Perché i Poveri devono vivere in Case Brutte?

Uno dei tanti temi che ha più riempito i notiziari in questi ultimi tempi è quello dell’edilizia residenziale pubblica, ovvero edilizia popolare, e cioè quelle operazioni di edilizia che vedono l’amministrazione pubblica offrire ai cittadini delle soluzioni abitative a basso costo.

Nel giro di una settimana si sono susseguiti due fatti eclatanti: ovvero, le proteste da parte dei residenti del quartiere di Casal Bruciato a Roma, cui si è aggiunta una mobilitazione da parte di un gruppo fascistoide, contro una famiglia di origine rom a cui era stato assegnato, attraverso un bando del Comune, un alloggio popolare; ed il gesto del card. Konrad Krajvesky – elemosiniere del Santo Padre (ufficio della Santa Sede che ha il compito di esercitare la carità verso i poveri a nome del Papa) – che ha rischiato la propria incolumità per riattaccare l’elettricità in un edificio occupato (e quindi pieno di abusivi).

Per parlare di questo tema pensiamo si debba partire da due punti fondamentali:

Il primo è che la proprietà privata è sacra ed inviolabile; il secondo è che l’edilizia popolare pubblica, in ultima analisi, nonostante le buone intenzioni che vi stanno dietro, porta comunque alla creazione di profondi disagi e tensioni sociali. Un altro punto che, in realtà, bisognerebbe tenere a mente, è che, come diceva Milton Friedman, “non esistono pasti gratis”.

Andiamo ora, perciò, a vedere perché l’edilizia popolare “non s’ha da fare” e cosa può essere fatto, invece, per aiutare chi non ha i mezzi economici per garantirsi un tetto sopra la testa: che è poi il fine ultimo di tutte le proposte politiche che ascoltiamo, ma che, sovente, non risolvono mai alcun problema.

C’è chi dice che la Casa – come migliaia di altre cose, oramai – sia un “Diritto”. Questa affermazione, tuttavia, è errata.

Non sta scritto da nessuna parte, nemmeno nella nostra Costituzione, “la più bella del mondo” (sic!), che debba essere fornito un alloggio ai meno abbienti. Ci ha però pensato la nostra Corte Costituzionale a riempire quella mancanza, da Paese del Socialismo reale quale siamo. Ed infatti, possiamo leggere un profluvio di belle e giuste affermazioni (per carità): “… è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione” (Sent. n. 49/1987); oppure “Il diritto all’abitazione rientra, infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione” (Sent. n. 217/1988); “Il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona” (Sent. n. 119/1999), e via discorrendo…

Tutte cose giuste e vere, bellissime… che si sono tradotte in? Nulla, assolutamente il nulla. Nessuno di questi richiami ad diritto alla casa è servito, nella realtà, a concretizzare un vantaggio palpabile per chi la casa la chiedeva. Questo ci dovrebbe far capire quanto i “diritti” siano bellissimi scritti su carta, ma poi, alla fine del paragrafo, li devi anche concretizzare… e se non si sa come concretizzarli, è un bel problema!

Quindi la Casa è un diritto? E se sì, si tratta di una richiesta sensata ed eticamente da appoggiare?

La risposta è No! Se si accetta che chiunque abbia diritto ad un’abitazione, significa dire non solo che si caricano gli altri, che una casa ce l’hanno e se la sono pure pagata (che strano!) di pagare per chi, invece, non può (o non vuole!) per ragioni di giustizia sociale, ma si dovrebbe accettare anche – dato che le risorse sono scarse e non si possono costruire case popolari ad libitum – che in caso di neccessità la proprietà privata possa essere violata per una qualunque ragione – e che quindi il modo migliore per garantirsi una casa sia di occupare una abusivamente o, peggio – come alcuni suggeriscono – che un Ente dello Stato possa espropiarla a chi la tiene (magari abbandonata) per darla a chi ne ha bisogno, sempre per ragioni di giustizia sociale. Una situazione da regime comunista puro.

Ma, se la casa non te la paghi e, anzi, o te la costruisce qualcuno che soldi propri non ce ne rimette o te la occupi pure, si arriva al punto che chiunque possa dichiarare di aver diritto all’alloggio che più gli si confà. E quindi perchè non occupare abusivamente la terrazza Campari a Milano? Perché tanto chi beve lì lo spritz può andarselo a bere anche da un’altra parte, tanto i mezzi economici li ha… e poi vuoi mettere con la vista Madonnina?

Torniamo, dunque, per un attimo, all’affermazione per cui “non esistono pasti gratis”. Infatti, nel corso dei decenni la cultura del “Welfare State” ha instillato nelle menti di molte generazioni l’idea che esso sia una sorta di “cornucopia”, per cui non c’è bisogno di preoccuparsi per il futuro (degli altri, ovviamente). Un esempio sono proprio i progetti di edilizia residenziale pubblica, che sono stati spesso presentati come “gratuiti”. Ovviamente lo scopo non era quello di dare una casa (come se non esistesse o fosse mai esistito un mercato edilizio fiorente, sopratutto se parliamo degli anni ’50-’60-’70 – quando si inaugurò la stagione dello ‘Stato impresario’), ma quello di creare un blocco di persone a carico, dipendenti dalla mano pubblica e per questo a lei grati.

Ma nesuno si è preoccupato di dire loro in che modo lo Stato soddisfacesse i loro bisogni: con le risorse sottratte ad altri. Anzi, istituzioni, cariche dello Stato, politici, sindacati, partiti – nel corso dei decenni – si sono preoccupati di nutrire queste persone con belle parole, con un sacco di “diritti”, in modo che fossero loro riconoscenti e che in cambio non facessero mancare il proprio sostegno elettorale… ma chi poi ha pagato per tutto questo?

Queste “istituzioni” hanno avuto poca comprensione economica, non sanno che la produzione deve necessariamente precedere il consumo. Invece lo Stato ha incoraggiato questa filosofia di pensiero – in modo che gli elettori percepissero un senso di euforia immediato – e quindi infischiandosene del futuro. Eh sì, perché va ricordato che, per quanto buone le intenzioni possano essere, ogni intervento pubblico va considerato come un modo per consolidare, o spostare verso di sé, il consenso dell’elettorato.

Il risultato di tutto questo? Basta farsi un giro nelle nostre periferie… (alla meglio) belli i casermoni? i palazzoni fatiscenti? (alla peggio) le vele di Scampia? il Corviale? gli ZEN?… già perchè se tanto mi da tanto, fai già che per molti è comunque meglio che sia lo Stato a costruire le case – seppur brutte, piccole e malfamate dove piazzarci i poveri, “però almeno avranno un tetto sulla testa” – piuttosto che ad occuparsene sia il Mercato. E tutto questo anche a costo di lasciare tutto, specie nei contesti più degradati, a criminalità ed abusivismo, in poche parole – qui sì – alla vera “legge del più forte”.

Ma, oltre ai luoghi fatiscenti e malfamati, si aggiunge il problema che, con l’attuale sistema dei bandi, capita molto spesso che una famiglia riceva un appartamento perché soddisfa i requisiti e poi resti lì vita natural durante, anche quando il loro bisogno è cessato e altri ne avrebbero più diritto.

Al netto di tutto ciò, c’è ancora chi persevera con l’idea per cui, in realtà, l’edilizia pubblica nel nostro paese sia di dimensioni minori rispetto ad altri paesi (l’esempio della Francia si fa di solito) e che, anzi, servirebbe che lo Stato s’impegnasse a costruire di più! A questi signori basterebbe ricordare che il fallimento dell’edilizia pubblica è sotto gli occhi di tutti, oltre al fatto che quartieri dell’edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti» e diventano occasione per occupazioni illegittime, oltre al fatto che ci sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici (altro che espropriare gli immobili sfitti o abbandonati dei privati!)

Ma cosa fare, ovviamente, se talune famiglie non possono permettersi gli affitti o le rate di un mutuo?

Innanzitutto, ricordarsi che è proprio l’intervento pubblico a tenere alti, o alzare, questi prezzi. Ci sono tanti modi in cui questo viene fatto: dalla semplice inflazione, dovuta alla politica monetaria (nel nostro caso decisa a livello europeo), ai divieti che non permettono all’offerta di incontrarsi con la domanda. In un mercato non regolato, infatti, nel momento in cui affitti e prezzi cominciano ad aumentare, i costruttori di case costruirebbero altri alloggi per soddisfare la crescente domanda. Noi, però, viviamo in società iper-regolate e il mercato immobiliare non è da meno.

Si potrebbe dunque eliminare del tutto l’edilizia popolare, permettendo di costruire abbastanza edifici in modo da incontrare la crescente domanda di alloggi: purtroppo non c’è la volontà politica per farlo; è più facile continuare a regalare “diritti” a spese dei contribuenti.

Altre soluzioni potrebbero essere la dismissione degli immobili pubblici, così da disporre di risorse da reinvestire in settori più remunerativi e destinarne i ricavi alle famiglie in difficoltà. Soldi invece che case. Questo sistema favorisce di più la famiglia bisognosa, che, ricevendo denaro per cercarsi autonomamente un’alloggio, può trovare un appartamento confacente alle proprie esigenze, laddove invece la gestione pubblica non è in grado.

Si pensi al diverso valore delle case popolari rispetto a quello di un appartamento offerto dal mercato privato (che a volte sono manufatti dal valore superiore – nei Comuni più virtuosi e fuori Città) o alle esigenze di una persona anziana o disabile, che potrebbe quindi scegliere un appartamento al pianterreno, piuttosto di accontentarsi di un posto offerto dal Comune, ma magari all’ultimo piano e senza il montascale. Per giunta, c’è il vantaggio – non trascurabile – che la famiglia bisognosa potrebbe cercare un’alloggio nel quartiere in cui ha gli affetti ed il lavoro, e non dovrebbe dunque trasferirsi laddove si sia liberato un appartamento offerto dal Comune. Da ultimo, ci libereremmo dai carrozzoni pubblicci (come l’ATER o l’ALER) pieni di debiti ed insolventi.

Interessante in questo senso anche la proposta dell’Istituto Liberale – L’individualista Feroce di istituire un “Buono Affitto” un sostegno economico alle famiglie con un basso reddito nel pagamento del canone di locazione, sotto forma di tiket (come il “buono scuola” o i “buoni pasto”), tenendo comunque presente la necessaria temporaneità del sostegno (due o tre anni) in modo da ridurre i costi a carico della collettività. Certamente, anche nell’erogazione di aiuti finanziari ci potrebbero essere degli abusi, ma è più facile disdire un bonifico che sgomberare un edificio.

L’ultimo motivo per chiedere l’eliminazione dei programmi di edilizia popolare è relativo ai disagi sociali che questi creano. Infatti, nel momento in cui concedi un “diritto” a qualcuno, tutti ritengono di poterne e doverne avere accesso.

Ed è per questo motivo che, per quanto noi riteniamo il comportamento di Casapound estremamente riprovevole, non ci si può sorprendere quando vediamo scene di questo tipo: è l’edilizia popolare in sé stessa che crea scontri tra chi è assegnatario di un alloggio e chi, invece, rimane fuori.

Per quanto riguarda, invece, il gesto dell’elemosiniere del Papa non bisogna chiedersi se sia legale o meno: non è attraverso la legge che dobbiamo interpretare quello che succede, ma attraverso il buon senso (che talvolta può anche tradursi in legge, ma non è chiaramente così nel caso dei programmi di edilizia pubblica). Il cardinale Krajvesky ha sbagliato, ma non per il fatto che abbia violato una qualche norma del codice penale, ma perchè: primo non è giusto usufruire di un servizio – qualunque esso sia – se non lo si paga; secondo, perchè i costi delle bollette evase e non pagate finisce comunque sulla “groppa” di chi le paga e le ha sempre pagate. Ancora una volta va ricordato che “non esistono pasti gratis”, e il cardinale si è fatto “bello e buono” con i soldi degli altri (poteva semplicemente accollarsi i debiti delle bollette non pagate, invece che scaricare i costi del suo gesto, ancora una volta, sulla collettività).

Insomma, i motivi per eliminare questi programmi sono tanti. Il problema dell’“housing affordability” può essere risolto solo tramite un processo di Mercato, con l’incontro di domanda e offerta… ma lo si deve lasciar lavorare.

Ci chiediamo, dunque, alla fine di questo discorso, se ci sarà mai la volontà politica di affrontare questo cambiamento, diminuendo il ruolo della politica e di leggi, piani e regolamenti, e presentando infine il conto dei tanti pasti scroccati a chi deve sempre e comunque pagare per tutti.

Salario Minimo Salario Finto

In Parlamento si sta discutendo, in questi giorni, di un disegno di legge con cui si vorrebbe introdurre un salario minimo. Una proposta che, nel corso degli ultimi anni, è stata avanzata dalla quasi totalità dei partiti che occupano l’arco costituzionale e su cui c’è, dunque, un consenso diffuso, sia a destra che a sinistra. Ma se migliorare le condizioni salariali dei lavoratori è così semplice, come mai non ci abbiamo mai pensato prima?

Evidentemente perché non è poi così semplice, come viene propagandato dai politici e dagli opinionisti.

Cerchiamo di capire nel dettaglio quali sono i problemi. Il più evidente è che (secondo la teoria generale dell’economia) nel momento in cui le imprese vengono obbligate a pagare di più i propri dipendenti, si ha un aggravio sui costi che è immediatamente trasferito sia sui prezzi di ciò che si vende, sia sul profitto delle imprese.

Quindi, si creano difficoltà economiche sia per i consumatori (tra cui figurano anche, e proprio, i dipendenti stessi delle imprese) che si ritrovano a dover comprare beni a prezzi più alti rispetto a prima, che per le imprese stesse, che si trovano a guadagnare di meno e quindi ad avere meno possibilità di compiere nuovi investimenti o assumere più dipendenti. Insomma, ci perdono tutti!

Ma non è vero! (dicono). I lavoratori ora hanno più soldi, dunque ci hanno guadagnato! Ma non funziona proprio così: è vero che guadagnano di più, ma se nel contempo sono aumentati anche il valore dei beni che prima acquistavano a minor prezzo, la loro situazione non cambia! Si torna al punto di partenza, anzi, come vedremo, in una situazione pure peggiore rispetto a quella iniziale. Perché?

Perché fissando un salario minimo, per legge, si tagliano fuori dal mercato del lavoro “legale” tutte quelle persone il cui lavoro – per diversi motivi (istruzione, formazione, fascia di età,…) – vale meno di quello che è il minimo fissato. Tutte queste persone avranno molta più difficoltà a trovare lavoro – specialmente in un Paese come l’Italia, dove già ora trovarlo è una “mission impossible”. Ma non solo, poiché a questa larga platea di persone si aggiungeranno coloro che, per evitare maggiori costi per le imprese, saranno licenziati.

E, attenzione, perché se il salario minimo è fissato arbitrariamente troppo in alto, alle aziende converrà investire in automazione e lasciare quindi a casa ancora più dipendenti (si veda la sostituzione di lavoratori con i totem, come potete vedere quando andate nei fast food dopo l’ennesima manifestazione per i diritti dei lavoratori).

Parlando in termini più accademici, il governo crea – attraverso l’introduzione del salario minimo – un monopolio che esclude dal mercato la concorrenza dei lavoratori meno specializzati o meno fortunati, che sarebbero in grado di fornire il proprio contributo lavorativo solo ad un prezzo minore rispetto a quello imposto dal monopolio legale.

Non bisogna dimenticare, infatti, che, sebbene l’opinione pubblica non lo abbia mai realmente accettato, il mercato del lavoro funziona come tutti gli altri mercati: ci sono una domanda ed un’offerta che, senza interferenze, oscillano continuamente cercando un proprio equilibrio. L’introduzione di un salario minimo diminuisce la domanda di lavoro (da parte delle aziende) e aumenta irrimediabilmente l’offerta di lavoro (da parte della popolazione) senza creare alcun equilibrio e con le ovvie conseguenze negative supra descritte.

Conseguenze che non si concludono qui: per combattere la disoccupazione che egli stesso ha creato, il Governo dovrà aumentare le prestazioni sociali, quali sussidi di disoccupazione o redditi di cittadinanza assortiti, andando ad aumentare la spesa pubblica e, di conseguenza, il debito e/o la pressione fiscale, per non parlare della dipendenza dallo Stato di una sempre maggiore fetta della popolazione.

Una prova empirica di ciò che sosteniamo viene dalla Città di New York dove, negli ultimi mesi, l’introduzione di un salario minimo ha provocato la recessione del settore ristorativo: si lavora per meno ore, tanti dipendenti sono stati licenziati ed il prezzo dei pasti è aumentato notevolmente, danneggiando maggiormente le classi dei meno abbienti. Come dice il proverbio: “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”… e la politica ne è piena.

Ciò che manca disperatamente è un Frédéric Bastiat che ci ricordi che ogni azione ha due conseguenze: “ciò che si vede e ciò che non si vede”. Detta più tecnicamente, bisogna saper valutare le conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali (l’eterogenesi dei fini).

L’unico modo sano per aumentare i salari è far sì che più persone abbiano accesso ad un lavoro – eliminando barriere come il “contratto collettivo nazionale”, le certificazioni, i patentini e le iscrizioni ad albi vari, oltre a superare la rigidità contrattuale – e che le imprese aumentino la loro produttività – e possono farlo solo se le si lascia libere di conseguire più profitti.

Ma i governi ed i sindacati italiani loro amici, negli ultimi 35 anni, hanno fatto tutto il possibile per ottenere l’effetto contrario e, purtroppo, difficilmente nel prossimo futuro ci sarà chi vorrà fare qualcosa per ribaltare questa situazione. Anche perché significherebbe diminuire di molto l’intervento statale nell’economia, un’idea spesso avversata anche da una buona maggioranza dell’opinione pubblica. Ma la strada per migliorare la nostra situazione economica passa solo dalla libertà, nostra e di chi ci circonda.

School Strike 4 Climate

Il 15 marzo è andata in scena la mobilitazione in tutto il mondo di giovani studenti che hanno chiesto a i governi di agire sul fronte del “Climate Change”. “Non c’è più tempo” affermano i manifestanti, “ci state rubando il futuro” è lo slogan più toccante, che rinforza l’ennesimo conflitto generazionale tra le élite che ci governano e coloro che il pianeta dovranno abitarlo per i prossimi anni. La grande mobilitazione nasce dall’iniziativa di una ragazza svedese di 16 anni, Greta Thunberg, che ha iniziato una battaglia di sensibilizzazione sui temi ambientali in grado di penetrare le coscienze di giovani e meno giovani di tutto il mondo.

Il volto della giovane Greta, mossa da sentimenti onorevoli e nobili, è stato però strumentalizzato da chi da sempre ha usato la – sacrosanta – battaglia contro l’inquinamento per motivi ideologici. Forse sarebbe il caso di analizzare in maniera più complessa e profonda il problema: la difesa e la sopravvivenza del nostro pianeta sono temi molto complessi, non esplicabili tramite slogan e manifestazioni.

La terra ha oltre 4 miliardi di anni, e pensare di avere una conoscenza completa delle sue dinamiche, è una delle tante dimostrazioni di egocentrismo e “superomismo” della razza umana, che ormai, tronfia delle sue conquiste in campo scientifico, pensa di poter spiegare tutto lo scibile umano grazie alla propria mente ed ai propri strumenti tecnici.Ma non è mia intenzione discutere riguardo la natura antropogenica del cambiamento climatico, lascio il discorso a chi è più qualificato di me, augurandomi che essi siano mossi dagli stessi nobili sentimenti di Greta, più che da ideologie e convinzioni personali. Voglio focalizzarmi su due temi principali: il presunto egoismo dell’Occidente e le colpe del sistema produttivo capitalista.

Il presunto egoismo dell’Occidente e le colpe del Capitalismo

“La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.”_ Greta Thunberg

Ancora una volta sono i ricchi, i potenti e l’egoismo occidentale a distruggere il pianeta? Davvero stiamo sacrificando la biosfera per garantire a pochi di vivere nel lusso? La retorica pauperista e terzomondista ha sempre una grande presa sulle coscienze del mondo Occidentale.Ma no, cara Greta (o meglio, le organizzazioni che ci stanno dietro) non è così! Tra i principali paesi produttori di CO2 vi sono numerosi paesi in via di sviluppo: Cina, India, Iran, Messico e Brasile tra gli altri. E ancora, basti vedere qualsiasi mappa dell’inquinamento mondiale per rendersi conto che sono proprio i paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo ad inquinare di più. E sono proprio questi Paesi i maggiori nemici dei progressi sul riscaldamento globale. Essi infatti non sono intenzionati a ridurre le proprie emissioni, o ad ammodernare i loro impianti, in quanti ne hanno la necessità per crescere economicamente e continuare a ridurre il numero dei loro poveri.

La sola Cina, negli ultimi 30 anni, ha vissuto un progresso economico vertiginoso, che, vero, l’ha portata ad essere uno dei paesi più inquinanti ed inquinati del mondo, ma ha anche fatto sì che svariate decine di milioni di persone uscissero dalla soglia della povertà assoluta, migliorandone le condizioni di vita. I Paesi che più hanno fatto progressi nella riduzione delle emissioni sono, invece, proprio i Paesi Occidentali ed Europei in particolare.

L’egoismo mal celato dei “Verdi” di professione

Dietro le buone intenzioni nel limitare il cambiamento climatico globale, si cela invece un velato egoismo: chiedere ai Paesi più poveri di ridurre la produzione e le emissioni e quindi di rimanere poveri, o ritardare la loro crescita, affidandosi a fonti di energia che ancora non sono in grado di sostenere elevati standard produttivi.Non è la prima volta che gli occidentali, mossi da buone intenzioni e dal sentimento ecologista, provocano l’effetto opposto sulle popolazioni più arretrate e povere. Come nel caso del DDT, un insetticida capace di debellare la malaria e ridurre in maniera drastica il numero di morti causati dalla zanzara anofele.

Questo fino a che, nel 1962, è iniziata una demonizzazione della sostanza, ritenuta nociva e dannosa per la salute e addirittura cancerogena. Per questo motivo i Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, hanno deciso di metterla al bando. Da quel momento le morti per la malaria sono aumentate – ma ovviamente non in Nord America o Europa – bensì in Africa ed in Asia, nei paesi più poveri dove la malattia ha iniziato a mietere fino a 2 milioni di vittime l’anno. Nel 2006 l’OMS ha dichiarato che il DDT non comporta danni per la salute umana e che dovrebbe essere ripristinato il suo uso nella lotta contro la malaria.

Ma nel frattempo, oltre 40 anni di lotta ambientalista su questo tema hanno causato, qui sì, svariati milioni di morti, per un dubbio, un timore, un sospetto non verificato, che esso potesse causare danni per la salute dell’uomo.Un’altra campagna degna di menzione è quella contro gli OGM, giudicati dannosi e pericolosi da numerosi Paesi occidentali – tra cui l’Italia – che ne vietano o limitano la produzione. Nel frattempo, milioni di persone muoiono o soffrono di malattie legate alla malnutrizione, che i cibi OGM potrebbe evitare o comunque limitare.

Ancora una volta, l’egoismo ambientalista che prospera nei Paesi occidentali, mascherato dalle buone intenzioni e dai timori per la salute umana, miete vittime nei paesi più poveri e meno sviluppati del mondo.

I falsi miti degli ambientalisti

Quasi tutta la campagna di sensibilizzazione sul tema cambiamento climatico pone come obiettivo e “nemico” l’industria, rea di immettere il maggior numero di sostanze inquinanti per soddisfare le smanie di ricchezza dei capitalisti. Ma anche questo è un falso mito.

Numerosi studi dimostrano come gli impianti termici per i riscaldamenti degli edifici producono una quantità di CO2 maggiore di circa 3 volte rispetto gli impianti industriali e 6 volte rispetto la circolazione dei veicoli. Il primo passo, di chi ha a cuore il futuro del nostro Pianeta, dovrebbe essere quello di spingere per l’ammodernamento degli impianti di riscaldamento nelle nostre case – attraverso incentivi, o meglio, detassazioni totali – più che chiedere ai governi di agire con disincentivi fiscali nei confronti di chi produce o usa auto nei centri urbani.

I combustibili fossili restano comunque, allo stato attuale – piaccia o non piaccia – una fonte di energia non rinunciabile. Per quanto sia positivo tentare di sviluppare forme alternative quali l’eolico ed il fotovoltaico, pensare che esse possano, nel breve periodo, soppiantare i combustibili fossili è improbabile, oltre ad avere un costo spropositato. Dal 2007 in poi l’Italia ha iniziato ad investire nelle energie alternative. In circa 10 anni il costo della bolletta è più che raddoppiato. A questi investimenti di denaro pubblico non sono conseguiti risultati degni di nota: le energie alternative non si sono rivelate utili per soppiantare gli impianti tradizionali.

Il fotovoltaico e l’eolico ad oggi sono una fonte utile a risparmiare combustibile convenzionale, ma non ancora in grado di sostituirlo.L’unica fonte che in maniera chiara è in grado di produrre energia sufficiente emettendo meno CO2 degli impianti convenzionali è il Nucleare. Demonizzato ed avversato da tutti i movimenti ambientalisti globali. In Italia neanche a parlarne!

Conclusioni

L’argomento inquinamento e cambiamento climatico è estremamente complesso, e nessuno può avere certezze a riguardo. È bene avere a cuore il futuro del nostro pianeta, ma bisogna farlo superando gli steccati ideologici e i facili slogan approfondendo la questione.

La soluzione non è fermare il progresso e stravolgere il capitalismo. Sono proprio i paesi più ricchi e sviluppati che si stanno muovendo per trovare una soluzione. Sono le imprese più grandi e moderne quelle che producono meno emissioni e che promuovono campagne di sensibilizzazione sul tema. Progresso e sviluppo non sono nemici dell’ambiente, ma i suoi più preziosi alleati.