (e quindi pieno di abusivi).

Per parlare di questo tema pensiamo si debba partire da due punti fondamentali:

Il primo è che la proprietà privata è sacra ed inviolabile; il secondo è che l’edilizia popolare pubblica, in ultima analisi, nonostante le buone intenzioni che vi stanno dietro, porta comunque alla creazione di profondi disagi e tensioni sociali. Un altro punto che, in realtà, bisognerebbe tenere a mente, è che, come diceva Milton Friedman, “non esistono pasti gratis”.

Andiamo ora, perciò, a vedere perché l’edilizia popolare “non s’ha da fare” e cosa può essere fatto, invece, per aiutare chi non ha i mezzi economici per garantirsi un tetto sopra la testa: che è poi il fine ultimo di tutte le proposte politiche che ascoltiamo, ma che, sovente, non risolvono mai alcun problema.

C’è chi dice che la Casa – come migliaia di altre cose, oramai – sia un “Diritto”. Questa affermazione, tuttavia, è errata.

Non sta scritto da nessuna parte, nemmeno nella nostra Costituzione, “la più bella del mondo” (sic!), che debba essere fornito un alloggio ai meno abbienti. Ci ha però pensato la nostra Corte Costituzionale a riempire quella mancanza, da Paese del Socialismo reale quale siamo. Ed infatti, possiamo leggere un profluvio di belle e giuste affermazioni (per carità): “… è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione” (Sent. n. 49/1987); oppure “Il diritto all’abitazione rientra, infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione” (Sent. n. 217/1988); “Il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona” (Sent. n. 119/1999), e via discorrendo…

Tutte cose giuste e vere, bellissime… che si sono tradotte in? Nulla, assolutamente il nulla. Nessuno di questi richiami ad diritto alla casa è servito, nella realtà, a concretizzare un vantaggio palpabile per chi la casa la chiedeva. Questo ci dovrebbe far capire quanto i “diritti” siano bellissimi scritti su carta, ma poi, alla fine del paragrafo, li devi anche concretizzare… e se non si sa come concretizzarli, è un bel problema!

Quindi la Casa è un diritto? E se sì, si tratta di una richiesta sensata ed eticamente da appoggiare?

La risposta è No! Se si accetta che chiunque abbia diritto ad un’abitazione, significa dire non solo che si caricano gli altri, che una casa ce l’hanno e se la sono pure pagata (che strano!) di pagare per chi, invece, non può (o non vuole!) per ragioni di giustizia sociale, ma si dovrebbe accettare anche – dato che le risorse sono scarse e non si possono costruire case popolari ad libitum – che in caso di neccessità la proprietà privata possa essere violata per una qualunque ragione – e che quindi il modo migliore per garantirsi una casa sia di occupare una abusivamente o, peggio – come alcuni suggeriscono – che un Ente dello Stato possa espropiarla a chi la tiene (magari abbandonata) per darla a chi ne ha bisogno, sempre per ragioni di giustizia sociale. Una situazione da regime comunista puro.

Ma, se la casa non te la paghi e, anzi, o te la costruisce qualcuno che soldi propri non ce ne rimette o te la occupi pure, si arriva al punto che chiunque possa dichiarare di aver diritto all’alloggio che più gli si confà. E quindi perchè non occupare abusivamente la terrazza Campari a Milano? Perché tanto chi beve lì lo spritz può andarselo a bere anche da un’altra parte, tanto i mezzi economici li ha… e poi vuoi mettere con la vista Madonnina?

Torniamo, dunque, per un attimo, all’affermazione per cui “non esistono pasti gratis”. Infatti, nel corso dei decenni la cultura del “Welfare State” ha instillato nelle menti di molte generazioni l’idea che esso sia una sorta di “cornucopia”, per cui non c’è bisogno di preoccuparsi per il futuro (degli altri, ovviamente). Un esempio sono proprio i progetti di edilizia residenziale pubblica, che sono stati spesso presentati come “gratuiti”. Ovviamente lo scopo non era quello di dare una casa (come se non esistesse o fosse mai esistito un mercato edilizio fiorente, sopratutto se parliamo degli anni ’50-’60-’70 – quando si inaugurò la stagione dello ‘Stato impresario’), ma quello di creare un blocco di persone a carico, dipendenti dalla mano pubblica e per questo a lei grati.

Ma nesuno si è preoccupato di dire loro in che modo lo Stato soddisfacesse i loro bisogni: con le risorse sottratte ad altri. Anzi, istituzioni, cariche dello Stato, politici, sindacati, partiti – nel corso dei decenni – si sono preoccupati di nutrire queste persone con belle parole, con un sacco di “diritti”, in modo che fossero loro riconoscenti e che in cambio non facessero mancare il proprio sostegno elettorale… ma chi poi ha pagato per tutto questo?

Queste “istituzioni” hanno avuto poca comprensione economica, non sanno che la produzione deve necessariamente precedere il consumo. Invece lo Stato ha incoraggiato questa filosofia di pensiero – in modo che gli elettori percepissero un senso di euforia immediato – e quindi infischiandosene del futuro. Eh sì, perché va ricordato che, per quanto buone le intenzioni possano essere, ogni intervento pubblico va considerato come un modo per consolidare, o spostare verso di sé, il consenso dell’elettorato.

Il risultato di tutto questo? Basta farsi un giro nelle nostre periferie… (alla meglio) belli i casermoni? i palazzoni fatiscenti? (alla peggio) le vele di Scampia? il Corviale? gli ZEN?… già perchè se tanto mi da tanto, fai già che per molti è comunque meglio che sia lo Stato a costruire le case – seppur brutte, piccole e malfamate dove piazzarci i poveri, “però almeno avranno un tetto sulla testa” – piuttosto che ad occuparsene sia il Mercato. E tutto questo anche a costo di lasciare tutto, specie nei contesti più degradati, a criminalità ed abusivismo, in poche parole – qui sì – alla vera “legge del più forte”.

Ma, oltre ai luoghi fatiscenti e malfamati, si aggiunge il problema che, con l’attuale sistema dei bandi, capita molto spesso che una famiglia riceva un appartamento perché soddisfa i requisiti e poi resti lì vita natural durante, anche quando il loro bisogno è cessato e altri ne avrebbero più diritto.

Al netto di tutto ciò, c’è ancora chi persevera con l’idea per cui, in realtà, l’edilizia pubblica nel nostro paese sia di dimensioni minori rispetto ad altri paesi (l’esempio della Francia si fa di solito) e che, anzi, servirebbe che lo Stato s’impegnasse a costruire di più! A questi signori basterebbe ricordare che il fallimento dell’edilizia pubblica è sotto gli occhi di tutti, oltre al fatto che quartieri dell’edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti» e diventano occasione per occupazioni illegittime, oltre al fatto che ci sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici (altro che espropriare gli immobili sfitti o abbandonati dei privati!)

Ma cosa fare, ovviamente, se talune famiglie non possono permettersi gli affitti o le rate di un mutuo?

Innanzitutto, ricordarsi che è proprio l’intervento pubblico a tenere alti, o alzare, questi prezzi. Ci sono tanti modi in cui questo viene fatto: dalla semplice inflazione, dovuta alla politica monetaria (nel nostro caso decisa a livello europeo), ai divieti che non permettono all’offerta di incontrarsi con la domanda. In un mercato non regolato, infatti, nel momento in cui affitti e prezzi cominciano ad aumentare, i costruttori di case costruirebbero altri alloggi per soddisfare la crescente domanda. Noi, però, viviamo in società iper-regolate e il mercato immobiliare non è da meno.

Si potrebbe dunque eliminare del tutto l’edilizia popolare, permettendo di costruire abbastanza edifici in modo da incontrare la crescente domanda di alloggi: purtroppo non c’è la volontà politica per farlo; è più facile continuare a regalare “diritti” a spese dei contribuenti.

Altre soluzioni potrebbero essere la dismissione degli immobili pubblici, così da disporre di risorse da reinvestire in settori più remunerativi e destinarne i ricavi alle famiglie in difficoltà. Soldi invece che case. Questo sistema favorisce di più la famiglia bisognosa, che, ricevendo denaro per cercarsi autonomamente un’alloggio, può trovare un appartamento confacente alle proprie esigenze, laddove invece la gestione pubblica non è in grado.

Si pensi al diverso valore delle case popolari rispetto a quello di un appartamento offerto dal mercato privato (che a volte sono manufatti dal valore superiore – nei Comuni più virtuosi e fuori Città) o alle esigenze di una persona anziana o disabile, che potrebbe quindi scegliere un appartamento al pianterreno, piuttosto di accontentarsi di un posto offerto dal Comune, ma magari all’ultimo piano e senza il montascale. Per giunta, c’è il vantaggio – non trascurabile – che la famiglia bisognosa potrebbe cercare un’alloggio nel quartiere in cui ha gli affetti ed il lavoro, e non dovrebbe dunque trasferirsi laddove si sia liberato un appartamento offerto dal Comune. Da ultimo, ci libereremmo dai carrozzoni pubblicci (come l’ATER o l’ALER) pieni di debiti ed insolventi.

Interessante in questo senso anche la proposta dell’Istituto Liberale – L’individualista Feroce di istituire un “Buono Affitto” un sostegno economico alle famiglie con un basso reddito nel pagamento del canone di locazione, sotto forma di tiket (come il “buono scuola” o i “buoni pasto”), tenendo comunque presente la necessaria temporaneità del sostegno (due o tre anni) in modo da ridurre i costi a carico della collettività. Certamente, anche nell’erogazione di aiuti finanziari ci potrebbero essere degli abusi, ma è più facile disdire un bonifico che sgomberare un edificio.

L’ultimo motivo per chiedere l’eliminazione dei programmi di edilizia popolare è relativo ai disagi sociali che questi creano. Infatti, nel momento in cui concedi un “diritto” a qualcuno, tutti ritengono di poterne e doverne avere accesso.

Ed è per questo motivo che, per quanto noi riteniamo il comportamento di Casapound estremamente riprovevole, non ci si può sorprendere quando vediamo scene di questo tipo: è l’edilizia popolare in sé stessa che crea scontri tra chi è assegnatario di un alloggio e chi, invece, rimane fuori.

Per quanto riguarda, invece, il gesto dell’elemosiniere del Papa non bisogna chiedersi se sia legale o meno: non è attraverso la legge che dobbiamo interpretare quello che succede, ma attraverso il buon senso (che talvolta può anche tradursi in legge, ma non è chiaramente così nel caso dei programmi di edilizia pubblica). Il cardinale Krajvesky ha sbagliato, ma non per il fatto che abbia violato una qualche norma del codice penale, ma perchè: primo non è giusto usufruire di un servizio – qualunque esso sia – se non lo si paga; secondo, perchè i costi delle bollette evase e non pagate finisce comunque sulla “groppa” di chi le paga e le ha sempre pagate. Ancora una volta va ricordato che “non esistono pasti gratis”, e il cardinale si è fatto “bello e buono” con i soldi degli altri (poteva semplicemente accollarsi i debiti delle bollette non pagate, invece che scaricare i costi del suo gesto, ancora una volta, sulla collettività).

Insomma, i motivi per eliminare questi programmi sono tanti. Il problema dell’“housing affordability” può essere risolto solo tramite un processo di Mercato, con l’incontro di domanda e offerta… ma lo si deve lasciar lavorare.

Ci chiediamo, dunque, alla fine di questo discorso, se ci sarà mai la volontà politica di affrontare questo cambiamento, diminuendo il ruolo della politica e di leggi, piani e regolamenti, e presentando infine il conto dei tanti pasti scroccati a chi deve sempre e comunque pagare per tutti.

Fuori dal Salone

Dopo polemiche e dibattiti accesissimi durati per giorni alla fine la casa editrice Altaforte è stata esclusa dal Salone del Libro di Torino. Ma, oltre all’esclusione, come se non fosse già sufficiente, gli avvocati del Comune di Torino e della Regione Piemonte hanno presentato un esposto alla procura di Torino – che ha già aperto un’inchiesta – contro Francesco Polacchi, coordinatore di Casapound in Lombardia e fondatore della casa editrice, per denunciare le sue dichiarazioni sul fascismo (“Sono fascista e Mussolini è un grande statista italiano”), e sull’antifascismo, da lui ritenuto “il male di questo Paese“.

Comune e Regione hanno motivato la domanda di esclusione spiegando che la presenza di Altaforte al Salone stava causando un grave danno di immagine all’evento e alla Città e aveva anche reso impossibile una lezione agli studenti di Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, che aveva annullato per protesta la sua presenza. Decisione di cui, Regione e Comune, hanno detto di assumersi la “piena responsabilità politica”.

E’ difficile parlare neutralmente di quanto successo perchè, non bisogna nascondersi dietro un dito, stiamo parlando dell’esclusione di una casa editrice che si rifà ad un movimento politico che sposa (e sposa lei stessa) apertamente idee fasciste: pertanto un moto di indignazione all’idea che una casa editrice così potesse prendere parte ad un esposizione, come tante altre, è comprensibile. Ma all’indignazione deve seguire poi la ragione.

La tentazione di voler censurare, limitare il più possibile la diffusione di ciò che non piace sentire per alcuni è molto forte di questi tempi… ed è pure possibile rivolgersi a delle amministrazioni pubbliche per chiedere ed ottenere un loro intervento, dato che queste sono ovunque e sono coinvolte in tutti gli aspetti del vivere sociale: tanto basta assumersi la “piena responsabilità politica”

Ma poi, domanda rivolta a tutti – liberali, individualisti, statalisti, collettivisti, insomma all’universo mondo: Siete contenti? Siete contenti di questo Stato che può intervenire, col pretesto dei patrocini (quindi i soldi di tutti) ad essere decisore di ultima istanza di chi sta dentro e chi sta fuori? Chi è conforme e chi è difforme? Siete contenti? E il prossimo passo?

Ecco perchè quando si proclamano i diritti, come quelli della libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, se poi si cominciano a fare i distinguo è la fine! Allora vale tutto! Vale tutto! A favore o contro chiunque!

Le varie motivazioni che si sono addotte per motivare l’esclusione della casa editrice non gradita sono tutte più o meno riconducibili ad un’unica giustificazione di base: il Paradosso di Popper, per il quale è lecita l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa, come condizione necessaria per la preservazione della società aperta.

Stano che gli appartenenti al mondo della cultura, che ruota attorno al Salone – che dunque hanno letto molto e che molto, per questo, dovrebbe sapere – abbiano offerto una lettura così misera e banale di Popper. Il filosofo ed epistemologo austriaco non ha mai inteso né che “si debbano sempre sopprimere le manifestazioni di filosofie intolleranti”, né offrire una facile giustificazione a chi, comunque intollerante (benché tale non si consideri), voglia ridurre al silenzio altri intolleranti (o che tali egli considera). Non solo, Popper ci offre anche dei limiti, e sostiene infatti che finché il contrasto con argomentazioni razionali è possibile, “la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni”.

Ed è infatti quello che è avvenuto. La campagna contro Altaforte non ha dato i risultati sperati, e non li ha dati perché non c’erano i presupposti indicati da Popper per giustificare una soppressione dell’intolleranza. Ed è finita esattamente come Popper avvertiva.

Ed ecco dimostrato empiricamente cosa accade quando pochi intolleranti (Wu Ming, ZeroCalcare, Carlo Ginzburg, Pif e altri – non che siano intolleranti in generale, ma in questa precisa occasione si sono comportati come tali) prendono il sopravvento sui più, tolleranti, per mezzo di amministrazioni pubbliche loro compiacenti, e riescono poi a dettare la linea e a prevalere. Non proprio un esempio di “società aperta” quindi.

Nemmeno una campagna pubblicitaria da milioni di euro avrebbe saputo portare tanta notorietà e prese di posizione favorevoli ad una piccola casa editrice che, detta brutalmente, nessuno conosceva o si filava e che era candidata a passare del tutto inosservata nel prosieguo della manifestazione.

Certamente siamo consapevoli che questa lettura di ciò che dice Popper non sia stata una semplice “svista”, ma un’interpretazione di comodo. Ma, in sintesi, se il Salone del Libro, cedendo alle richieste (leggasi “ricatti”: “non partecipo se…”) di pochi, ha voluto dare una dimostrazione di ciò che si deve fare per difendere la “società aperta”, nella quale fiorisce la democrazia, si può dire che sia riuscito a “cannare in pieno”, offrendoci invece un esempio di “società chiusa”, senza morale, dove prospera l’autoritarismo (in questo caso delle idee). Se poi pensiamo al “tema” scelto quest’anno (“La cultura non contempla frontiere o linee divisorie, la cultura i confini li salta. Supera divisioni, frantuma muri, balza dall’altra parte”) ciò fa ancora più impressione.

Discorso a parte merita la posizione di Halina Birenbaum che, avendo lei dovuto subire le persecuzioni di quegli stessi che Casapound oggi vorrebbe ri-valorizzare, certamente non avrebbe avuto piacere vedere chi nega che lei abbia subito quello che, nei fatti, ha dovuto subire (“Ho sofferto troppo per stare con persone che propagano idee per le quali ho perso la mia famiglia e l’infanzia”): e quindi non si può tacciare certamente la Birenbaum di essere intollerante.

Certo, noi non ce la sentiamo (pur comprendendo la sua situazione) comunque di giustificare l’espulsione di Altaforte, soprattutto per come la posizione della sopravvissuta di Auschwitz è stata usata, ovvero come pretesto da parte di due enti pubblici per allontanare un editore non gradito (in barba comunque ai principi costituzionali che si sono impegnati “a riconoscere e a promuovere”) e per come, poi, tale decisione abbia finito per risolversi a danno della stessa: il diffondersi del negazionismo dell’olocausto (terribile) va combattuto ed affrontato con argomentazioni razionali, diffondendo il più possibile la testimonianza e la memoria, che sono le armi più efficaci e temibili contro queste follie revisioniste, anti-storiche e anti-umane.

Ma laddove il dialogo e la dialettica hanno fallito, è riuscito (ancora una volta) il Mercato: in una battuta dell’editore Polacchi (“abbiamo fatto in quattro giorni il fatturato di quattro anni”) è riassunto il fallimento di chi, alzando il pugno per combattere battaglie non richieste da nessuno, si è arrogato il diritto di decidere per tutti. Infatti, benché alla fine sia stata esclusa da un Salone, non essendo questo Paese ancora giunto ad adottare un livello di censura così diffusa per i contenuti non graditi, è stato possibile acquistare comunque on-line (e anche alla Feltrinelli – che coerenza) le pubblicazioni di Altaforte che, da casa editrice sconosciuta, è salita ‘vento in poppa’ nelle classifiche delle vendite; inoltre, ora tutti la conoscono, e per di più, molti, che magari non la pensano come l’editore, hanno acquistato comunque le sue pubblicazioni “per solidarietà”.

Ed è da fare una riflessione obbligata su quanto quello che diciamo sia vero. Il Mercato, quanto più libero, la “mano invisibile”, sono tutte cose Vere e l’hanno potuto sperimentare anche chi, come Casapound&Friends, magari del Mercato, come lo intendiamo noi, non hanno una grande simpatia. Grazie alla singole libertà di chi ha cliccato “acquista articolo” hanno potuto beneficiare delle preferenze di molti, laddove invece, le preferenze di pochi avrebbero portato alla loro esclusione, all’impossibilità di far conoscere i propri prodotti, e, quindi, a raccogliere i frutti del proprio lavoro. E l’hanno sperimentata anche colore che, ebbri dal fatto di aver vinto una, piccola, “battaglia”, hanno poi perso la “guerra”, e hanno ottenuto l’esatto opposto di quello che avrebbero voluto.

E quella offerta dal Mercato è una libertà che premia anche chi non la riconosce: e forse, su questo, ci si dovrebbe pensare un pò su.

Game of Thrones mostra i problemi del potere centralizzato

La serie televisiva ci consente di vedere ciò che accade quando degli esseri umani, ovviamente imperfetti, si contendono lo scettro del comando in una situazione di vuoto di potere e quello che accade, poi, quando essi conseguono il loro obiettivo. In Game of Thrones si vede come nessun singolo personaggio sia adatto a sedere sul Trono di Spade, la cattedra del potere assoluto, così come, egualmente, nessun personaggio, o coalizione, sia adatto ad essere al vertice di un governo centralizzato. La conquista del trono, di volta in volta, da parte di ciascun personaggio, mostra il problema ciclico della politica quando ha a che fare con il potere centralizzato, cosa che, nel mondo reale, sia l’autoritarismo che il socialismo non sono riusciti ad affrontare.

Il problema del Male

È sufficiente scegliere uno qualunque dei personaggi dello show ed il problema della loro inadeguatezza diventa evidente. Iniziamo con degli esempi.

L’adolescente Joffrey Baratheon, che ha seduto sul trono per qualche stagione, era letteralmente un sadico.

Sua madre, Cersei Lannister, che sale al trono dopo la morte di tutti i suoi figli, non è certo migliore: la trappola esplosiva con l’alto fuoco, preparata al Tempio di Baelor, uccide tutti i suoi rivali ma, assieme, anche centinaia di innocenti (compreso, il suo ultimo figlio rimasto, Tommen, che si suicida per la perdita dell’amata, anch’essa nemica di Cercei). Cercei, inoltre, spinge il fratello Jamie Lannister, con il quale ha una relazione incestuosa, a buttare giù dalla torre il giovane Brandon Stark per averli scoperti, per caso.

Il principe Viserys Targaryen – alla morte del cui padre, il “Re folle”, dovette fuggire da Westeros e rinunciare al potere – accecato dall’arroganza e dalla brama di riconquistare il trono perduto, arrivò a promettere a sua sorella Daenerys che avrebbe consentito ad un intero esercito di abusarne se questo voleva dire riconquistare la sua legittima pretesa.

“Quando è posto in una posizione di assoluta autorità, ogni uomo o donna è soggetto alle stesse inclinazioni egoistiche che muovono ciascuno di Noi.”

Questi sono solo alcuni dei personaggi più crudeli e cattivi dello show, ma essi non sono i soli ad essere caratterizzati dalle iperboli tipiche dei tiranni. Nel corso della storia, quando anche altri personaggi assumono una posizione di assoluto potere, compiono anch’essi genocidi, assassinii e torture.

Le teorie sulla natura corruttrice del potere sono innumerevoli, ma rimane centrale per ciascuna l’imperfezione congenita dell’essere umano. Quando viene posto in una posizione di autorità, ogni uomo o donna è soggetto alle stesse inclinazioni egoistiche e alla paura di perdere il potere che ci contraddistinguono tutti. Questi difetti portano la anche la persona media ad intraprendere azioni di dubbia morale durante il corso della propria storia; ma quando il potere è centralizzato, la capacità di un tiranno di danneggiare gli altri diviene moltiplicata.

In breve, gli esseri umani sono imperfetti e, come possono mostrare altri esempi, anche gli uomini più virtuosi, alla fine, soccomberanno alla propria natura.

Jon Snow e il problema della Rappresentatività

Il “Re del Nord” è il protagonista centrale dello spettacolo ed il miglior candidato a seguire questa regola. Jon Snow agisce come il prototipo di eroe fantastico, un abile combattente ed un leader naturale. Possiamo dire che assomiglia ad un “politico ideale”. Combatte per i bisogni della sua gente e, stando alle sue parole, rifugge le prospettive del governo.

Nella sua provincia è un buon Signore, in grado di soddisfare la maggior parte delle richieste dei suoi sudditi. Ma il castello è piccolo, il suo popolo non è molto numeroso ed è disperso nelle vastità del Nord. Solo una minaccia imminente per il suo popolo, gli “Estranei”, lo mette a capo di un sistema centralizzato, seppur per la sopravvivenza. Diverso sarebbe se fosse stato seduto il Trono di Spade: sarebbero inevitabilmente sorti interessi molteplici e contrastanti e, nonostante il suo onore, Jon non sarebbe stato in grado di soddisfarli tutti.

Tornando al mondo reale, in “The Road to Serfdom”, Friedrich von Hayek scrive che in qualsiasi sistema centralizzato, “le opinioni di qualcuno dovranno decidere quali sono gli interessi più importanti”. In un piccolo Stato, in cui la cultura e le opinioni sono coerenti in tutto il territorio – come il Nord di Jon Snow – gli interessi contrastanti sono pochi.

Ma anche come Signore gli interessi personali di Jon entrano più volte in conflitto. Durante la Battaglia dei bastardi, ad esempio, il suo avversario Ramsey Bolton crea una sadica trappola per mettere Jon davanti ad una scelta: scegliere se salvare la vita di suo fratello o se rispettare un piano di battaglia ben congeniato. Pertanto, esattamente come Jon alla fine preferisce anteporre i bisogni della sua famiglia (i pochi) rispetto alle esigenze dei suoi alleati (i molti), allo stesso modo inevitabilmente i politici, in un sistema centralizzato, devono scegliere di privilegiare i bisogni di un gruppo o il bisogno di un altro a loro più prossimo. Gettatosi quindi in una decisione avventata, alla ceca, è solo per un intervento esterno ed inatteso, cioè l’arrivo dei Cavalieri della valle, che riesce a vincere la battaglia.

Al vertice di un governo, centrale come federale, tuttavia, è impossibile soddisfare una domanda senza calpestarne un’altra: i bisogni delle imprese rispetto alle preoccupazioni ambientali, l’equilibrio tra le preferenze educative di un gruppo culturale rispetto ad un altro, l’allocazione di fondi per le condizioni di svantaggio sociale più disparate. Sono tutte contrapposizioni che nessun governo unico centralizzato potrebbe gestire. Pertanto, come Jon ha preferito la famiglia piuttosto che i suoi alleati, i politici di un qualunque sistema centralizzato daranno priorità ai bisogni di un gruppo o di un singolo.

Daenerys e il problema dell’Autorità

Se Jon Snow è un “politico ideale”, Daenerys Targaryen è una “combattente per la libertà”. I suoi obiettivi sono nobili, come liberare la Terra dalla schiavitù o distruggere “la ruota” del potere a Westeros. A differenza di Jon Snow, rifugge dalle decisioni avventate e, salvo eccezioni, non decide senza prima essersi consultata con i suoi consiglieri. Tuttavia, non importa quanto siano nobili i suoi scopi, la sua inclinazione autoritaria è evidente.

Più volte, nel corso della serie, si affida alla forza distruttrice dei suoi draghi e al suo sempre più numeroso esercito per uccidere sì i potenti schiavisti, ma anche coloro che si rifiutano di inginocchiarsi ai suoi piedi.

Se nel Giulio Cesare di Shakespeare, mentre riflette sulla sua decisione di uccidere il sovrano, Bruto medita su come Cesare, una volta incoronato, avrebbe cambiato la sua natura, per Dany la domanda è: “cosa succede quando la schiavitù è stata abolita e lei – come Jon Snow – si ritrova di fronte a sfide eticamente ambigue?

Di volta in volta, in nome della libertà, ha bruciato vivi dei personaggi, comandato al suo esercito di macellare i nobili e di conquistare città. Ma anche di fronte alla questione, relativamente insignificante, se Jon Snow intenda o meno inginocchiarsi, ella gli ricorda, ancora una volta, dei suoi draghi. All’inizio della serie combatteva per i diritti individuali; nella sala del trono a Roccia del Drago, di fronte a sfide più complesse, la vediamo combattere invece per mantenere ed espandere il proprio potere.

La domanda che ci dobbiamo porre nel mondo reale è: “che cosa accade quando il potere centralizzato affronta questioni di Stato più piccole? Questioni come le prestazioni sociali, l’educazione o persino chi deve fare una torta?

Quindi, passando dal problema di rappresentatività ad uno di forza, una volta che la decisione è presa, la forza diventa lo strumento per raggiungere l’obiettivo.

Eddard Stark

Persino Ned Stark, il cui unico difetto apparente è la sua cieca dedizione all’onore, sarebbe incapace di governare. Forse vi sarebbe riuscito in un piccolo Stato (come il suo Nord) nel ruolo di un regnante quasi simbolico, rassegnato ad amministrare la giustizia e a dichiarare la guerra; tuttavia, se Ned Stark avesse tentato di gestire la politica o l’economia dei Sette Regni, si sarebbe presto trovato al di fuori della sue capacità.

Friedrich von Hayek ha affrontato spesso il problema posto dalla complessità. Nel suo saggio “The Use of Knowledge in Society”, scrive:

“È proprio perché ogni individuo sa poco e, in particolare, perché raramente sappiamo chi di noi sa, che è meglio che ci fidiamo degli sforzi indipendenti e competitivi di molti per indurre l’emersione di ciò che vorremmo, quando lo vediamo.”

Qualsiasi individuo, o anche un solo organo direttivo, è incapace di possedere le conoscenze necessarie per gestire un’intera società. Infatti, come non esiste un unico sistema di copertura, pubblica o privata, che possa soddisfare le diverse esigenze sanitarie di un’intera popolazione, non esiste un curriculum scolastico che istruisca adeguatamente ogni studente in una nazione variegata (per etnia, lingua, ecc…), non esistono sistemi di regolamentazione che, applicati in un Paese, possano proteggere in modo più efficace il consumatore, mantenendo al contempo la più completa libertà dell’industria di innovare e di produrre.

La Soluzione

Ci sono tre problemi quindi:

  1. Di fronte ad interessi contrastanti, un governo centralizzato dovrà favorire l’uno rispetto all’altro.
  2. Una volta presa la decisione, la forza diventerà l’unico strumento per raggiungere quell’obiettivo.
  3. Ma, anche in questo scenario ideale, qualsiasi governo centralizzato non sarebbe comunque in grado di prendere perfettamente ogni decisione e di agire in base ad ogni esigenza che si presenterà.

A questi tre problemi, un sistema capitalista può fornire delle risposte.

In risposta a questo ‘problema di comprensione’ Hayek fornisce la risposta in “The Road to Serfdom”, scrivendo che:

“Gli sforzi spontanei ed incontrollati degli individui [sono] in grado di produrre un ordine complesso di attività economiche.”

Con il processo decisionale esteso ad ogni individuo, sia acquirente che venditore, la popolazione può prendere collettivamente tutte le decisioni necessarie per raggiungere i fini ideali che si prefigge.

Per Dany, la domanda era: “Cosa succede quando la schiavitù viene abolita e lei, come Jon Snow, si ritrova di fronte a sfide eticamente ambigue?” Per quanto riguarda l’uso della forza, a differenza di Daenerys, quando il potere si estende ad innumerevoli produttori ed acquirenti, la Società inizia da sola a dirigere i propri obiettivi e le proprie preferenze; le persone possono “votare con il loro portafoglio” per sostenere un settore, oppure per chiuderlo, costringendo così le industrie a rimanere attente ai bisogni degli stessi consumatori.

I desideri conflittuali di Jon Snow non possono mai essere soddisfatti da uno Stato centralizzato. Tuttavia, laddove i piccoli organi di governo mantengono il potere, un sistema federalista può soddisfare meglio le richieste locali e culturalmente coerenti con (approssimativa) fedeltà.

Infine, il capitalismo non nega il problema del “male”, ma nel diffondere l’autorità ed il potere, offre sicuramente sufficienti controlli e bilanciamenti contro lo stesso.

Ci sono quattro problemi che ognuno dei personaggi che abbiamo citato pone: il problema del male, il problema degli interessi contrastanti, il problema della forza ed il problema della conoscenza.

Autoritarismo e Socialismo non saranno mai adatti a soddisfare tutti e quattro. Un sistema capitalista e di small government invece può.

Chiudono i Cannabis Shop

Pare che l’ultima moda sia di voler chiudere i negozi di cannabis legale, sperando, con questa mossa, di risolvere il problema della dipendenza dalla droga. Oggi, dalla moda si è passati ai fatti: nelle Marche, due negozi di cannabis legale sono stati chiusi per ordine del Questore di Macerata, Antonio Pignataro. “Alle tante mamme che soffrono per i loro figli che fanno uso di cannabis avevo promesso che avrei chiuso tutti i negozi di Cannabis legale: oggi con la chiusura di questi altri due negozi, ho onorato la mia promessa”, ha spiegato il questore in un comunicato.

A parte il fatto che la “cannabis legale” lo è proprio perché non ha effetti allucinogeni, ma solo rilassanti: in pratica, il questore e i suoi sostenitori stanno dichiarando di voler impedire il commercio della “camomilla”.

La cosa più squallida di questa situazione è, però, il fatto che, ancora una volta, l’italica “INcertezza del diritto” punisce chi decide di investire in un determinato mercato, reso legale o liberalizzato in precedenza. Ora tanti negozianti si ritroveranno senza lavoro e nessuno li rimborserà mai per gli investimenti fatti. E no, non è un “rischio di impresa” come molti (incautamente) adducono.

Oltre a ciò, vogliamo sottolineare, ancora una volta, che il problema “droga” non si sconfigge con la proibizione: così si alimentano solo le mafie e il narcotraffico. Questi provvedimenti “spot” puniscono solo chi commercia onestamente e segue le regole: ma la lotta alle mafie non può passare attraverso la punizione di innocenti che con le mafie nulla c’entrano.

La proibizione, oltre ad arricchirle, permette alle mafie di creare droghe sintetiche, molto più pericolose della cannabis, e, certamente, della cannabis “light” ogni nel mirino. La proibizione, inoltre, affolla le carceri e criminalizza degli scambi che avvengono e avverrebbero comunque, che la legge la voglia o no.

Se vogliamo che circoli meno droga possibile, possiamo solo dire #EndTheDrugWar

Il fallimento dell’istruzione pubblica obbligatoria

L’educazione forzata dei giovani, basata sulle classi, da parte degli insegnanti per la preparazione di esami è una di quelle cose universali che nessuno mette mai in discussione. Diamo semplicemente per scontato che l’apprendimento avvenga così.

Ma una veloce riflessione sulla nostra esperienza mostra che ci sono tante diverse strade per imparare. Impariamo leggendo, guardando, emulando, facendo. Impariamo in gruppi di amici, impariamo da soli. E comunque quasi nulla di questo è chiamato “formazione”- che è inteso sempre come un’azione dall’alto in basso.

Ma la “classe” è veramente il miglior modo di imparare per i giovani? Oppure  l’ossessione dell’educazione formale ha soffocato altre forme, più emergenti, dell’imparare? Come sarebbe l’educazione se fosse libera di evolvere? Se ci pensiamo, è sicuramente strano che persone emancipate, libere nel pensiero, quando i loro figli raggiungono l’età di cinque anni, li mandano in una specie di prigione per i successivi dodici o sedici anni.

Lì sono tenuti, con l’ansia di una punizione, in celle chiamate classi e costretti, con l’ansia di ulteriori punizioni, a stare seduti su tavoli e seguire specifiche routine. Certamente non è più così Dickensiano come lo era una volta, e c’è chi emerge con una mente brillante, ma la scuola è comunque un luogo altamente obbligante, indottrinato ed autoritario.

E’ giunto, dunque, il momento di affrontare un argomento delicato: l’inutilità della scuola pubblica e dell’istruzione obbligatoria.

Lo facciamo perché è crollata anche l’ultima certezza dei più fervidi sostenitori di questa istituzione. Infatti, si dice che senza un sistema compulsivo di istruzione, l’analfabetismo sarebbe diffuso in tutta la popolazione.

A parte il fatto che una tale argomentazione non prende assolutamente in considerazione il ruolo della famiglia, così come quello delle esperienze personali di bambini e ragazzi, dando per scontato che una persona possa imparare qualcosa solo seduto su un banco di scuola, ma soprattutto, come ogni anno, escono i dati allarmanti dell’ISTAT: quest’anno più di 1/3 di chi frequenta medie e superiori non sa leggere o scrivere, e quasi la metà non sa fare di calcolo.

Un fallimento completo, sotto ogni punto di vista. La prova che scuola e formazione sono due elementi totalmente separati l’uno dall’altra.

L’unico obiettivo che si può dire efficacemente raggiunto dal sistema dell’istruzione pubblica è l’assunzione di più personale possibile, a prescindere dalla reale esigenza.

Ma come mai, se i risultati sono sempre stati così scarsi, la scuola pubblica è ritenuta tanto importante nelle nostre vite? Probabilmente per via del proprio scopo originario, che non è mai stato abbandonato…

Come nasce, infatti, il modello di scuola pubblica e obbligatoria? Bisogna andare indietro di circa 200 anni, in Prussia, dove l’imperatore decise, su consiglio dei propri intellettuali, di creare un programma di formazione obbligatoria e rigorosa, il cui obiettivo principale era addestrare le giovani generazioni ad essere cittadini obbedienti. 

Un’invenzione molto liberale, come si può vedere… Cosa ci spinga oggi a volerla come cardine fondamentale delle nostre vite è però un mistero!

Specialmente se andiamo ad esaminare quali sono le “invenzioni” prussiane: l’insegnamento basato sull’età e non sull’abilità, l’apprendimento sui banchi, la giornata scolastica determinata dal suono della campanella, il programma predeterminato, l’attenzione a più materie in una giornata. Tutto ciò che, ancora oggi, caratterizza il sistema di istruzione a cui ci affidiamo, il cui obiettivo non è mai stato quello di aumentare gli standard, ma di trasformare “spiriti liberi” in cittadini disciplinati.

E’ abbastanza evidente anche dalla storia dell’istruzione obbligatoria in Italia: nel 1859 la Legge Casati si ispirò al modello prussiano sia nell’impianto generale che nel sistema organizzativo, fortemente gerarchizzato e centralizzato, poi nel 1923 la Riforma Gentile elaborò quella che lo stesso Mussolini definì “la più fascista” delle riforme, e dal 1948 in poi – con l’istruzione pubblica obbligatoria, inserita in Costituzione – sono stati man mano aumentati gli anni obbligatori, mantenendo la struttura creata in precedenza.

Occorre prendere atto di tutto ciò e abbandonare al più presto un sistema che non forma adeguatamente – neanche nelle attività più basilari, come scrivere e far di conto (e c’è chi pretende che la scuola ci prepari a vivere e lavorare) – i cui unici scopi sono dare un lavoro – perlopiù inutile nei confronti della società – a più persone possibili e indottrinare tutti ad accettare questo e ben altro.

Si deve partire dalla diminuzione del ruolo dello Stato nel fornire l’istruzione, lasciando più spazio ad attori privati, associazioni volontarie, confessioni religiose e alle stesse famiglie (con l’homeschooling).

Una volta fatto ciò va completamente riformato il settore, arrivando ad eliminare del tutto obblighi di età e valore legale dei titoli di studio: va lasciata più libertà possibile a formati e formatori, per seguire al meglio i bisogni e le necessità di ognuno. E se qualcuno non vuole proprio saperne di studiare, va accettato e gli va permesso di far altro, anche lavorare, senza spaventarci di fronte al fatto che sia giovane: solo perché una persona non ha ancora raggiunto la maggiore età per legge, non significa che sia meno matura di chi la ha già raggiunta.

E le cifre sull’abbandono scolastico non possono incoraggiare in alcun modo chi ancora sostiene che l’istruzione pubblica obligatoria sia la sola ed unica via per dare un’occasione a chi non avrebbe i mezzi e i denari per permettersi un’istruzione privata:

Se l’istruzione è finanziata dalla fiscalità generale (cioè con le tasse di tutti) è giocoforza che essendo i poveri molti più dei ricchi, nonostante la “progressività fiscale” (che comunque, rigurda solo una tassa, quella sui redditi), saranno proprio loro a pagare anche per i secondi. Nonostante si pensi il contrario. Pertanto si giunge ad un paradosso: dato che chi completa il ciclo di istruzione ha maggiori possibilità di trovare un lavoro ben pagato, e, a ciò, se si tiene conto che chi termina i corsi universitari fa parte in genere delle classi sociali mediamente più elevate, si arriva alla conclusione che è l’intera collettività a pagare una gran parte dei costi dell’istruzione per un gruppo di studenti che provengono comunque dai ceti più elevati e che già se la potrebbero permettere; e non invece, come si vorrebbe, il contrario.

Il “figlio di papà” riceve dalla sua famiglia solo una parte dei costi della sua istruzione: il resto è a carico di tutti, anche del figlio del metalmeccanico che non è detto che andrà all’università.

C’è una cosa anche solo lontanamente più regressiva? Per noi le tasse sono il prezzo di un servizio; ma per un “collettivista” servono invece a redistribuire il reddito. Il finanziamento pubblico della scuola, però, com’è oggi concepito, non redistribuisce, dall’alto verso il basso, alcunchè, anzi, diventa estremamente vantaggioso proprio per chi dovrebbe, secondo il collettivista, essere “punito” per la sua ricchezza.

Chi abbandona la scuola, insomma, non si libera dei costi della sua istruzione ma, anzi, continua a pagare per chi ci sta dentro (e, chi rimane dentro, è sovente già più ricco di chi invece va fuori prima). Dov’è la tanto decantata “giustizia sociale” di chi si riempie la bocca di queste “belle” parole?

Insomma, l’ascensore sociale (come va di moda definire la possibilità per tutti di innalzarsi e realizzare i propri sogni) è destinato a bloccarsi per sempre al piano terra.

Per una Pensione Felice

Libertà di scelta, concorrenza, competizione, mercato, sono alcuni tra i principi che dovrebbero l’agire politico di chi ritiene di essere un liberale (o liberista, o libertario, a voi la scelta dell’aggettivo che preferite). Concetti visti, troppo spesso, con diffidenza, sospetto e financo paura nel nostro Paese.

Frequentemente, lo Stato viene ritenuto l’unica possibilità per risolvere le difficoltà ed i problemi dei propri cittadini, e se ne auspica l’intervento come fosse il “Deus ex machina” delle tragedie greche. In realtà, le cose stanno in maniera diversa, spesso (parafrasando Ronald Reagan) lo Stato è la causa del problema ed il mercato la soluzione ad esso.

Un esempio chiaro e lampante proviene dal sistema pensionistico italiano di cui tutti ne riconoscono l’inefficienza e la non sostenibilità nel lungo periodo, ma nessuno è in grado di presentare delle proposte in grado di riformarlo in maniera radicale. Politicamente, il capitolo pensioni è uno dei più caldi e difficili da affrontare.

Negli ultimi 30 anni, nessun governo politico è riuscito a riformare il sistema pensionistico, lasciandone l’incombenza ai governi tecnici, costretti o ad aumentare l’età pensionabile, o il carico contributivo a capo al lavoratore o a diminuire l’importo delle pensioni per preservarne la sostenibilità. Questi interventi hanno creato disagi e malumori nella popolazione più anziana, che ha visto allontanarsi il traguardo della pensione, rafforzando ulteriormente lo scontro intergenerazionale che già dilaga in Italia. Scontro che si infiamma ulteriormente nel momento in cui i governi politici tentano di disfare tali interventi per compiacere una parte dell’elettorato.

Il sistema pensionistico italiano è – principale fonte di scontro tra giovani ed anziani – uno dei primi elementi di propaganda dei politici e, soprattutto, la prima e più importante fonte di spesa – e debito – dello Stato. La spesa per pensioni in Italia ha superato il 15% del PIL e viaggia, a vele spiegate, verso il 20%, risultando la prima voce di spesa, di gran lunga maggiore rispetto all’istruzione, alla sanità e alla protezione sociale.

Gli interventi “lacrime e sangue” che consistono in aumenti di età pensionabile o di contributi non hanno risolto il problema, ma solo posticipato il giorno del collasso del sistema. Bisogna tenere conto che, già oggi, i contributi previdenziali sono la principale componente del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo del lavoro pagato dalle imprese e il salario guadagnato dal lavoratore, ritenuto una delle principali cause dell’elevata disoccupazione in Italia. Auspicare un aumento degli stessi non sembra la migliore delle soluzioni per il lungo periodo.

In Italia viene utilizzato un sistema pensionistico a ripartizione, o “unfunded pension system” per usare i termini inglesi – che in questo caso ci vengono in aiuto per capirne meglio la natura. Perché “unfunded”? Diversamente da quanto viene fatto credere, il lavoratore che versa i contributi presso il monopolista statale INPS non sta creando un tesoretto da utilizzare per la sua futura vecchiaia ma, invero, per finanziare le pensioni attuali, cioè dei lavoratori attualmente in pensione.

Il sistema si regge su di un ‘patto intergenerazionale’ per cui i giovani lavoratori pagano i contributi che si tramutano in assegni per chi è già in pensione. Il sistema funziona in maniera ottimale, ed è in grado di offrire pensioni estremamente generose, fintanto che il tasso di crescita della popolazione rimane elevato. Le prime generazioni di pensionati sono quelle che più ci hanno guadagnato da questo meccanismo.

Ma la dinamica demografica che sta vivendo l’Italia da qualche decennio a questa parte, caratterizzata da un invecchiamento progressivo della popolazione, non rende più conveniente l’utilizzo di tale sistema.

All’inizio del secolo la quota di popolazione oltre i 65 anni rappresentava il 18,1% del totale e quella oltre gli 80 il 4%. Nel 2013 queste erano già passate rispettivamente al 21,2% e 6,3%. (fonte: “Rischi e proposte per il finanziamento del welfare italiano”; IBL). Le previsioni per il futuro non sono certo più rosee, l’ISTAT prevede un aumento della popolazione anziana del 47% entro il 2050 e nel 2065 la popolazione ultra 65enne sarà pari al 33%. Oggi il rapporto lavoratore pensionato è di 3 a 2, ma la previsione per il 2050 è di 1 a 1.

Come detto l’ammontare dell’assegno previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati dal lavoratore in percentuale al suo salario. La principale componente che determina il salario è la produttività del lavoro. Altra nota dolente per il nostro Paese è che, secondo dati OCSE, ha il peggior dato per quanto riguarda l’aumento della stessa, secondo solo alla Grecia. Insomma, con una produttività stagnante, salari che non aumentano ed il progressivo aumento dell’età media la sostenibilità del nostro sistema pensionistico verrà messa a dura prova, e nuovi interventi a riguardo potrebbero inasprire il disagio sociale ed il conflitto intergenerazionale.

L’unica soluzione percorribile è quella di una “Rivoluzione Copernicana” del nostro sistema pensionistico, e cioè passare da un sistema “unfunded” ad uno “funded”, ovvero “a capitalizzazione”

In questo caso il lavoratore versa i contributi, che vengono accumulati in un fondo e serviranno poi interamente per pagare la propria pensione, eliminando dunque la necessità di un monopolista statale e stimolando la partecipazione ai fondi pensione, in concorrenza ed in competizione tra di loro per offrire la migliore soluzione al lavoratore. Inoltre, essi investirebbero la parte di contributi versati in attività finanziarie a basso rischio, determinando così un incremento reale di quanto accumulato nel proprio fondo a beneficio di tutti, cosa che non accade con l’INPS, che non investe o investe male, e gli incrementi sono solo quelli previsti dal governo a favore delle pensioni minime; in più, tali contributi, rimanendo nella gestione separata, rimarrebbero a riparo anche in caso di fallimento del proprio fondo. Invece oggi, se l’INPS dichiarasse “bancarotta”, per finanziare le erogazioni si dovrebbe ricorrere alla tassazione generale, con conseguente e sostanziale decurtazione del valore reale del proprio assegno.

In Cile questo sistema è già in vigore da circa 40 anni, e nessun governo si è mai sognato di tornare indietro, eliminando quanto di buono era stato fatto. In questi anni il rendimento medio dei conti di risparmio previdenziale è stato pari a circa il 10%.

L’OCSE, in uno studio del 2009 (“Reviews of labour market and social policies: Chile. The normalisation of Chile’s Pension system”. OECD) ha confermato il successo di tale riforma, indicando alcuni elementi particolarmente positivi tra cui: l’aver ristabilito la fiducia pubblica nel risparmio previdenziale; aver contribuito allo sviluppo del mercato finanziario e della crescita economica; ridotto la spesa pubblica attuale e futura del Paese.

Josè Pinera, principale artefice di tale riforma, ha affermato che

“La privatizzazione delle pensioni ha prodotto una radicale redistribuzione del potere dallo Stato alla società civile e, trasformando i lavoratori in proprietari a titolo personale del capitale complessivo del Paese, ha creato un’atmosfera politica e culturale più adeguata ad un mercato e ad una società effettivamente più liberi”.

Con questo sistema, che dovrebbe essere introdotto anche in Italia, ognuno avrebbe la possibilità di scegliere: ovvero sia l’ente a cui affidare i propri contributi, sia l’ammontare degli stessi. Non si sarebbe più costretti ad andare in pensione quando lo “permette” lo Stato e alle sue condizioni, ma ognuno deciderebbe per sé. 

Al netto degli evidenti vantaggi in termini di sostenibilità di spesa e debito nel lungo periodo, tale sistema aumenterebbe la libertà di scelta dei cittadini, consegnandogli le chiavi del proprio futuro, e togliendole dunque dalle mani di politici e burocrati. I politici non potrebbero più usare il denaro dei contribuenti per comprare il voto dei pensionati, inasprendo il conflitto tra generazioni ed il disagio sociale. 

La transizione tra l’attuale sistema ed uno a capitalizzazione non sarebbe ovviamente privo di costi e di facile implementazione, ma data l’attuale situazione e gli sviluppi futuri sembra opportuno fare un tentativo in questa direzione. Ricordandosi che qualsiasi intervento dello Stato vale finchè ci saranno dei soldi da spendere… ma quando finiranno? Solo un sistema basato sulla libertà di scelta del cittadino ed una sana concorrenza tra fondi pensione può risolvere l’annosa questione previdenziale del nostro Paese.