Come proteggere la privacy dei consumatori e la sicurezza dei dati nell’era del 5G?

di Mikołaj Barczentewicz e Luca Bertoletti su Consumer Choice Center

Questo policy paper esamina i rischi correnti per la privacy dei consumatori europei, mostra come le presenti leggi siano insufficienti a proteggere e tutelare le persone nell’era della tecnologia 5G e propone linee guida su cosa si può fare, attraverso provvedimenti legislativi e altre misure politiche, per minimizzare la vulnerabilità nei confronti di perdite di dati e violazioni della privacy.

Raccomandazioni

  • I consumatori sono serviti al meglio se le politiche sono orientate ai risultati e sono basate sull’evidenza scientifica. Misure radicali come l’esclusione totale dei prodotti basata sul paese di provenienza dovrebbero essere considerate come extrema ratio.
  • Consigliamo di introdurre norme in materia di responsabilità per gli operatori e i rivenditori di software e dispositivi che espongono il consumatore al rischio di interferenze anche illegali. Si dovrebbe considerare la possibilità di introdurre una forma di responsabilità personale per i direttori d’azienda.
  • Standard di responsabilità dovrebbero essere accompagnati da certificazioni di sicurezza del software e dei dispositivi (come proposto dal “Cybersecurity Act” del Unione Europea): L’approccio proposto dalla Commissione Europea nelle sue nuove raccomandazioni sulla sicurezza dei network 5G è conforme ai nostri suggerimenti.
  • La promozione di algoritmi crittografici e di metodi di autenticazione sicuri dovrebbe comprendere una parte significativa degli sforzi volti a salvaguardare gli interessi dei consumatori.

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(*) Il Consumer Choice Center è un gruppo d’interesse a difesa dei consumatori che supporta le libertà negli stili di vita, l’innovazione, la privacy, la scienza e la libertà di scelta dei consumatori. Le principali aree politiche sono l’economia digitali, la mobilità, gli stile di vita e i beni di consumo, la salute e la scienza.

Il CCC consente ai consumatori di far sentire la propria voce nei Media e sul Web.

Il CCC rappresenta i consumatori in oltre 100 paesi in tutto il Mondo. Monitora da vicino le legislazioni in materia da Washington, Bruxelles e Ginevra.

“La Coca Cola me la porto a scuola”?

“La Coca Cola me la porto a scuola”?. Condividiamo questo saggio di un nostro caro amico che ci segue sempre, Giuseppe Portonera , Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, pubblicato sul sito dell’istituto #brunoleoni.it.

Le banalizzazioni del ministro dello sviluppo economico sull’educazione alimentare

➡️ Leggi su brunoleoni.it il Focus completo

Di fronte alla platea di Coldiretti, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi di Maio, ha detto che: «l’educazione alimentare si deve fare nelle scuole prima di tutto eliminando tutti questi distributori di cibo spazzatura che viene somministrato ai nostri figli» e che è «assurdo che un bambino nel corridoio della sua scuola abbia ancora un distributore di Coca Cola o prodotti non made in Italy». Piuttosto, «mettiamoci un bel distributore di succo d’arancia». 

In questo Focus si fa il punto su tre “facili verità” sollevate da Di Maio: quanto è spazzatura il cibo spazzatura? È vero che dove c’è la Coca cola non ci sono le arance (italiane)? È vero che dove c’è la Coca cola non c’è il made in Italy? 

In verità, c’è un problema di fondo più grande e importante dei termini dell’infelice dichiarazione di Di Maio, che – come chiarito in apertura – è rappresentato dalla banalizzazione del tema dell’educazione alimentare. È un peccato che un argomento così importante sia non solo svilito per il fine di inseguire qualche applauso a una convention o qualche titolo sui giornali, ma anche trattato secondo una direttrice che è facile riassumere in “meno libertà, più obblighi”.

Il “paternalismo” (soft o hard) che i nostri politici esibiscono ogni qualvolta si parla di educazione alimentare è dannoso sotto più profili: a parte il profilo della dubbia efficacia per il miglioramento della salute individuale, l’esempio delle dichiarazioni del ministro Di Maio – che, comunque, è il ministro dello sviluppo economico, non quello della sanità – dimostra che esso può rappresentare una minaccia anche alla crescita (seria e sostenuta) del paese.

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Firma per Abolire il CNEL!

Students For Liberty Italia lancia la petizione per chiedere l’abolizione del CNEL!

Chiediamo una riforma costituzionale che preveda l’abrogazione dell’art. 99 della Costituzione e la conseguente soppressione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (di seguito, Cnel).

Il Cnel si è rivelato un ente inadeguato agli scopi per cui era stato concepito ed è ormai superato: sindacati, associazioni d’impresa e categorie professionali non hanno avuto bisogno del Cnel per far sentire la propria voce e le proprie istanze nei confronti della politica. Ci sono già le interlocuzioni dirette con i partiti, con i governi e con i parlamenti, già partecipano al dibattito pubblico, promuovono campagne, scioperi, manifestazioni, studi, analisi, proposte. Un organo del tutto inutile, ma che è costato circa 1 miliardo di €, dalla sua istituzione ad oggi, e che, ogni anno che passa, costa 19 milioni, stando ai calcoli de “Il Sole 24 Ore”.

Il Cnel è però quella “cosa” che tutti vogliono abolire ma nessuno ci riesce.

Pertanto, Noi chiediamo che l’abolizione di questo organo – rivelatosi inutile e costoso per le ragioni che abbiamo esposto sopra – venga attuata attraverso una “legge costituzionale specifica”, che riguardi solamente il destino del Cnel, e non più (come invece fu nel 2016) nell’ambito di una Riforma costituzionale più larga e complessa. Questo per permettere al Parlamento, qualora la riforma per l’abolizione del Cnel fosse approvata con una maggioranza almeno dei 2/3, di dare seguito a questa richiesta dei cittadini evasa ormai da anni, o, qualora si dovesse tenere un Referendum costituzionale, agli elettori di poter votare e decidere univocamente, una volta per tutte, se questo organo debba continuare la sua esistenza, e non che tale decisione sia legata ai destini di una Riforma costituzionale più ampia.

Un impegno concreto per un obiettivo chiaro!

Una richiesta limitata e precisa, senza i soliti “ricatti” che si sono fatti in passato, del tipo: “Se vuoi abolire il Cnel, devi però votare Sì a tutta la Riforma costituzionale, anche se non ti piace!”

Firma e appoggia questa petizione, noi di Students For Liberty Italia ci batteremo perchè gli elettori si possano esprimere chiaramente e univocamente sulla sua abolizione!

FIRMA LA PETIZIONE su Change.org!

Come la BCE continua ad incentivare l’irresponsabilità degli Stati

di Daniel Lacalle su Mises.org

La Banca Centrale Europea (BCE) sta continuando a gonfiare in modo sproporzionato la bolla del debito dell’Eurozona, mentre la congiuntura delle principali economie europee peggiora. Quello che è stato concepito come uno strumento per consentire ai governi di guadagnare tempo per realizzare riforme strutturali e ridurre gli squilibri, è diventato un pericoloso incentivo a perpetuare la spesa pubblica eccessiva e ad aumentare il debito, per due motivazioni pericolose quanto erronee: non c’è nessun problema finché il debito è a basso costo e non c’è inflazione.

Il basso costo dei prestiti non è una buona motivazione per aumentare il debito. Il Giappone ha un bassissimo costo del debito ed il costo del debito pubblico giapponese è quasi la metà delle entrate fiscali dello stato. Il debito del Giappone è 15 volte più alto del gettito fiscale raccolto dal governo nel 2018.

L’inflazione ufficiale dell’Eurozona dal 2000 mostra un aumento del 40% nell’IPC, mentre la crescita della produttività è stata trascurabile e gli stipendi e l’occupazione ristagnano.

La politica monetaria è passata, insomma, dall’essere uno strumento per sostenere le riforme ad una scusa per non attuarle.

È necessario rammentare che l’Euro non è una valuta di riserva globale. L’Euro è utilizzato solo nel 31% delle transazioni globali, mentre il dollaro USA è utilizzato nell’88%, secondo la “Bank of International Settlements” (la somma totale delle transazioni, come spiega la BIS nel suo rapporto, è del 200% perché ogni transazione coinvolge due valute).

I rendimenti obbligazionari nell’Eurozona sono mantenuti bassi artificialmente e danno un falso senso di sicurezza, offuscato da tassi di interesse estremamente bassi e da un eccesso di liquidità.

Il bilancio della Banca centrale europea è stato gonfiato fino a raggiungere il 40% del PIL della Zona Euro, mentre al picco del quantitative easing il bilancio della Federal Reserve non ha raggiunto il 26% del PIL statunitense.

Gli acquisti di buoni del tesoro della Federal Reserve non hanno mai superato le emissioni nette. La BCE continua a riacquistare obbligazioni una volta che maturano, nonostante abbiano moltiplicato i riacquisti e abbiano raggiunto un valore pari a 7 volte la cifra delle emissioni nette.

16 Titoli sovrani a dieci anni nell’Eurozona mostrano rendimenti reali negativi. La Grecia e l’Italia, gli altri due, sono esempi sorprendenti, poiché i loro rendimenti (corretti per valuta e inflazione) mostrano un differenziale trascurabile rispetto al bond decennale statunitense.

L’eccesso di liquidità nella Zona Euro supera i 18 trilioni di euro.

Tutto è giustificato perché “non c’è inflazione” eppure ce n’è, e parecchia. Non solo nelle attività finanziarie (come l’enorme bolla dei suddetti titoli sovrani), i prezzi nell’Eurozona sono aumentati del 40% dal 2000, mentre la produttività è aumentata di poco.

La possibilità di creare debito a basso costo non deve diventare una giustificazione per aumentarlo, ma un’opportunità per ridurlo.

Tuttavia, la situazione attuale fa sì che ci si adagi pericolosamente sugli allori, accumulando fattori di rischio a lungo termine.

La BCE continua ad ignorare il rischio di coda e a collezionare squilibri, aspettandosi ancora che la liquidità possa generare livelli di crescita e di inflazione che non sono stati raggiunti nemmeno dopo una serie di manovre espansive per duemila miliardi. Tutto ciò, mentre i pericoli insiti nella saturazione del debito si fanno sempre più vicini.

I governi dell’Eurozona identificano il basso tasso di rendimento come una sorta di conferma, da parte dei mercati, della validità delle loro politiche, quando in realtà questi sono semplicemente – e artificialmente – gonfiati dall’azione delle Banche Centrali. Un “effetto placebo”, insomma, che ha portato molti governi europei a ridimensionare la propulsione verso le riforme, e a credere che la via per rilanciare la crescita sia quella di tornare alla fallacia delle politiche del 2008.

Bassi tassi d’interesse non sono sinonimo di credibilità e sicurezza, ma prova della repressione finanziaria in atto e del timore di vedere l’ambiente macroeconomico indebolirsi ulteriormente.

Il problema principale sta proprio nel fatto che, per sostenere il suo processo di recupero, l’Eurozona si è affidata unicamente alla volatilità dei risultati dati da una politica economica basata sull’”effetto placebo”, concentrandosi su un unico obiettivo: abbassare il costo della spesa pubblica per renderla finanziariamente appetibile – obiettivo da raggiungere “whatever it takes”. Ciò fa sì che gli squilibri strutturali continuino a perdurare, che la percezione del rischio risulti falsata, e che l’economia perda dinamismo insieme all’aumento dei fattori di rischio sul lungo termine.

La BCE si ritrova, insomma, a dover fare i conti col “rovescio della medaglia” – o della moneta. Decidere per la normalizzazione significa privare i governi dell’illusione di stabilità data dai tassi bassi, ed incontrare quindi la loro resistenza. Di contro, lasciare la situazione immutata significherebbe ignorare il rischio che possa scoppiare un’altra crisi dell’Eurozona, stavolta nell’assenza più totale di strumenti atti a contenerla. È proprio per questi motivi che Francoforte deve affrettarsi ad alzare i tassi d’interesse, e smetterla di riacquistare i titoli in scadenza finché ancora gode della fiducia dei mercati.

Purtroppo, però, anziché proporre interventi sul versante della domanda, per ridurre la tassazione e l’effetto stagnazione dato dalla spesa pubblica, molti analisti continueranno a vedere nell’innalzamento della spesa e nell’aumento della liquidità una soluzione, che tuttavia finirà col rendere l’economia ancora più debole.

Il “rovescio della medaglia” dell’accumulo di debito a basso costo è che questo ha, sostanzialmente, gli stessi effetti di una bolla speculativa immobiliare: cela la liquidità e il rischio d’insolvenza reale, a fronte di condizioni di prestito troppo favorevoli per essere vere. Questo perché, appunto, non lo sono.

Articolo pubblicato in lingua inglese. Traduzione a cura di SFL Italia

Un “falco” alla BCE?

di Fabrizio Ferrari su Mises.org

Il primo di novembre, come è noto, si chiuderà l’”era-Draghi” alla guida della BCE, la Banca Centrale Europea. Di conseguenza, il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea dovrà accordarsi sulla nomina del successore; com’è altrettanto noto, vi è una forte pressione da parte degli stati del Nord Europa per sostituire Draghi – considerato come una “colomba” – con un “falco”, che sia quindi meno incline ad accomodare alle necessità di bassi tassi di rendimento sul debito pubblico dei paesi dell’Europa meridionale – o più precisamente, allo stato attuale delle cose, dell’Italia.

Ma quali motivi – se ve ne sono – legittimerebbero la scelta di un “falco” alla guida della BCE?

A ben vedere, e senza nulla togliere ai meriti di Draghi, il quale è stato chiamato – per l’ignavia e la pavidità dei politici italiani – a risolvere, con strumenti di politica monetaria “federale”, una crisi che avrebbe richiesto in eguale (se non superiore) misura l’intervento della politica fiscale nazionale, i motivi che richiederebbero un “falco” alla guida della BCE sono diversi:

Il primo. L’espansione monetaria, attuata massicciamente dalla BCE da marzo 2015 in poi, ha avuto, tra gli altri effetti, quello di produrre un’evidente alterazione dei prezzi relativi dei titoli di stato (ad esempio, i decennali) dei paesi europei, la cui misura inversa ci è resa nelle misurazioni dello spread; difatti, ad esempio, risulta difficile credere che sia unicamente giustificabile dalla presenza di fondamentali macroeconomici (quali, ad esempio, le prospettive di crescita del PIL ed il margine disponibile di incremento della pressione fiscale) l’esistenza di un divario tra titoli di stato decennali italiani e americani inferiore a quello tra titoli americani e tedeschi.

In altri termini, pare abbastanza evidente il consolidamento di un “effetto-Cantillon” (cioè, un’alterazione dei prezzi relativi conseguente ad un’espansione monetaria) nei mercati finanziari europei, sia per quanto riguarda le differenze tra i prezzi dei titoli di debito pubblico di diversi paesi—probabilmente inferiori a quelle implicate dai fondamentali—sia per quanto riguarda le differenze tra i prezzi dei titoli di debito pubblico e dei titoli di debito privato (a tal proposito, le figure 1 e 2 segnalano l’evidente prevalenza di acquisto di debito pubblico (Public Sector Purchasing Programme) all’interno del programma di QE della BCE, che va sotto il nome di Asset Purchasing Programme, o APP).

In sintesi, le azioni messe in atto dal QE (o APP) hanno beneficiato decisamente alcuni paesi (come l’Italia) che hanno potuto finanziarsi a basso costo—grazie al sostegno apportato alla domanda di debito da loro emesso—a scapito però, anche solo indirettamente, di altri paesi (come la Germania) e di parte del settore privato;


Figura 1: PSPP (la parte blu delle colonne) indica l’acquisto di titoli di debito pubblico



Figura 2: PSPP (la parte blu delle colonne) indica l’acquisto di titoli di debito pubblico

Il secondo. Da un punto di vista storico e politico, è ormai evidente che i paesi dell’Europa settentrionale, e la Germania in particolare, si sentano – legittimamente – presi in giro da anni di promesse non mantenute da parte, più che dei paesi meridionali, dall’Italia in particolare: difatti, l’Italia ha abbondantemente disatteso la promessa, fatta a Maastricht nel 1992 e rinnovata con ad Amsterdam nel 1997, di convergere in 20 anni ad un livello di debito pubblico su PIL pari al 60%, arrivando, anzi, ad un massimo storico post seconda guerra mondiale superiore al 132%. Senza troppi giri di parole, ai tedeschi (ed a chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale) appare evidente quanto segue.

L’Italia ha beneficiato dei bassi tassi di interesse (dal 12.2% di spesa per interessi nel 1993 al 3.7% nel 2018), della stabilità monetaria e dell’integrazione commerciale portate in dote dall’euro, senza offrire in cambio quell’unica contropartita (riduzione del debito e riforme strutturali) che tutti gli altri consociati le avevano richiesto per dare un senso al progetto. Nel do ut des (o sinallagma) alle fondamenta del patto sociale interstatale chiamato Euro, l’Italia ha preso quel che le serviva senza adempiere alle obbligazioni per cui si era impegnata;

Il terzo. Con la giustificazione della bassa inflazione, Draghi ha potuto soccorrere lo stato italiano e mantenere bassa la spesa per interessi sul debito pubblico; tuttavia, questo, soprattutto agli occhi dei tedeschi, ha un prezzo: difatti, non solo altera i prezzi relativi dei titoli come spiegato al primo punto, ma anche priva la BCE dello spazio di manovra monetaria e sui tassi di interesse che le potrebbe servire per attuare politiche monetarie anticicliche al prossimo rallentamento dell’economia europea.

Inoltre, pare difficile giustificare, sul piano teorico e politico, una stance di politica monetaria tesa alla stimolazione dell’economia dell’Eurozona in chiave anticiclica, soprattutto considerando che la base monetaria della BCE ha raggiunto (alla fine del 2018) un valore pari a 3.217 trilioni di euro (circa il 28% del PIL dell’Eurozona; la Fed, alla fine del 2018, aveva emesso base monetaria per un valoreinferiore al 17% del PIL statunitense), che l’Eurozona—seppur poco—cresce in termini reali e che, soprattutto, anche gli unici che crescono meno degli altri (guarda caso, l’Italia…) sono ormai al pieno impiego dei fattori (tasso di occupazione al massimo storico, output gap pari al -0.1% nel 2018, -0.3% nel 2019 e -0.1% nel 2020).

Infine, viene la ragione più importante di tutte, che riassume in larga parte i tre punti precedenti: purtroppo, come spiega Hayek diffusamente in “La Denazionalizzazione della Moneta”, le banche centrali hanno il potere di influenzare, tramite il loro monopolio sul controllo della moneta e dei tassi di interesse, l’andamento di alcuni prezzi relativi ad alto contenuto politico. Nello specifico, Hayek porta l’esempio delle inflazioni, che riducono i salari reali senza però attribuirne la colpa ai sindacati, che possono così evitare di pagare il peso politico della maggiore disoccupazione che le loro richieste salariali eccessive (rispetto alla produttività) causerebbero.

Nell’Eurozona è avvenuto qualcosa di molto analogo: l’attività di Draghi, tesa (anche se solo ufficiosamente) a tenere basso il costo del debito italiano, ha permesso alla politica nostrana di rinviare quelle riforme strutturali dell’economia e della spesa pubblica la cui procrastinazione, a condizioni di mercato, sarebbe stata fatta pagare a carissimo prezzo. Quindi, sia per la tranquillità dei risparmiatori nordeuropei, sia per la tenuta dell’unione monetaria e sia, soprattutto, per il bene dell’Italia, è giunto il momento di sostituire la “colomba” Draghi, madre amorevole ma troppo accomodante, con un “falco”, chiunque esso sia, che sappia vestire i panni di un’arcigna Signora di Rottermeier.

Articolo pubblicato in lingua inglese. Traduzione a cura di SFL Italia


Come la “Cannabis light” ha danneggiato gli spacciatori

I ricercatori delle Università di Salerno e di York hanno provato a stimare quanto la concorrenza del prodotto “Cannabis light” abbia strappato fatturato al mercato illegale.

Sulla carta, la “Cannabis light” in vendita in Italia può essere usata solo per scopi “tecnici” o “collezionistici”. Di fatto, è abbastanza ovvio che quasi tutti gli acquirenti la fumino. Con livelli di Thc (il principio attivo psicotropo) inferiori allo 0,6%, ma livelli di Cbd (che ha effetti rilassanti, ma non ‘sballa’) a volte superiori al 20%, il prodotto non può essere considerato una droga ma offre comunque quello che molte persone cercano nella marijuana, come ad esempio combattere l’insonnia o l’ansia.Con tutti i vantaggi di evitare effetti stupefacenti – magari sgraditi – e di non doversi rivolgere al mercato illegale.

A questo proposito, bisogna chiedersi quanto grande sia il giro d’affari che la Cannabis light ha strappato agli spacciatori. Alcuni episodi, come quello di Monterotondo, dove alcuni mesi fa un pusher ha incendiato un negozio di canapa, colpevole di fargli concorrenza, dimostrano che la questione c’è e va posta!

Tre ricercatori italiani hanno provato a dare una risposta con quello che è il primo studio mai attuato in merito.

La Ricerca

Vincenzo Carrieri e Francesco Principe, del dipartimenti di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Salerno, e il collega Leonardo Madio, dell’Università di York, hanno incrociato i dati forniti dalla polizia sui sequestri dei derivati illegali della cannabis su base provinciale con quelli sulla presenza dei negozi che vendono la Cannabis light a partire dal dicembre 2016, quando è entrata in vigore la legge che ha consentito la vendita di infiorescenze con una percentuale di Thc tra lo 0,2% e lo 0,6%.

I dati sono stati ponderati sulla base di fattori come la presenza di porti, dove avvengono i sequestri più ingenti, e condizioni ambientali che favoriscono la coltivazione di Cannabis e quindi l’approvvigionamento, a partire dalla presenza di corsi d’acqua. I numeri che contano sono soprattutto quelli raccolti a partire dal maggio 2017, quando era diventato disponibile il primo raccolto successivo a quella che lo studio definisce “liberalizzazione involontaria” e la vendita si era allargata dai negozi specializzati ai tabaccai e alle erboristerie, rendendo il mercato più omogeneo.

LINK ALLO STUDIO

Di quanto è calato il mercato illegale?

“L’Italia è un caso di studio interessante per via della presenza di una forte criminalità organizzata”

Come sappiamo, la criminalità organizzata trae la maggior parte dei suoi guadagni dalla vendita di stupefacenti, un mercato dove marijuana e hashish contano per il 91,4% del totale delle sostanze spacciate, per un giro d’affari di 3,5 miliardi.

Ancor più interessante è che la Cannabis light sia un “sostituto imperfetto” della Cannabis psicoattiva ma, nondimeno, è riuscita lo stesso a diminuire il giro d’affari dello spaccio in un Paese che ha tra i consumi più elevati d’Europa (il 19% dei giovani adulti, ovvero le persone tra i 18 e i 34 anni, contro una media UE del 13,9%)

“Abbiamo scoperto che la legalizzazione della cannabis light ha portato a una riduzione tra l’11% e il 12% dei sequestri di marijuana illegale per ogni punto vendita presente in ogni provincia e a una riduzione dell’8% della disponibilità di hashish […] i calcoli su tutte e 106 le province prese in esame suggeriscono che i ricavi perduti dalle organizzazioni criminali ammontino a circa 200 milioni di euro all’anno”

In una forbice stimata tra i 159 e i 273 milioni.

Si calcola inoltre che ad ogni negozio che vende la Cannabis light corrisponda un calo dei sequestri di Cannabis illegale pari a 6,5 chili all’anno. 

Una “sostituzione” inattesa

I numeri possono sembrare non così significativi, se paragonati a un mercato da 3,5 miliardi. I ricercatori sottolineano però che il vero impatto potrebbe essere molto più vasto, dal momento che la marijuana sequestrata rappresenta solo una parte minoritaria di quella disponibile sul mercato e che la Cannabis light è un “sostituto piuttosto imperfetto della marijuana disponibile sul mercato illegale”, avendo una percentuale di Thc minima e, quindi, “effetti ricreativi molto più bassi”.

Nondimeno…

“Le stime indicano che anche una forma lieve di liberalizzazione può soddisfare lo scopo di ridurre la quantità di marijuana spacciata e i relativi ricavi delle organizzazioni criminali”. 

Ecco quindi – inatteso – l’“effetto di sostituzione” nella domanda tra “Cannabis light” e “Cannabis di strada”, il cui contenuto di Thc è aumentato negli ultimi anni, con una media del 10,8% e picchi del 22%. Ciò lascia intendere che ci sono consumatori che preferiscono il prodotto legale proprio in virtù degli effetti più blandi.

Questo, affermano i ricercatori…

“Suggerirebbe alla politica un approccio misto alla legalizzazione, che da una parte dirotti i consumi illegali verso quelli legali, danneggiando il mercato nero, e dall’altra riduca le esternalità negative associate con l’uso e l’abuso di queste sostanze”.

Dove orientare la Ricerca

La ricerca sul settore è però appena iniziata e non offre elementi sufficienti a stimare i possibili benefici di una legalizzazione più ampia, sul modello di Canada e alcuni Stati degli Usa, fanno sapere i ricercatori.

Studi futuri, conclude il rapporto…

“… potrebbero indagare, nel contesto italiano, l’efficacia di questa blanda forma di legalizzazione sui crimini violenti e non violenti. Questo aspetto assume, per esempio, una rilevanza nel lungo termine, con una più efficiente allocazione delle risorse della polizia verso la repressione e la prevenzione di altri crimini”.

Ed infine…

“… sarebbe positivo stimare le entrate fiscali potenzialmente perdute, il che potrebbe essere un altro argomento a favore della liberalizzazione soprattutto in tempi, come quelli attuali, di stretti limiti alla politica di bilancio.”

Tratto da agi.it

Conclusioni

Ancora una volta, vogliamo sottolineare che il problema “droga” non si sconfigge con la proibizione. E questo studio lo ha ampiamente dimostrato, seppur analizzando una liberalizzazione “minima”.

Con il proibizionismo, invece, si può restare a guardare solo come si alimentino le mafie ed il narcotraffico.

Ecco perchè non bisogna punire chi commercia onestamente e segue le regole; e la lotta alle mafie non può passare attraverso la punizione di innocenti che con le mafie nulla c’entrano.

C’è un mercato nero, a cui nessuno riesce a mettere i sigilli, e che è aperto tutti i giorni, anche di notte, per vendere un prodotto “che sballa” e che fa male. Ma chi compra la “Cannabis light” sta cercando altro. Sono persone adulte, con piccoli problemi di salute, insonnia, dolori muscolari, persone che vogliono smettere di fumare sigarette, o persone che hanno un cattivo rapporto con il thc. Perchè punirle?

Everest S.p.a.

“Solo tra mercoledì e giovedì scorso almeno due persone, un uomo e una donna, sono morte sull’Everest per le troppe persone presenti sulla montagna, che hanno causato lunghe code costringendo centinaia di alpinisti a passare ore fermi in attesa al gelo prima di poter proseguire con la salita o la discesa. Donald Lynn Cash, americano di 54 anni, e Anjali Kulkarni, indiana della stessa età, sono morti entrambi durante la discesa, dopo aver passato ore in fila a più di ottomila metri: la cosiddetta “zona della morte”, dove l’aria è così rarefatta che ogni piccolo sforzo richiede un enorme dispendio di energie.

L’affollamento della montagna è un problema vecchio e noto, ma il governo nepalese non è ancora riuscito a risolverlo. 

Ogni alpinista che vuole scalare la montagna deve richiedere un permesso al governo pagandolo circa 11 mila dollari. Moltiplicati per le centinaia di richieste annuali, i permessi sono una notevole fonte di introiti per il paese, che è sempre stato restio a fare l’unica cosa che secondo molti risolverebbe il problema: ridurli drasticamente. 

Ma in realtà, c’è una soluzione alternativa

Anche in Nepal, lo scopo principale di chi governa non è fare poco per creare le migliori condizioni possibili, ma arricchirsi sulle spalle di chi ci vive e transita. 

Ebbene, noi abbiamo trovato una soluzione per evitare nuove morti e risolvere la situazione dal punto di vista economico: privatizzare l’Everest! 

Questa soluzione condurrà inevitabilmente ad un aumento del prezzo dei permessi, al fine di non congestionare la scalata. Questa minore congestione diminuirà anche le possibilità che chi affronta l’Everest muoia nell’attesa.

Stiamo proponendo qualcosa di folle? Niente affatto! 

Nel governo nepalese, infatti, c’è chi questa proposta la porta avanti da anni: qualche voce all’interno del Ministero del Turismo che, però, finora è rimasta inascoltata. E l’idea non sarebbe la privatizzazione del solo Everest, ma delle più di 1300 vette presenti sul territorio Nepalese.

Link della proposta

Cassazione: E’ reato vendere la Cannabis light. E ora chi paga?

Brusco stop alla crescita della filiera della cannabis sativa: la Cassazione ha dato l’alt! alla vendita di olio, resina, inflorescenze e foglie, ed ora a pagare è un settore nato da pochi anni ma che già impiega, lungo tutta la filiera, dal campo al negozio, circa 10.000 persone, e crea un un fatturato da 150 milioni di euro l’anno (un settore ancora di “nicchia”, ma in veloce crescita). A rischio chiusura dunque non solo negozi e rivenditori online, ma l’intera filiera dei prodotti derivati dalla “cannabis sativa L” (che deve avere un tasso di Thc tra lo 0,2 e lo 0,6%).

Tutto questo perché la norma sulla coltivazione di questa pianta non li prevede tra i derivati commercializzabili: rimane, com’è giusto dire, “muta”. Ma non è il classico “nel silenzio della legge, tutto è concesso”, è un silenzio pericoloso, perchè, lo sappiamo bene, incombe l’ormai noto a tutti “Testo Unico sulle droghe” del ’90. 

Che cosa ha detto la Cassazione?

Il punto di partenza di questa pronuncia a Sezioni Unite della Cassazione è stato proprio la legge sulla coltivazione della canapa (legge n. 242/2016), che mirava a facilitarne la coltivazione al fine di consentire l’uso di alcune parti ma, nel fare ciò, veniva aperta la possibilità (a quanto pare solamente in via interpretativa) di commercializzare parti della pianta notoriamente contenenti “principi attivi droganti”, fissando un limite specifico di principio attivo entro il quale la coltivazione era da ritenere lecita. Per effetto immediato di questa nuova legge, sono sorti molti negozi di ‘canapa light’. 

La pronuncia delle Sezioni Unite chiude un dibattito giurisprudenziale che si era sviluppato attorno a questa legge (a colpi di sentenze tra loro discordanti); e lo chiude in maniera assai netta e di estrema chiusura:

“La commercializzazione di cannabis sativa e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della […] canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole […] e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”. Il fatto però che questi derivati non fossero espressamente vietati ha spinto alcuni negozi a iniziare le vendite.

Di conseguenza, “integrano il reato di “produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope”, le condotte di cessione, di vendita e in genere la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa, salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante”. Un passaggio questo che farà discutere.

Cosa succederà adesso?

Teoricamente in base alla decisione della Cassazione, che deve ancora depositare la motivazione, già da oggi le forze dell’ordine possono sequestrare nei negozi i prodotti della cannabis sativa vietati e denunciare chi li vende. Il Testo di riferimento non torna dunque ad essere (come alcuni dicono) bensì rimane sostanzialmente quello Unico sulle droghe, il “famoso” dpr 309/1990.

Altre info qui

La politica dovrebbe adeguarsi alla società

Merita citare a riguardo il pensiero di Alberto Mingardi (IBL) (La Stampa, 31 maggio 2019)

L’unica cosa certa, in questo momento, è l’incertezza. In Italia ci sono migliaia di esercizi commerciali che hanno aperto presumendo di non commettere alcun illecito.

Esiste una filiera, che d’improvviso si scopre in una terra di nessuno. Che dirà la politica a chi ha impiegato, in perfetta buona fede, i propri risparmi per aprire un’attività di questo tipo? Il nostro è un Paese nel quale la classe dirigente chiama “vittime” individui adulti che avevano investito nelle sei banche fallite e decide di indennizzarli, a carico della collettività. Che fare allora con persone che si sono convinte che le regole del gioco siano cambiate a partita iniziata?

Non avrebbero, paradossalmente, più titolo loro ad essere rimborsate? In tutto l’Occidente, la tendenza generale va nella direzione di una depenalizzazione della marijuana. Negli USA l’uso della cannabis per scopi medici è legale in trentatré stati, l’uso a scopo ricreativo è permesso in dieci, fra cui Washington DC, la capitale dell’impero. Questo riflette un cambiamento profondo nelle abitudini delle persone, che in larga misura ormai considerano questo “vizio” fra quelli ammissibili, persino meno disapprovato del fumo di sigaretta.

In Italia l’uso a scopo ricreativo è vietato ma proprio la moltiplicazione dei negozi di “cannabis light” testimonia forse come la sensibilità al tema è mutata. Ci sono momenti nei quali le regole formali debbono adeguarsi alle norme sociali. È improbabile che questo avvenga nel nostro Paese, dove la cannabis segna l’ennesima frattura fra i due partiti di governo. I quattrini, le aspettative, le speranze di quei quindicimila appaiono un dettaglio trascurabile. Del resto, si tratta solo d’imprenditori privati.

Conclusioni

I complimenti (sarcastici) vanno fatti a chi ha scritto la legge del 2016. D’altronde dalla Suprema Corte di Cassazione non ci si poteva aspettare altrimenti: troppo spesso, infatti, è chiamata a “fare politica” e a supplire, prendere il posto, del legislatore per colmare i vuoti, pur non rivestendo (formalmente) i panni del potere legislativo, specialmente nei settori che hanno a che fare con le scelte individuali di ciascuno e che vengono colpevolmente dimenticati o deliberatamente trascurati dal nostro legislatore. 

La lacunosa legge intorno alla quale è fiorito questo mercato nulla dice sulla commercializzazione dei derivati della canapa e, inoltre, non interviene sull’uso ricreativo della sostanza – tema che in Italia non si è mai voluto affrontare in maniera decisiva – e che, ça va sans dire, rappresenta il “carburante” di questo genere di commercio.

In un quadro normativo del genere, la Cassazione non ha potuto non prendere una posizione, complici anche il disordine portato da una serie di sentenze, contrastanti tra loro, provenienti da delle sue singole sezioni (ecco perché l’intervento della Sezioni Unite).

E, tuttavia, non possiamo dimenticare, come ci ricorda Mingardi, che è stato proprio lo Stato a consentire a questi negozianti di aprire, nonostante una legge lacunosa, a cui hanno anche cercato – invano – di porre rimedio con codici di autoregolamentazione.

Giusta la conclusione a cui approda Simone Cosimi di Wired.it

“Ma l’altro lato della questione è esattamente questo: perché in Italia dev’essere tutto appeso alle sentenze? È mai possibile che interi pezzi di business per un certo periodo di tempo tollerati e per certi versi promossi possano saltare perché chi dovrebbe scrivere le leggi non ne cura l’impatto, la qualità, gli effetti sul medio-lungo periodo, le parti volutamente o meno lasciate in silenzio?”

[Speciale] DIBATTITO SULL’UNIONE EUROPEA

Introduzione

++ … ARTICOLO IN COSTANTE AGGIORNAMENTO! ++

Manca meno di una settimana al voto delle europee.

L’Europa ed il futuro dell’Unione Europea hanno assunto un peso sempre più grande nel dibattito politico del Nostro Paese.

Le due visioni principali e contrapposte prevedono si posso riassumere, da una parte, in una maggiore integrazione e la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa” e dall’altra, in un ritorno ad un più elevato grado di sovranità nazionale, in una sorta di “Europa delle Nazioni”.

Al centro del dibattito che vogliamo fare non ci saranno però le posizioni “mainstream” dell’uno o dell’altro schieramento, che interessano ma relativamente, ma ci concentreremo su quali saranno le libertà ed i benefici che i cittadini europei potranno trarre dal proseguimento oppure dall’arretramento dell’integrazione multilivello del sistema politico ed economico europeo: quale sistema potrà valorizzare al meglio i diritti di libertà?

Posizioni e istanze pro-Libertà infatti possono trovare posto sia all’interno di uno schieramento che nell’altro… l’importante è comprendere come, quanto e in quale modo s’intenda valorizzarle.

Per questo sarà un dibattito interessante per chi come noi ha lo sguardo attento alle libertà individuali, e speriamo, nell’una come nell’altra metà campo, di portare idee, temi e proposte nuove che possano arricchire entrambe le squadre.

Le posizioni del #SI

“L’Unione la voglio elvetica” di @Giacomo Messina

Le elezioni Europee: una tornata elettorale definita da tutti come decisiva, una sorta di referendum pro o contro l’UE. Da una parte i partiti europeisti, che spingono verso una maggiore integrazione sia politica che economica, dall’altra i sovranisti, che chiedono di rispettare la sovranità e le specificità dei singoli paesi.

Opinione di chi scrive è che in realtà le prossime europee non saranno realmente importanti per il futuro dell’Unione quanto per gli equilibri interni dei singoli paesi, poiché potrebbero sdoganare i movimenti sovranisti come partiti di governo e non solo di lotta. Difficilmente ci saranno stravolgimenti nella natura, nella struttura e nei trattati dell’UE, difficilmente la maggioranza al Parlamento Europeo e quindi alla Commissione sarà diversa da quella degli ultimi anni. Certamente il messaggio politico di una forte affermazione dei partiti euroscettici è qualcosa con cui, i partiti tradizionali, dovranno fare i conti se vorranno continuare a sopravvivere.

L’Europa, come Comunità Economica prima e come Unione poi ha indubbiamente raggiunto svariati successi. La creazione di un mercato unico con le quattro libertà di circolazione di persone, capitali, merci e servizi hanno contribuito, insieme alla cooperazione politica tra stati membri, al periodo più lungo di pace nella storia del nostro continente. “Dove passano merci, non passano eserciti” diceva Frederic Bastiat, e così è stato. L’integrazione è continuata con la moneta unica, strumento che ha tolto il potere agli stati di battere moneta a proprio piacimento e creare inflazione, definita la più iniqua delle tasse da Luigi Einaudi, uno dei padri costituenti dell’Italia e del progetto di unificazione tra paesi europei. L’Euro ha tolto potere di imposizione fiscale ai singoli governi, spingendoli verso politiche necessariamente più responsabili e sostenibili nel lungo periodo. Questo è il principale successo della moneta unica, troppo spesso dimenticato, anche da chi si fa paladino della lotta contro le tasse e lo stato interventista. La moneta unica ed il mercato comune chiedevano necessariamente una maggiore integrazione delle economie degli stati che compongono l’Unione. Ecco quindi la necessità del trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, con i parametri introdotti come i famosi 3% di deficit o 60% di rapporto debito/Pil. Necessari per far si che l’Unione monetaria ed il mercato unico continuino a sopravvivere senza sfaldarsi nei momenti di difficoltà di un singolo membro, come nel caso Greco.

Ma l’Unione non è solo utile e necessaria per un migliore sviluppo economico quanto per gli equilibri geopolitici mondiali. Che l’Europa resti unita e forte politicamente è di fondamentale importanza se non si vuole rimanere soggiogati da potenze mondiali come Russia e Cina, o essere sempre subordinati al volere degli Stati Uniti. Non fraintendete, sono un Atlantista convinto e ritengo gli USA un partner fondamentale, oltre che un modello a cui guardare ed aspirare. Ritengo però che gli interessi strategici di USA ed UE possano talvolta divergere, come per la questione del Nord-Africa, soprattutto adesso che l’America sembra dirigersi verso un maggior isolazionismo ed un minor interventismo. Una unione forte economicamente, politicamente e militarmente, con obiettivi condivisi e chiari può fare gli interessi del popolo europeo meglio dei singoli stati e difendersi dalle mire espansionistiche ed egemoniche di Russia e Cina che rimangono ancora troppo lontane, e di fatto nemiche, del modello democratico, liberale e di mercato che caratterizza le nostre democrazie e le nostre economie. I popoli europei sono già estremamente integrati tra di loro per culture, tradizioni e storia, l’Europa è già la patria comune di milioni di persone, tanto quanto lo sono i singoli stati, regioni e comuni che caratterizzano la struttura del nostro continente.

Proprio da questa particolarità e da questa specificità derivano tutte le difficoltà e le problematiche riscontrate dall’UE nel corso degli ultimi anni. Non essere stati in grado di capire che l’Unione non può essere gestita centralmente ed unicamente da Bruxelles, Strasburgo o Francoforte, con direttive e leggi che valgono a tutti i livelli e per tutti gli stati, senza riconoscere l’unicità di ogni singolo territorio ha creato malcontento e delusione. Più un governo ed un parlamento sono lontani dal cittadino più è minore l’accountability e l’assunzione di responsabilità da parte dei politici. Più si è lontani dal territorio, minore è la conoscenza dello stesso e la capacità di legiferare in suo aiuto.

L’Unione soffre di un deficit democratico di non poco conto, i cittadini sono scarsamente rappresentati e le cariche decisive non sono elettive bensì per nomina. Gli organi e le istituzioni con poteri legislativi ed esecutivi sono proliferati nel corso degli anni: Commissione Europea, Consiglio dell’Unione Europea, Consiglio Europeo, Parlamento Europeo. Spesso con compiti simili o in contrasto tra di loro, con sedi multiple, e migliaia di dipendenti, tutto pagato dai contribuenti.

L’UE si sta, poco alla volta, trasformando in un superstato, centralizzato in cui tutto deve essere pianificato, controllato e regolamentato. Dove, ad esempio, la concorrenza fiscale tra paesi e territori è malvista. Continue sono in questo senso le richieste di armonizzazione fiscale tra stati. Chi si auspica questa convergenza fa il male tanto dei paesi virtuosi che verrebbero enormemente danneggiati per la sola “colpa” di essere più efficienti ed essere stati in grado di avere meno spesa ed uno stato più leggero, incoraggiando invece gli Stati che hanno accumulato nel corso degli anni spese clientelari e debito a cause delle inefficienze del settore pubblico e di regalie elettorali.

L’Unione Europea come tutti gli organismi composti da burocrati e politici che hanno perso il contatto con la realtà dei territori si è impegnata a legiferare e regolamentare il più possibile, aumentando il peso normativo in capo agli stati membri. Dalle PAC, alla Politica Comune della Pesca che si occupa persino di stabilire le quote di pescato per ogni paese, a concludere con leggi assurde che determinano le dimensioni e l’aspetto di frutta e ortaggi. Non c’è ambito in cui l’UE non si sia presa la briga di stabilire norme e regole. A questa invasività e pervasività che i cittadini europei si stanno ribellando, a partire dalla Brexit.

L’Unione Europea dovrebbe essere un grande organismo di collaborazione tra territori, ancora prima che tra stati, che condividono una politica estera e militare comune, mercato e frontiere comuni, con una politica migratoria condivisa, incoraggiando lo sviluppo delle economie di mercato e della democrazia liberale. Deve essere un baluardo della difesa delle libertà acquisite dai popoli occidentali, contro le minacce provenienti al resto del mondo. A questo scopo non è necessario avere decine di organi politici e migliaia di dipendenti e burocrati. Non è necessario avere leggi e norme che regolino ogni aspetto della vita umana.

L’esempio da prendere in considerazione per il futuro dell’Unione è un paese che fa parte dell’Europa, molto vicino a noi, ma spesso ignorato: la Svizzera. Uno dei sistemi più democratici e liberi al mondo, uno dei paesi più ricchi, con standard di vita più alti e minor disuguaglianze. Ricreare il sistema di governo Svizzero a livello continentale dovrebbe essere l’obiettivo da porsi per chi ha a cuore il futuro dell’Unione.

“Un’Unione Libertaria?” di @Mike Sciking

L’integrazione europea è un processo interessante e se ben applicato positivo. Tuttavia i partiti odierni lo fanno male: Chi dice sì vorrebbe spesso un Superstato assistenziale, con l’obiettivo di accedere alle ricchezze delle nazioni più sviluppate sulla falsariga della “solidarietà regionale” italiana, chi dice no spesso vuole Nazioni sovrane come quelle novecentesche: protezionistiche e che mettono l’Individuo al servizio dello Stato.

Bisognerebbe guardare al modello proposto dal Liechtenstein di Stato come pacifica impresa di servizi fortemente decentrata e al servizio dell’individuo, ma non potendo pretendere che tutto il mondo segua il nostro modello può avere senso un unico esercito europeo, affiancato da cittadini europei armati su modello USA o svizzero, come deterrente più forte rispetto ad un tot di eserciti nazionali, ma le restanti decisioni devono essere prese il più localmente possibile: Prima l’individuo, poi la famiglia, poi il comune, poi la provincia, poi la regione, poi lo stato, solo in ultima istanza, l’unione.

 … continua

Le posizioni del #NO

“L’Europeismo è il vero anti-europeismo”

Se le elezioni europee de 2014 avevano segnato (si può dire) “l’ultima” chiamata, l’ultima occasione concessa dai cittadini europei ai partiti tradizionali per provare a cambiare l’Europa, quelle del 2019, se non segneranno la “fine” dell’Unione per come la conosciamo, certamente rappresenteranno una “batosta” (almeno secondo i sondaggi) o comunque un “giro di boa” che imporrà una seria riflessione e più di un ripensamento per come si è fatta la politica in Europa, dal 1992 con Maastricht, fino ad oggi. 

In particolare – eppure già allora si parlava del “pericolo sovranista”, dell’“avanzata degli euroscettici” – i risultati emersi dalle urne del 2014 per i partiti “europeisti” furono ancora nettamente maggioritari. Tuttavia, quel consenso ancora forte è stato sprecato in questi cinque anni, che invece hanno visto il successo – prima con qualche buon risultato, poi con una rimonta sempre più incalzante – di formazioni euro-scettiche, che hanno anche nel frattempo conquistato parecchie cancellerie negli Stati membri. Chi pensa che questo non cambierà in alcun modo gli equilibri dell’Unione dopo il 26 maggio e che, bene o male, con una raffazzonata coalizione europeista post-voto, frettolosamente assemblata nell’emiciclo del Parlamento Europeo, si possa “tirare a campare invece che tirare le cuoia” in attesa di tempi migliori s’illude.

Data l’incapacità dei partiti, tradizionalmente europeisti, non solo di far fronte alle sfide e ai problemi dei popoli europei ma anche di portare a compimento gli stessi obiettivi che oggi ripropongono, non c’è modo di credere che, qualora fossero riconfermati per altri cinque anni, essi possano spenderli meglio di come hanno fatto con i precedenti cinque.

Forse il sovranismo ed il populismo (nei significati che vengono loro attribuiti oggi per la maggiore)  sono una risposta sbagliata, ma tuttavia sono la reazione ad un Processo di Unificazione europea totalmente irragionevole. E non è detto che, dall’altro lato, l’europeismo brilli per razionalità e lungimiranza.

Perché il processo di integrazione europea è irragionevole? Perché si è pensato di fare l’Europa contro la natura dell’Europa. 

Se si guarda l’Europa da lontano si vede solo un piccolo lembo estremo dell’Asia, sembrerebbe quasi una delle sue numerose protuberanze. Perché però non la identifichiamo con l’Oriente? Per la sua Civiltà, che noi chiamiamo, appunto, Occidental. E questa Civiltà è sempre stata caratterizzata, in tutta la sua lunga Storia – e da lì ha avuto il suo successo – dal pluralismo istituzionale, e cioè nel fatto che Roma era Roma, Firenze era Firenze, Venezia era Venezia, le città Anseatiche erano le città Anseatiche, le Fiandre erano le Fiandre, eppure così piccole ed insignificanti erano tutte realtà che consideravano il Mondo come il proprio Orizzonte, coltivavano grandi ambizioni e hanno fatto grandissime cose: l’Europa infatti esplode dal punto di vista culturale, economico, artistico e “parte” letteralmente alla conquista del Mondo proprio quando la competizione istituzionale è altissima.

L’Europa era questo, ed è stata per molto tempo questo: una grande complessità, un “piccolo e litigioso continente”, dove il potere politico era debole, ma questa debolezza era compensata da una società forte. Il Potere era sempre stato localizzato, quindi debole, ma la società era forte, una società fatta di mercanti, di banchieri, di intellettuali. 

Il processo di centralizzazione e di cartellizzazione del potere, cioè l’unificazione europea, è un processo anti-europeo, ed è un processo che non può che creare problemi e tensioni all’Europa. 

Forse populismo e nazionalismo sono anch’essi figli di questo processo: un processo che ha portato a concentrare sempre di più il potere, e che ha creato i grandi Stati-nazione… ma al tempo stesso lo è anche il processo “europeista”, che invece di fermarsi ad un certo punto, ha voluto proseguire, e che per questo non si discosta molto dal suo “rivale” (che è per questo solo virtuale): laddove c’è chi vede 27 Stati, c’è qualcuno che ne vede soltanto Uno. Possono essere poi tanto diversi?

Come poi si possa immaginare di vivere in un unica società politica di 510 milioni di persone, poco meno del 7% dell’intera popolazione mondiale, che non sono in grado di capirsi fra di loro… non è dato, ancora oggi, a sapere… Non abbiamo un “dibattito pubblico” a livello europeo, gli elettori nei vari Stati membri, e che qualcuno vuole “europei”, stanno sì parlando di Europa, ma lo stanno facendo tra di loro, senza più di tanto interscambiarsi con gli altri a livello europeo. Eppure, se si sposta lo sguardo a pochi secoli fa’, tra il ‘700 e ‘800, c’era un dibattito che poteva dirsi “europeo”, nelle Coffee Houses, nei Salotti, nelle Accademie intellettuali. Certo, un dibattito di un circolo ristretto di persone, di un elité altamente istruita, ma c’era un dibattito pubblico.

Ma oggi, con livelli di istruzione che non sono quelli del passato (che erano ristretti a poche persone), con la completa alfabetizzazione dei cittadini europei, con i social, internet… ci sono degli spazi di discussione pubblica europea veramente coinvolgenti e non targettizzati su gruppi di persone che, più o meno, la pensano esattamente allo stesso modo? No! E come potrebbe essere? Non ci sono nemmeno i giornali europei! Gli “europei” non leggono gli stessi giornali, non guardano le stesse televisioni, vivono in universi separati.

E dunque alla fine, non è forse vero che tutte le costruzioni “europee”, che vogliono una Grande Europa Unita, non sono forse tutte costruzioni elitarie, calate dall’alto, che pretendono di essere un fattore di liberazione e di apertura, ma che in realtà non lo sono? Nel momento in cui si instaura un Potere così lontano e così fuori dal nostro controllo, finisce inevitabilmente per essere qualcosa di molto pericoloso, anche se magari così non lo percepiamo (anche perché, di solito, lo si percepisce quando è già troppo tardi). 

Il problema è che, quando si ha una costruzione unitaria e monolitica, con la stessa legge, la stessa politica… dov’è che si può trovare un luogo per uscire da una situazione infelice, in cui non ci si trovi bene? Oggi molti dicono “Ma io espatrio, vado via dall’Italia, qui non mi trovo più bene!” Ok, ma se poi l’Unione europea è uno Stato Unico, e magari non ti trovi più bene, dove te ne vai? In Russia? In Egitto? Ecco perché è importante la concorrenza tra giurisdizioni, la concorrenza tra sistemi, e non l’armonizzazione, la centralizzazione.

In Economia si definisce “cartello” un gruppo di imprese che si coalizza per poter più facilmente controllare tutto il Mercato; succede la stessa cosa in politica! I Governi, sempre più in difficoltà nel loro controllo locale-nazionale, stanno tentando di cartellizzarsi. Dal Walfare (“Salario Minimo europeo”, “Reddito di cittadinanza europeo”) al Fisco (“Ci vuole l’armonizzazione fiscale! Non è possibile che l’Olanda potrà continuare a farci concorrenza attirando capitali con tasse sui profitti ultra basse”) ai Commerci (“L’UE deve restare Unita! Altrimenti ci compreranno i Cinesi!”).

Ma un “cartello” è efficace se punta a monopolizzare il Mercato… e con il 7% della popolazione, il 15% dell’import-export globale, il 30% del PIL mondiale cosa si vuole cartellizzare precisamente? C’è la Cina, la Corea, il Giappone, l’Asia intera, gli USA, le Americhe, e nessuno può prevalere più di tanto sull’altro perché viviamo in un mondo Globalizzato, e ciò significa che tutto quello che noi usiamo e acquistiamo, di fatto, è il risultato di un’interazione globale, dove noi, gli “europei” abbiamo un nostro ruolo, certo, ma siamo TRA i player globali, non IL player globale. Al più si può fare un cartello piccolo, e quindi del tutto inutile, se non, nel caso europeo, pure costoso.

Le leadership europeiste si lamentano per il riemergere di vecchi nazionalismi, ma non si chiedono IL perché: e la colpa è da attribuire a quella stessa leadership politico-culturale che ha voluto e che esce da Maastricht e Lisbona: il “luogo-comunismo” fatto e finito, i “luoghi comuni” puri e semplici, per cui: “l’Europa è una buona cosa!”, “Più poteri all’Europa!”, “Facciamo uno Stato Europeo!”. Slogan che alla fine, accumulandosi i problemi sotto i colpi di una lenta ripresa economica, hanno presentato il conto. 

Un’Europa che si è voluta allargare, prima 6, poi 15, infine 27-28, domani facciamo pure 30… finché non arriviamo alla Turchia… e perché la Turchia non la vogliono far entrare né i sovranisti né gli stessi europeisti? Eppure è sempre stata presente nella Storia europea! La sua città più grande, Istanbul (l’abbiamo chiamata per secoli Costantinopoli) è pure in Europa! Più si allarga e più la si vuole allargare, più questo progetto non può funzionare! E se i primi segnali di cedimento sorgono già con un allargamento a 27-28 paesi, figuriamoci cosa potrà accadere se il processo dovesse estendersi non più in orizzontale ma in verticale, in un solo Super-Stato…

Certo, non dobbiamo per forza essere isole nel deserto, non accadrà che gli Stati Europei dopo il 26 maggio si chiuderanno dentro i propri confini: ma l’Europa non può che essere solo uno spazio, con identica cultura, di mercati, di cooperazione tra popoli (considerati sia come privati che come amministrazioni pubbliche) ma niente di più. E non c’è nulla di misero in questo, anzi, per secoli è stata proprio la base della nostra forza e della nostra supremazia: è quello che siamo e che siamo sempre stati.

Non saranno certo i famosi “Stati Uniti d’Europa” che – come progetto – già oggi nulla ci offre in garanzia per ritenere che il pluralismo istituzionale, che ci ha sempre contraddistinti e che è stata la nostra forza nonostante fossimo il “piccolo e litigioso continente” verrà rispettato.

“Sognate la Svizzera ma avrete il Soviet”

In un bell’articolo scritto da Alberto Mingardi (IBL) di qualche tempo fa si trova una delle migliori immagini di cosa sia diventata l’Europa: “L’Europa doveva nascere come una Svizzera, è diventata come una Francia e rischia di diventare quello che è l’Italia”.

Doveva essere uno spazio di mercato fra realtà istituzionali in concorrenza, è diventato un super-stato e rischierà di finire spaccata tra un Nord più produttivo ed un Sud invece meno, ma comunque tra culture troppo distanti l’una dall’altra.

Analizzando l’unificazione europea partendo a quella italiana, che è stata un disastro, si può ragionevolmente prevedere quale tipo di disastro sarà l’unificazione europea se mai verrà fatta;

Pensiamo anche solo al perché i nostri imprenditori, italiani ed europei, vadano in Romania o in Bulgaria ad investire, e non lo facciano invece da noi? Perchè? Perché a causa del meccanismo italiano, il Sud assume le difficoltà di tutte quelle zone che hanno sì delle difficoltà – ma che hanno però dei buoni livelli di sviluppo – ma senza averne i rispettivi benefici. Infatti, se si va in Romania si trova una tassazione bassissima, una regolazione bassissima, un costo del lavoro che è calibrato su quello che è quel tipo di società, economia, produttività;

Ma se andiamo invece in Calabria, cosa troviamo? Regolamentazione, pressione fiscale e costo del lavoro pensati per il centro-nord. Andreste dunque ad investirci? No! E questo anche senza considerare un’altro fatto cruciale, cioè il meccanismo della redistribuzione della ricchezza, di cui l’Italia rappresenta efficacemente un esempio di “trappola”: perché una parte del Paese subisce una pressione fiscale altissima, una sottrazione di risorse, che la penalizza, e l’altra parte, che viene distrutta dall’afflusso di risorse. Due situazioni complementari, e che non sono positive né per una parte né per l’altra.

Se pensando all’Italia guardiamo all’Unione Europea che prospettive possiamo aspettarci? Quella di essere tutti assieme (il Nord come il Sud) il “Mezzogiorno d’Europa” (assieme ad altri paesi come Grecia, Spagna e Portogallo), e non servirà attendere gli “Stati Uniti d’Europa” per vederlo. Di fatto ci stiamo già avviando verso questa prospettiva, perché le istituzioni europee ci hanno dato e ci stanno progressivamente promettendo tutta una serie di sostegni riguardanti il nostro debito pubblico, e così via. Poiché noi non possiamo affrontare i problemi da soli alle difficoltà, perché sarebbero troppo gravosi, allora saremo accompagnati per mano, in maniera assistenziale e alla fine improduttiva, dall’Unione Europea, attraverso operazioni legate alla moneta, al debito, ecc.

Suona bene, certo, però non funziona e non funzionerà, perché non esiste Società che sia cresciuta attraverso l’intervento pubblico, statale o “europeo” che si voglia.

E’ bello “sognare” un’integrazione europea su modello svizzero, ma è appunto un “sogno” ad occhi aperti: innanzitutto perché le forze politiche che, concordi in un’Unione più integrata politicamente o anche a formare un unico Super-Stato, che vogliono realmente la “Svizzera” sono poche, minoritarie e relegate ai margini dei Grandi Giochi che si svolgono a livello europeo. Dal punto di vista culturale, economico, religioso, linguistico, anche geografico la Svizzera è tale perché è la Svizzera (tautologia voluta), rappresenta un “unicum” difficilmente replicabile negli altri paesi continentali. Pensare che l’UE possa diventare una “Svizzera, ma più in Grande” è di per sé antitetico. Svizzera ed Europa sono un ossimoro fra di loro: non a caso la Svizzera si è sempre posta, nonostante la contiguità geografica, fuori dall’Europa e dai processi che per secoli l’hanno governata. E non a caso, quando anche la Svizzera (di cui si vorrebbe copiare il modello) dovette decidere se entrare nello Spazio Economico Europeo nel 1992 votò contro (sia i cittadini che la gran parte dei cantoni). Da lì si sono certo sviluppate forme di intesa, ma tramite normalissimi accordi bilaterali, che si sono sempre fatti tra gli Stati.

Molto più probabile che finisca come è iniziato l’articolo: “L’Europa doveva nascere come una Svizzera, è diventata come una Francia e rischia di diventare quello che è l’Italia”.

… continua

Perché i Poveri devono vivere in Case Brutte?

Uno dei tanti temi che ha più riempito i notiziari in questi ultimi tempi è quello dell’edilizia residenziale pubblica, ovvero edilizia popolare, e cioè quelle operazioni di edilizia che vedono l’amministrazione pubblica offrire ai cittadini delle soluzioni abitative a basso costo.

Nel giro di una settimana si sono susseguiti due fatti eclatanti: ovvero, le proteste da parte dei residenti del quartiere di Casal Bruciato a Roma, cui si è aggiunta una mobilitazione da parte di un gruppo fascistoide, contro una famiglia di origine rom a cui era stato assegnato, attraverso un bando del Comune, un alloggio popolare; ed il gesto del card. Konrad Krajvesky – elemosiniere del Santo Padre (ufficio della Santa Sede che ha il compito di esercitare la carità verso i poveri a nome del Papa) – che ha rischiato la propria incolumità per riattaccare l’elettricità in un edificio occupato (e quindi pieno di abusivi).

Per parlare di questo tema pensiamo si debba partire da due punti fondamentali:

Il primo è che la proprietà privata è sacra ed inviolabile; il secondo è che l’edilizia popolare pubblica, in ultima analisi, nonostante le buone intenzioni che vi stanno dietro, porta comunque alla creazione di profondi disagi e tensioni sociali. Un altro punto che, in realtà, bisognerebbe tenere a mente, è che, come diceva Milton Friedman, “non esistono pasti gratis”.

Andiamo ora, perciò, a vedere perché l’edilizia popolare “non s’ha da fare” e cosa può essere fatto, invece, per aiutare chi non ha i mezzi economici per garantirsi un tetto sopra la testa: che è poi il fine ultimo di tutte le proposte politiche che ascoltiamo, ma che, sovente, non risolvono mai alcun problema.

C’è chi dice che la Casa – come migliaia di altre cose, oramai – sia un “Diritto”. Questa affermazione, tuttavia, è errata.

Non sta scritto da nessuna parte, nemmeno nella nostra Costituzione, “la più bella del mondo” (sic!), che debba essere fornito un alloggio ai meno abbienti. Ci ha però pensato la nostra Corte Costituzionale a riempire quella mancanza, da Paese del Socialismo reale quale siamo. Ed infatti, possiamo leggere un profluvio di belle e giuste affermazioni (per carità): “… è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione” (Sent. n. 49/1987); oppure “Il diritto all’abitazione rientra, infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione” (Sent. n. 217/1988); “Il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona” (Sent. n. 119/1999), e via discorrendo…

Tutte cose giuste e vere, bellissime… che si sono tradotte in? Nulla, assolutamente il nulla. Nessuno di questi richiami ad diritto alla casa è servito, nella realtà, a concretizzare un vantaggio palpabile per chi la casa la chiedeva. Questo ci dovrebbe far capire quanto i “diritti” siano bellissimi scritti su carta, ma poi, alla fine del paragrafo, li devi anche concretizzare… e se non si sa come concretizzarli, è un bel problema!

Quindi la Casa è un diritto? E se sì, si tratta di una richiesta sensata ed eticamente da appoggiare?

La risposta è No! Se si accetta che chiunque abbia diritto ad un’abitazione, significa dire non solo che si caricano gli altri, che una casa ce l’hanno e se la sono pure pagata (che strano!) di pagare per chi, invece, non può (o non vuole!) per ragioni di giustizia sociale, ma si dovrebbe accettare anche – dato che le risorse sono scarse e non si possono costruire case popolari ad libitum – che in caso di neccessità la proprietà privata possa essere violata per una qualunque ragione – e che quindi il modo migliore per garantirsi una casa sia di occupare una abusivamente o, peggio – come alcuni suggeriscono – che un Ente dello Stato possa espropiarla a chi la tiene (magari abbandonata) per darla a chi ne ha bisogno, sempre per ragioni di giustizia sociale. Una situazione da regime comunista puro.

Ma, se la casa non te la paghi e, anzi, o te la costruisce qualcuno che soldi propri non ce ne rimette o te la occupi pure, si arriva al punto che chiunque possa dichiarare di aver diritto all’alloggio che più gli si confà. E quindi perchè non occupare abusivamente la terrazza Campari a Milano? Perché tanto chi beve lì lo spritz può andarselo a bere anche da un’altra parte, tanto i mezzi economici li ha… e poi vuoi mettere con la vista Madonnina?

Torniamo, dunque, per un attimo, all’affermazione per cui “non esistono pasti gratis”. Infatti, nel corso dei decenni la cultura del “Welfare State” ha instillato nelle menti di molte generazioni l’idea che esso sia una sorta di “cornucopia”, per cui non c’è bisogno di preoccuparsi per il futuro (degli altri, ovviamente). Un esempio sono proprio i progetti di edilizia residenziale pubblica, che sono stati spesso presentati come “gratuiti”. Ovviamente lo scopo non era quello di dare una casa (come se non esistesse o fosse mai esistito un mercato edilizio fiorente, sopratutto se parliamo degli anni ’50-’60-’70 – quando si inaugurò la stagione dello ‘Stato impresario’), ma quello di creare un blocco di persone a carico, dipendenti dalla mano pubblica e per questo a lei grati.

Ma nesuno si è preoccupato di dire loro in che modo lo Stato soddisfacesse i loro bisogni: con le risorse sottratte ad altri. Anzi, istituzioni, cariche dello Stato, politici, sindacati, partiti – nel corso dei decenni – si sono preoccupati di nutrire queste persone con belle parole, con un sacco di “diritti”, in modo che fossero loro riconoscenti e che in cambio non facessero mancare il proprio sostegno elettorale… ma chi poi ha pagato per tutto questo?

Queste “istituzioni” hanno avuto poca comprensione economica, non sanno che la produzione deve necessariamente precedere il consumo. Invece lo Stato ha incoraggiato questa filosofia di pensiero – in modo che gli elettori percepissero un senso di euforia immediato – e quindi infischiandosene del futuro. Eh sì, perché va ricordato che, per quanto buone le intenzioni possano essere, ogni intervento pubblico va considerato come un modo per consolidare, o spostare verso di sé, il consenso dell’elettorato.

Il risultato di tutto questo? Basta farsi un giro nelle nostre periferie… (alla meglio) belli i casermoni? i palazzoni fatiscenti? (alla peggio) le vele di Scampia? il Corviale? gli ZEN?… già perchè se tanto mi da tanto, fai già che per molti è comunque meglio che sia lo Stato a costruire le case – seppur brutte, piccole e malfamate dove piazzarci i poveri, “però almeno avranno un tetto sulla testa” – piuttosto che ad occuparsene sia il Mercato. E tutto questo anche a costo di lasciare tutto, specie nei contesti più degradati, a criminalità ed abusivismo, in poche parole – qui sì – alla vera “legge del più forte”.

Ma, oltre ai luoghi fatiscenti e malfamati, si aggiunge il problema che, con l’attuale sistema dei bandi, capita molto spesso che una famiglia riceva un appartamento perché soddisfa i requisiti e poi resti lì vita natural durante, anche quando il loro bisogno è cessato e altri ne avrebbero più diritto.

Al netto di tutto ciò, c’è ancora chi persevera con l’idea per cui, in realtà, l’edilizia pubblica nel nostro paese sia di dimensioni minori rispetto ad altri paesi (l’esempio della Francia si fa di solito) e che, anzi, servirebbe che lo Stato s’impegnasse a costruire di più! A questi signori basterebbe ricordare che il fallimento dell’edilizia pubblica è sotto gli occhi di tutti, oltre al fatto che quartieri dell’edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti» e diventano occasione per occupazioni illegittime, oltre al fatto che ci sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici (altro che espropriare gli immobili sfitti o abbandonati dei privati!)

Ma cosa fare, ovviamente, se talune famiglie non possono permettersi gli affitti o le rate di un mutuo?

Innanzitutto, ricordarsi che è proprio l’intervento pubblico a tenere alti, o alzare, questi prezzi. Ci sono tanti modi in cui questo viene fatto: dalla semplice inflazione, dovuta alla politica monetaria (nel nostro caso decisa a livello europeo), ai divieti che non permettono all’offerta di incontrarsi con la domanda. In un mercato non regolato, infatti, nel momento in cui affitti e prezzi cominciano ad aumentare, i costruttori di case costruirebbero altri alloggi per soddisfare la crescente domanda. Noi, però, viviamo in società iper-regolate e il mercato immobiliare non è da meno.

Si potrebbe dunque eliminare del tutto l’edilizia popolare, permettendo di costruire abbastanza edifici in modo da incontrare la crescente domanda di alloggi: purtroppo non c’è la volontà politica per farlo; è più facile continuare a regalare “diritti” a spese dei contribuenti.

Altre soluzioni potrebbero essere la dismissione degli immobili pubblici, così da disporre di risorse da reinvestire in settori più remunerativi e destinarne i ricavi alle famiglie in difficoltà. Soldi invece che case. Questo sistema favorisce di più la famiglia bisognosa, che, ricevendo denaro per cercarsi autonomamente un’alloggio, può trovare un appartamento confacente alle proprie esigenze, laddove invece la gestione pubblica non è in grado.

Si pensi al diverso valore delle case popolari rispetto a quello di un appartamento offerto dal mercato privato (che a volte sono manufatti dal valore superiore – nei Comuni più virtuosi e fuori Città) o alle esigenze di una persona anziana o disabile, che potrebbe quindi scegliere un appartamento al pianterreno, piuttosto di accontentarsi di un posto offerto dal Comune, ma magari all’ultimo piano e senza il montascale. Per giunta, c’è il vantaggio – non trascurabile – che la famiglia bisognosa potrebbe cercare un’alloggio nel quartiere in cui ha gli affetti ed il lavoro, e non dovrebbe dunque trasferirsi laddove si sia liberato un appartamento offerto dal Comune. Da ultimo, ci libereremmo dai carrozzoni pubblicci (come l’ATER o l’ALER) pieni di debiti ed insolventi.

Interessante in questo senso anche la proposta dell’Istituto Liberale – L’individualista Feroce di istituire un “Buono Affitto” un sostegno economico alle famiglie con un basso reddito nel pagamento del canone di locazione, sotto forma di tiket (come il “buono scuola” o i “buoni pasto”), tenendo comunque presente la necessaria temporaneità del sostegno (due o tre anni) in modo da ridurre i costi a carico della collettività. Certamente, anche nell’erogazione di aiuti finanziari ci potrebbero essere degli abusi, ma è più facile disdire un bonifico che sgomberare un edificio.

L’ultimo motivo per chiedere l’eliminazione dei programmi di edilizia popolare è relativo ai disagi sociali che questi creano. Infatti, nel momento in cui concedi un “diritto” a qualcuno, tutti ritengono di poterne e doverne avere accesso.

Ed è per questo motivo che, per quanto noi riteniamo il comportamento di Casapound estremamente riprovevole, non ci si può sorprendere quando vediamo scene di questo tipo: è l’edilizia popolare in sé stessa che crea scontri tra chi è assegnatario di un alloggio e chi, invece, rimane fuori.

Per quanto riguarda, invece, il gesto dell’elemosiniere del Papa non bisogna chiedersi se sia legale o meno: non è attraverso la legge che dobbiamo interpretare quello che succede, ma attraverso il buon senso (che talvolta può anche tradursi in legge, ma non è chiaramente così nel caso dei programmi di edilizia pubblica). Il cardinale Krajvesky ha sbagliato, ma non per il fatto che abbia violato una qualche norma del codice penale, ma perchè: primo non è giusto usufruire di un servizio – qualunque esso sia – se non lo si paga; secondo, perchè i costi delle bollette evase e non pagate finisce comunque sulla “groppa” di chi le paga e le ha sempre pagate. Ancora una volta va ricordato che “non esistono pasti gratis”, e il cardinale si è fatto “bello e buono” con i soldi degli altri (poteva semplicemente accollarsi i debiti delle bollette non pagate, invece che scaricare i costi del suo gesto, ancora una volta, sulla collettività).

Insomma, i motivi per eliminare questi programmi sono tanti. Il problema dell’“housing affordability” può essere risolto solo tramite un processo di Mercato, con l’incontro di domanda e offerta… ma lo si deve lasciar lavorare.

Ci chiediamo, dunque, alla fine di questo discorso, se ci sarà mai la volontà politica di affrontare questo cambiamento, diminuendo il ruolo della politica e di leggi, piani e regolamenti, e presentando infine il conto dei tanti pasti scroccati a chi deve sempre e comunque pagare per tutti.